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11 febbraio 1929, la firma dei Patti Lateranensi: cosa sono

Sancirono la nascita dello Stato della Citta del Vaticano e vennero rivisti nel 1984. Ma cosa regolano davvero? Possono essere "cancellati"?

Città del Vaticano – Era l’11 febbraio del 1929 quando nel palazzo di San Giovanni in Laterano vennero firmati gli accordi tra l’allora Regno d’Italia e il nascente Stato della Città del Vaticano. Conosciuti come i Patti Lateranensi (nome preso dal luogo in cui vennero stipulati), furono negoziati tra il cardinale Segretario di Stato dell’epoca, Pietro Gasparri – per conto della Santa Sede – e Benito Mussolini come primo ministro italiano.

Prima dei Patti, il rapporto tra Stato e Chiesa era regolato legge delle Guarentigie (mai riconosciuta dai Pontefici, da Pio IX in poi e così la somma stanziata anno per anno dal governo italiano venne conservata in un apposito conto in attesa di concludere un accordo), approvata dal Parlamento italiano il 13 maggio 1871 dopo la presa di Roma.

Il contenuto dei Patti Lateranensi

L’accordo era composto da due distinti documenti: il Trattato che riconosceva l’indipendenza e la sovranità della Santa Sede, dando così vita allo Stato della Città del Vaticano, e il Concordato che definiva le relazioni civili e religiose in Italia tra la Chiesa ed il Governo.

Ad accompagnare il Trattato diversi allegati, il più importante dei quali era la Convenzione Finanziaria, un documento che regolava le questioni sorte dopo le spoliazioni degli enti ecclesiastici a causa delle leggi eversive. Venne poi prevista l’esenzione, al nuovo Stato della Città del Vaticano, dalle tasse e dai dazi sulle merci importate ed il risarcimento di “1 miliardo e 750 milioni di lire e di ulteriori titoli di Stato consolidate al 5 per cento al portatore, per un valore nominale di un miliardo di lire” per i danni finanziari subiti dallo Stato Pontificio andato perduto con la Breccia di Porta Pia (leggi qui).

Il governo italiano acconsentì anche a modificare le sue leggi su divorzio e matrimonio rendendole conformi a quelle della Chiesa cattolica romana. Non solo: il clero fu esentato dal servizio militare. I Patti Lateranensi garantirono alla Chiesa cattolica il riconoscimento di religione di Stato in Italia, e l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche (materia già presente dal ’23 e tuttora esistente anche se con modalità diverse).

Dalle trattative segrete alla firma

La Conciliazione tra Stato italiano e Chiesa nel 1929 per la risoluzione della “Questione romana” si concluse in maniera soddisfacente per entrambe le parti. Inizialmente le trattative vennero fatte in segreto e partirono grazie a tre sacerdoti: padre Giovanni Genocchi dei Missionari del Sacro Cuore e don Giovanni Minozzi fondatore, con padre Giovanni Semeria, dell’O.N.M.I.. Quest’ultimo riferì che proprio in casa di suoi parenti i tre si riunirono per discutere e studiare la possibilità di trovare una via di uscita per riallacciare i rapporti tra Stato e Chiesa.

Dopo tre giorni di discussioni e lavori, padre Genocchi si incaricò di portare all’allora segretario di Stato Vaticano, il cardinale Pietro Gasparri, il risultato. Il prelato rimase “trasecolato” per tale iniziativa. Ma nel il 26 agosto 1926 furono designati ufficiosamente e informalmente due incaricati: uno dal governo Mussolini e l’altro da parte di Pio XI. Per la prima volta figura l’avvocato concistoriale Francesco Pacelli quale plenipotenziario per il Vaticano, fratello di Eugenio Pacelli, futuro Papa Pio XII. L’Italia scelse invece Domenico Barone.

La data scelta per la firma fu 11 febbraio, anniversario delle apparizione di Lourdes; la scelta di firmare il concordato in quell’occasione intendeva rimarcare la soddisfazione della Santa Sede per il risanamento della ferita della “breccia di Porta Pia”. Due giorni dopo, Pio XI ricevendo in udienza professori e studenti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, pronunciò un disocrso che passò alla storia per un passaggio in cui Benito Mussolini è indicato come “l’uomo che la Provvidenza Ci ha fatto incontrare”.

Il 23 aprile dello stesso anno iniziò in Senato il dibattito per la ratifica dei Patti Lateranensi, discussione che si concluse il 25 maggio con un voto a favore, al termine di vivaci discussioni e polemiche anche all’esterno del Senato stesso. Sei senatori votarono contro l’approvazione (fra cui Benedetto Croce). Anche la Camera dei deputati votò l’approvazione dei Patti, ma vi furono due dissenzienti (nonostante la Camera fosse formata completamente da elementi del Partito fascista).

