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Dal 7 aprile al 16 luglio 1994, cento terribili giorni: il genocidio in Ruanda

Il movente ideologico fondamentale di questo genocidio, che costò la vita a circa un milione di persone, fu l’odio razziale verso la minoranza tutsi

Tra Storia e Memoria – Dal 7 aprile al 16 luglio 1994 si compie in Ruanda il genocidio dei tutsi e degli hutu moderati, per mano dell’esercito regolare e di milizie paramilitari. In questi cento giorni perdono la vita circa un milione di persone, uccise brutalmente a colpi di machete, asce, lance, mazze, armi da fuoco e bastoni chiodati. Il movente ideologico fondamentale di questo genocidio fu l’odio razziale verso la minoranza tutsi, che aveva costituito l’élite sociale e culturale del Paese.

La storia

Per cercare di comprendere il genocidio ruandese, occorre, come sempre, fare un passo indietro nella storia perché esso affonda le sue radici negli anni del dominio coloniale, prima tedesco e poi belga, rappresentandone al contempo uno dei lasciti più controversi.

ll Ruanda, conosciuto come il paese dalle Mille Colline, è uno stato dell’Africa orientale che si sviluppa nella regione dei Grandi Laghi: una terra fertile, densamente popolata, con un gran numero di aree coltivabili ma anche con ricchi giacimenti di cobalto, rame, diamanti, oro, petrolio ed altri minerali preziosi. Per questa ragione dal XIX sec., gli europei iniziarono una campagna militare nella regione ruandese che aveva come scopo proprio i possedimenti delle ricchezze minerarie. Dopo la conquista, l’area fu spartita fra Gran Bretagna (Kenya e Uganda), Belgio (Congo) e Germania (Ruanda e Burundi). La colonia tedesca , dopo il Trattato di Versailles, alla fine della Prima Guerra Mondiale, fu affidata come mandato dalle Nazioni Unite al Belgio .

In Ruanda prima della colonizzazione, tre etnie – hutu, tutsi e twa – avevano pacificamente condiviso per secoli la stessa cultura, la lingua e la religione: la percezione, dunque, di una divisione etnica da parte della popolazione era estranea alla storia del paese e si affermò solo con l’inizio della dominazione belga. Nello sfruttamento coloniale i belgi, infatti, si appoggiarono alle farneticanti teorie fisiognomiche ottocentesche: osservarono che i Twa, corrispondente ad appena l’1 % della popolazione, erano di bassa statura (come i pigmei), gli Hutu erano di media altezza, mentre i Tutsi erano più alti , con lineamenti del volto e del naso più sottili. Ritennero così di poter procedere ad una organizzazione sociale molto stratificata, basata su queste caratteristiche fisiche: ai tutsi che vennero ritenuti, per la conformazione fisica vicina agli standard occidentali, più intelligenti e adatti a gestire il potere, vennero affidate le mansioni amministrative, mentre gli hutu, più massicci e di pelle scura, vennero destinati , sempre secondo questa aberrante e razzista interpretazione antropologica, al lavoro agricolo. L’altra etnia esistente, quella della piccola minoranza dei pigmei twa, fu considerata prossima alle scimmie, fortemente disprezzata ed emarginata. Nel momento in cui i belgi adottarono una organizzazione sociale basata su presunte differenze razziali generarono odio, divisioni e risentimenti nelle etnie, segnando la strada che poi avrebbe portato alla follia dei bagni di sangue genocidari. Per quasi 30 anni il Ruanda fu sotto l’egemonia dei tutsi, con l’appoggio del Belgio, ma questa situazione terminò negli anni ’50, a seguito del malcontento provocato dallo sfruttamento coloniale, che portò gli hutu a ribellarsi ai tutsi e questi ultimi a progettare l’indipendenza del Paese dal Belgio. I colonizzatori allora , con perfetto e opportunistico tempismo, scelsero di appoggiare la rivolta degli hutu.

