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Latina, 21 anni fa un omicidio di mafia: oggi gli arresti

La Polizia sta eseguendo un'ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 4 persone

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Latina – La Polizia di Stato di Latina ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal G.I.P. di Roma su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma nei confronti 4 soggetti, tutti indagati a vario titolo per la morte di Massimiliano Moro, omicidio commesso a Latina la sera del 25 gennaio 2010 all’interno della propria abitazione, con una pistola calibro 9 x 19.

Le indagini costituiscono l’epilogo di un mirato approfondimento investigativo che i poliziotti della Squadra Mobile di Latina, unitamente al Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato, sotto la direzione ed il coordinamento della Direzione distrettuale Antimafia di Roma, stanno conducendo nella Provincia di Latina, anche rispetto alle dichiarazioni di due collaboratori di giustizia.

La presente inchiesta si riconnette alle risultanze emerse nel corso delle indagini condotte all’epoca dai poliziotti, attraverso l’ausilio di intercettazioni e l’analisi di tabulati telefonici, informazioni arricchite dai nuovi riscontri emersi che permettono di ipotizzare come l’omicidio in argomento sia stato commesso con metodo mafioso e per finalità di agevolazione mafiosa.

Il grave delitto si inquadra nella faida scoppiata nel 2010 nella provincia di Latina, fra due clan da un lato, e gruppi malavitosi facenti capo a 2 soggetti, dall’altro, tra cui la vittima, volta ad ottenere il controllo delle attività criminali del territorio pontino.

Nell’ambito di tale faida, denominata cosiddetta Guerra Criminale Pontina, l’omicidio del Moro ha costituito il punto centrale di una serie di condotte criminali che, prima o dopo di esso, hanno determinato l’affermarsi sul territorio pontino di clan familiari caratterizzati dalla capacità di porre in atto un potere di intimidazione tipico delle organizzazioni mafiose.

In particolare, l’omicidio del Moro è stato deliberato dal sodalizio criminale facente capo ai due clan del capoluogo pontino come risposta al tentato omicidio del proprio elemento apicale.

Proprio l’agguato subito da quest’ultimo, la mattina del 25 gennaio 2010, ha segnato l’avvio di un nuovo e più forte sodalizio tra i due clan, che determinava un’immediata e spietata risposta criminale, al fine di riaffermare il proprio potere a scapito di quelle forze contrarie che avevano deciso di minarlo con un atto così eclatante.

L’omicidio del Moro è solo uno dei più gravi tasselli che gli investigatori ritengono di attribuire al sodalizio, al quale si somma anche, sempre secondo le risultanze investigative, l’omicidio di Fabio Buonamano e il tentato omicidio di Fabrizio Marchetto, avvenuto circa un mese dopo, il 6 marzo 2010 e di un altro tentato omicidio il 6 giugno del 2010.

Il Moro, secondo gli inquirenti, aveva chiaramente manifestato l’intenzione di ribaltare il potere dei due clan, sostituendosi a essi e pertanto considerato un vero e proprio nemico del sodalizio.

L’attentato al capostipite del gruppo costituito dai due clan fallì ma di reazione, sempre secondo gli investigatori, c’è stato l’agguato subito a Massimiliano Moro, il quale, secondo gli affiliati del clan si era anche macchiato della colpa di essersi sfacciatamente recato all’ospedale dove si trovava il boss ricoverato dopo l’agguato, per ostentare falsamente la propria solidarietà.

L’omicidio del Moro, dunque, veniva commesso al fine di agevolare l’associazione di stampo mafioso dei due clan, costituendo il delitto una chiara azione ritorsiva e allo scopo di affermare il proprio potere in odine ai traffici illeciti sul territorio di Latina rispetto ai gruppi criminali antagonisti.

 

Per dovere di cronaca, e a tutela di chi è indagato, ricordiamo che un’accusa non equivale a una condanna, che le prove si formano in Tribunale e che l’ordinamento giudiziario italiano prevede comunque tre gradi di giudizio

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