Lo scambio delle ratifiche avvenne il 7 giugno con una solenne cerimonia in una saletta dei Palazzi apostolici, con Mussolini, che vestiva l’uniforme diplomatica con la feluca, ricevuto con tutti gli onori. Dopo un’ora dalla partenza del Duce dal Vaticano, a mezzogiorno in punto, i Patti Lateranensi entrarono in vigore e nacque lo Stato della Città del Vaticano, con lo scambio delle consegne da parte dei Carabinieri, che subito dopo lasciarono l’ex territorio italiano passato al Vaticano, e le Guardie Svizzere in alta uniforme.

Alla mezzanotte dell’8 giugno entrarono in vigore le sei leggi principali del nuovo Stato, promulgate dal Pontefice subito dopo il mezzogiorno del giorno 7, fra cui la così detta “Legge Fondamentale”, che all’art. 1 prevede che il Sommo Pontefice è sovrano dello Stato della Città del Vaticano.

Il riconoscimento nella Costituzione italiana

Nel 1948 i Patti Lateranensi furono riconosciuti nella Costituzione italiana nell’articolo 7, con la conseguenza che lo Stato non può denunciarli unilateralmente come nel caso di qualsiasi altro trattato internazionale, senza aver prima modificato la Costituzione. Qualsiasi modifica dei Patti deve inoltre avvenire di mutuo accordo tra lo Stato e la Santa Sede. La revisione dei Patti, per legge, non richiede un procedimento di revisione costituzionale.

Va sottolineato che l’articolo 7 non ha inteso parificare il contenuto dei Patti alle norme costituzionali, ma soltanto costituzionalizzare il principio concordatario, con la conseguenza che essi, per il tramite della legge di esecuzione, avrebbero dovuto ritenersi soggetti al giudizio di compatibilità con i principi supremi dell’ordinamento da parte della Corte costituzionale della Repubblica italiana.

Con la sentenza 24 febbraio-1 marzo del 1971, i Patti lateranensi vennero posti tra le fonti atipiche dell’ordinamento italiano, vale a dire che le disposizioni dell’atto non hanno la stessa natura delle norme costituzionali, ma hanno un grado di resistenza maggiore rispetto alle fonti ordinarie. Dunque, a meno che non contrastino con i principi supremi dell’ordinamento, le disposizioni dei Patti Lateranensi devono essere modificate col procedimento ordinario nel caso ci sia mutuo consenso fra Stato e Chiesa, con il procedimento aggravato proprio delle leggi costituzionali nel caso sia lo Stato unilateralmente a modificare il testo dell’atto.

Si ricordi comunque che, se gli articoli 7 e 8 della Costituzione prevedono un sistema differenziato di disciplina dei rapporti tra lo Stato e le varie confessioni religiose, altre disposizioni (si vedano gli articoli 19 e 20 della Costituzione) prevedono invece un regime di tutela uniforme per ciò che attiene all’esercizio del culto da parte dei fedeli.

La nascita di Via della Conciliazione

La firma dei Patti portò anche un grande cambiamento al centro storico di Roma: nel 1936 partirono infatti i lavori di Via della Conciliazione, la strada, progettata dagli architetti Marcello Piacentini e Attilio Spaccarelli. Per realizzarla venne demolita la “Spina di Borgo”. Fu completata in occasione del Giubileo del 1950 con l’installazione di due file di lampioni a forma di obelisco.

Il suo progetto, in realtà, si inquadrava nel più ampio piano operato dal regime fascista di ristrutturazione dei centri storici Italiani di cui il monumentalismo di Marcello Piacentini fu ispiratore ed autore. Via della Conciliazione, in particolare, esemplifica lo stereotipo, diffuso tra i secoli XIX e XX, di una grande strada sull’asse del monumento architettonico. La sua realizzazione annullò l’invenzione barocca ideata da Gian Lorenzo Bernini, che aveva creato un suggestivo gioco prospettico, ponendo, in asse con la scomparsa via di Borgo Nuovo, il portone in bronzo che conduceva alla Scala Regia, all’interno della cittadella vaticana; un sorprendente percorso che accompagnava lo spettatore dalle anguste e articolate strade della “Spina di Borgo” alla grandiosità della piazza San Pietro, dalla quale venivano offerti scorci verso la facciata della basilica e verso la cupola ideata da Michelangelo Buonarroti.