La strada verso il genocidio

Dalla fine degli anni ’50 si verificò una escalation irreversibile di gravi avvenimenti in un contesto di rivalità etniche bilaterali e stermini di massa che coinvolse l’intera regione in una spirale di violenza e che irrimediabilmente condusse al genocidio del 1994 . Teatro degli eccidi , oltre al Ruanda, furono tutti i paesi confinanti: l’Uganda a nord, il Burundi a sud (che costituiva, insieme al Ruanda, la colonia belga Ruanda-Urundi), il Congo ad ovest e la Tanzania ad est.

In una prima fase gli hutu denunciarono il monopolio razzista del potere attuato dai tutsi , proponendo una rivoluzione sociale basata sulla superiorità razziale degli hutu che portò all’abolizione della monarchia e alla proclamazione di una repubblica ( di fatto un regime con forte connotazione razzista) con il passaggio del potere agli hutu. Da qui iniziarono le persecuzioni contro i tutsi che continuarono anche con i successivi regimi e che costrinsero i perseguitati a cercare rifugio nei paesi confinanti dove diedero vita all’FPR, il Fronte Patriottico Ruandese, che aveva come obiettivo quello di favorire il ritorno dei profughi in patria, anche attraverso la conquista militare del potere. La fine degli anni ’80 vide il Ruanda affrontare una grave crisi economica e politica che, unita alla richiesta occidentale di democratizzazione, condusse il presidente Habyarimana , di etnia hutu, a varare nel ’91 una nuova Costituzione, che prometteva il multipartitismo , seguita nel 1993 dalla conferenza di pace di Arusha in Tanzania in cui hutu e i tutsi moderati raggiunsero un accordo che prevedeva un ridimensionamento dei poteri di Habyarimana e l’ingresso del FPR nel governo di transizione.

Tuttavia quella di Arusha era una pace delicatissima perché la riduzione degli armamenti concordata coinvolgeva gli eserciti ufficiali ma non le milizie delle due fazioni- su cui le forze governative non avevano alcun controllo – e il rientro in patria di tutti i profughi tutsi : tutte soluzioni ovviamente sgradite agli hutu che detenevano saldamente la guida del paese ormai da decenni . Nell’ottobre del 1993 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU varò la missione UNAMIR (dall’inglese United Nations Assistance Mission for Ruanda), comandata dal generale canadese Romeo Dallaire, che durò fino al marzo 1996 e che aveva come obiettivo quello di assistere e facilitare l’attuazione degli accordi di pace . Nel gennaio 1994, un informatore interno al governo a maggioranza Hutu del paese, informò Dallaire dell’esistenza di un piano relativo allo sterminio della minoranza Tutsi e dell’arrivo di grossi quantitativi di armi dirette ad equipaggiare sia l’esercito del Ruanda, sia le formazioni paramilitari vicine all’ala più estremista del movimento Hutu.

Dallaire contattò d’urgenza l’unità delle operazioni di mantenimento della pace dell’ONU, chiedendo l’autorizzazione per effettuare una serie di interventi preventivi volti a sequestrare armi e a porre sotto controllo eventuali milizie attive all’interno del paese, ricevendo tuttavia una risposta negativa. Erano, dunque, già evidenti gli indicatori dei preparativi da parte delle milizie hutu per la strage di massa (che sarebbe poi cominciata ad aprile) della minoranza Tutsi e di migliaia di hutu “moderati” in Ruanda. I preparativi furono descritti nel famigerato “genocide fax “, inviato da Dallaire al quartier generale delle Nazioni Unite a New York; questo rapporto , in cui venivano denunciati massicci acquisti illegali di armi da parte dei soldati regolari, dei miliziani e della popolazione civile, segnalando i rischi di nuove violenze, rimase però lettera morta e nulla venne fatto per fermare la spirale di violenza e la pianificazione del massacro.

Il genocidio

La situazione precipitò il 6 aprile ’94 , quando il presidente del Ruanda Juvenal Habyarimana e il presidente del Burundi, Cyprien Ntaryamira, entrambi di etnia hutu, furono uccisi in un attentato: l’aereo su cui viaggiavano venne abbattuto da un missile quando era in fase di atterraggio a Kigali, capitale del Ruanda. I due leader stavano rientrando dalla vicina Tanzania, dove avevano firmato un trattato di pace con i ribelli tutsi del Fronte Patriottico Ruandese. Il governo ad interim che assunse il potere dopo che l’aereo esplose in volo sui cieli della capitale, demonizzò intenzionalmente la minoranza tutsi, scegliendo di manipolare ed esacerbare le tensioni già in atto e ricorrendo all’odio nel tentativo di rimanere al potere. L’attacco contro l’aereo presidenziale è considerato unanimemente come l’innesco del genocidio, il cerino che ha dato fuoco a polveri da lungo tempo preparate. La responsabilità dell’attentato fu attribuita al Fronte patriottico ruandese ma venticinque anni dopo è stata rinvenuta una nota dei servizi segreti francesi del settembre 1994 in cui si affermava che la responsabilità degli estremisti hutu nell’attacco “è l’ipotesi più probabile”.

Subito dopo lo schianto dell’aereo, fin dal 7 aprile, cominciarono i massacri contro i tutsi e gli hutu imparentati con questi o schierati su posizioni più moderate. Si aprirono le danze di morte: da Kigali alle zone più remote di questo stato dell’Africa centrale, poco più grande della Lombardia, furono massacrati oltre un milione uomini, donne, bambini e bambine, senza alcuna distinzione. Tutti gli hutu furono chiamati al genocidio: chi non partecipava al “lavoro” era considerato un nemico e quindi andava eliminato. I massacri furono condotti dalla Guardia Presidenziale e dai gruppi paramilitari, con il supporto dell’esercito governativo e commessi con armi da fuoco, ma soprattutto con machete, asce, lance, mazze chiodate. Per i tutsi non esisteva più alcun luogo sicuro: anche le chiese vennero violate.
Dopo oltre due mesi di efferati massacri e barbarie di ogni tipo , il 4 luglio Paul Kagame, a capo dell’esercito FPR, entrò a Kigali ed il 16 luglio venne dichiarata ufficialmente finita la guerra .

Secondo le stime ufficiali diffuse dal governo ruandese su una popolazione totale di 7.300.000 abitanti( di cui l’84% hutu, il 15% tutsi e l’1% twa) le vittime furono 1.174.000 in soli 100 giorni (10.000 morti al giorno, 400 ogni ora, 7 al minuto). Pesantissime ,come in tutte le guerre, furono le conseguenze sui più fragili: migliaia furono le vedove e oltre 400mila i bambini rimasti orfani. Il Ruanda è stato anche teatro dello stupro usato come arma di guerra: durante il genocidio i casi di violenza sessuale furono all’ordine del giorno e secondo un rapporto delle Nazioni Unite si contano circa 250mila donne seviziate nei modi più atroci e crudeli. Molte divennero sieropositive all’AIDS e molte altre furono uccise dopo essere state violentate . Furono oltre 20mila bambini nati dallo stupro e una delle conseguenze più profonde che il genocidio ha lasciato nel Paese è la difficoltà d’integrazione e il trauma psicologico che vivono i cosiddetti “figli degli assassini”, i bambini nati da quelle violenze sessuali compiute su larga scala.

Soltanto 100 giorni per oltre un milione di morti , torture e stupri etnici di inaudita crudeltà: questa cifra non è un semplice numero ma è un dato che mette i brividi e mette in luce – insieme alla precisa intenzione e ordinata pianificazione con cui fu organizzato e all’elevato numero di responsabili coinvolti- la terribile caratteristica del genocidio ruandese. Si stimano in 20mila circa (militari, politici, prefetti, giornalisti, ecc.) i pianificatori del genocidio, in 250mila circa i carnefici, in altri 250mila circa quanti furono comunque implicati negli atti di genocidio (tra i quali incredibilmente anche sacerdoti cattolici). Fu quindi un’operazione di inaudita violenza collettiva, non riconducibile alla responsabilità di pochi.