L’intervento novecentesco causò la perdita di buona parte del tessuto urbano del rione di Borgo, con la demolizione del palazzo dei Convertendi (di Bramante e Baldassarre Peruzzi), del palazzo Jacopo da Brescia, del palazzo del Governatore, del palazzo Alicorni, del palazzo Rusticucci-Accoramboni (di Carlo Maderno) e della chiesa di San Giacomo a Scossacavalli. I palazzi dei Convertendi, Jacopo da Brescia, Alicorni e Rusticucci sono stati ricostruiti più o meno liberamente, utilizzando nella ricostruzione elementi degli edifici demoliti. L’antica chiesa di San Lorenzo in Piscibus subì trasformazioni radicali e fu inglobata all’interno di nuovi edifici, mentre l’oratorio di Santa Maria Annunziata in Borgo (La Nunziatina) fu ricostruito sul lungotevere Vaticano.

Intorno al vuoto ottenuto dagli sventramenti furono mantenuti, a nord, il palazzo Torlonia-Giraud e la chiesa di Santa Maria in Transpontina, oltre ad un isolato ottocentesco; a sud il palazzo dei Penitenzieri, il palazzo Serristori e una porzione del palazzo Cesi-Armellini. Alcuni elementi decorativi degli edifici scomparsi (come il portale e la loggia del palazzo dei Convertendi) furono rimpiegati nelle nuove costruzioni o trasferiti altrove. La fontana del Maderno, sita in piazza Scossacavalli (al centro del rione), fu collocata davanti alla basilica di Sant’Andrea della Valle; la fontana dei Delfini, posta da Pio IX sul fronte orientale della “Spina”, fu trasferita nei Giardini Vaticani. Alle testate ottocentesche del Poletti, situate sull’estremità orientale, si sostituirono due palazzi più grandi, con colonne e fontane, mentre a ovest, verso piazza San Pietro, prevalse il progetto di due avancorpi con loggiati aggettanti verso il centro della strada.

Il “nuovo concordato”

Il Concordato (ma non il Trattato) fu rivisto, dopo lunghissime e difficili trattative, nel 1984, fondamentalmente per rimuovere la clausola riguardante la religione di Stato della Chiesa cattolica in Italia. La revisione che portò al nuovo Concordato venne firmata a Villa Madama, a Roma, il 18 febbraio dall’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi, per lo Stato italiano, e dal cardinale Agostino Casaroli, in rappresentanza della Santa Sede.

Il nuovo Concordato stabilì che il clero cattolico venisse finanziato da una frazione del gettito totale Irpef, attraverso il meccanismo noto come otto per mille e che la nomina dei vescovi non richiedesse più l’approvazione del governo italiano. Inoltre, per quanto riguarda la celebrazione del matrimonio, si stabilirono le clausole da rispettare perché un matrimonio celebrato secondo il rito cattolico possa essere trascritto dall’ufficiale di stato civile e produrre gli effetti riconosciuti dall’ordinamento giuridico italiano oltre a porre delle limitazioni al riconoscimento in Italia delle sentenze di nullità matrimoniale pronunciate dai tribunali della Chiesa che prima avveniva in modo automatico.

Fu anche stabilito che l’ora di religione cattolica nelle scuole diventasse da obbligatoria a facoltativa, scelta che deve essere effettuata e comunicata all’atto dell’iscrizione all’anno scolastico successivo.

Abolizione dei Patti Lateranensi

Il Concordato è stato messo più in discussione ma, di fatto, non può essere proposto un referendum per l’abolizione o la modifica del Trattato, del Concordato o delle leggi collegate ad esso perché non sono ammessi, nell’ordinamento italiano, referendum riguardanti i trattati internazionali.

Anche una proposta di legge popolare per l’abolizione del Concordato è ugualmente inammissibile poiché la legge ricade in una dei casi previsti dall’articolo 80 della Costituzione. Tuttavia, la stessa legge – nemmeno se di rango costituzionale – può abolire o modificare il Concordato, in quanto la Costituzione, riconoscendo la sovranità di Stato e Chiesa cattolica, prescrive che i rapporti tra la Repubblica italiana e la Chiesa siano regolati per sempre da accordi bilaterali.

Inoltre la dottrina giurisprudenziale afferma che non è nemmeno possibile la modifica, a norma dell’art. 138 Cost., delle proposizioni della Costituzione che riconoscono questo status ai Patti: esse infatti rientrano tra i “Principi fondamentali” che definiscono la forma dello Stato, e l’articolo 139 della Costituzione vieta che tali principi siano oggetto di revisione.

Atri accordi

I Patti Lateranensi non furono gli unici accordi stipulati nel primo dopoguerra tra il Vaticano e gli altri Stati nell’ottica di rendere libera la professione della religione cattolica e di ridare un ruolo diplomatico di primo piano al papato dopo la fine dello Stato Pontificio. Tra gli altri, la Santa Sede stipulò accordi con la Lettonia (1922), con la Baviera (1924), con la Polonia (1925) con la Lituania e con la Romania (entrambi nel 1927), con la Prussia (1929), con il Baden (1932).

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