L’atteggiamento della comunità internazionale

La storia del genocidio dei tutsi è però anche la storia dell’indifferenza dell’Occidente di fronte ad eventi percepiti come distanti dai propri interessi perché in fondo l’Africa non interessava, né interessa oggi, ai potenti della Terra, se non per le sue ricchezze e le sue risorse che vengono sistematicamente depredate dai paesi del Nord del mondo. Diplomatici, agenzie di intelligence, vertici della difesa e alti ufficiali, persino lavoratori umanitari, fornirono in tempo le informazioni necessarie alla catena di comando per comprendere che era in atto la pianificazione di questo efferato genocidio contemporaneo ma la lettura degli avvenimenti da parte della comunità internazionale fu miope e scandalosamente ignava.

Emblematico fu l’atteggiamento dell’ONU che non solo si disinteressò del tutto delle tempestive richieste di intervento inviate dal comandante delle forze armate dell’ONU Dallaire ma che addirittura il 21 aprile del ’94 , attraverso il suo Consiglio di Sicurezza, decise all’unanimità di ridurre il contingente UNAMIR, l’ unico possibile baluardo contro il dilagare della violenza. Diversi paesi occidentali mandarono dei contingenti con l’unico scopo di salvare i propri cittadini: fra questi spiccano il Belgio e la Francia; quest’ultima non solo non intervenne per fermare i massacri ma anzi con l’operazione Turquoise fiancheggiò le milizie Hutu in ritirata dopo l’arrivo del FRP. Fu necessario aspettare fino a maggio affinché i media dessero notizie del genocidio in corso, smettendo di attribuire a faide tribali quanto stava accadendo e riconoscendo al massacro la portata di un vero e proprio programma di eliminazione sistematica che lo storico Pierre Chrètien classificò come “nazismo tropicale”.

Gli USA parlarono di “atti di genocidio” solo il 10 giugno 1994, dopo 2 mesi dall’inizio della mattanza: un atteggiamento attendista da mettere in relazione con la memoria ancora viva dei soldati americani massacrati nella Battaglia di Mogadiscio di alcuni mesi prima .

Il genocidio in Ruanda è una pagina intrisa di sangue, dove si verifica il fallimento della comunità internazionale nel proteggere la popolazione da un massacro organizzato, come riconobbe anche l’allora presidente Clinton a Kigali, nel 1998 , in un discorso tenuto di fronte ai sopravvissuti: “La comunità internazionale deve sopportare la sua parte di responsabilità in questa tragedia”.

Solo una minoranza dei responsabili è stata processata e condannata sia nei tribunali costituiti dall’ONU che in quelli popolari , detti Gacaca, istituiti per gestire le centinaia di migliaia di persone accusate di crimini durante il genocidio. Numerosi autori delle stragi sono rimasti impuniti o indirettamente protetti dai paesi occidentali dove riuscirono a fuggire, a causa dell’assenza di trattati di estradizione con il Ruanda ; ancora oggi i paesi europei a diverso titolo coinvolti nel genocidio negano le loro responsabilità mentre Francia e Belgio, soprattutto i secondi, non solo hanno permesso il genocidio ma lo hanno favorito creando ad hoc una polveriera.

Per alcuni dei carnefici fuggiti all’estero è stato applicato il principio della giurisdizione universale, ovvero la possibilità per uno Stato di processare un individuo per gravi crimini contro l’umanità anche se questi non è legato da criteri di nazionalità o di territorialità del reato al Paese dove è rifugiato.

L’organizzazione delle Nazioni Unite ha indetto per il 7 aprile la “Giornata di commemorazione del genocidio contro i Tutsi in Ruanda” e dieci anni dopo gli eccidi, nel 2004, è stato inaugurato a Kigali il Genocide Memorial Centre per ricordare i cruenti avvenimenti del 1994. Il centro è situato nel sobborgo di Gisozi, dove un numero surreale di persone, si stima circa 250mila , trovarono il loro ultimo riposo in una fossa comune.

I Giusti

Anche quello del Ruanda, come ogni genocidio, ha anche i suoi Giusti che scelgono di salvare vite umane, rifiutando di piegarsi alla cultura della morte che anima i massacri. Tra questi emerge la storia dell’imprenditore italiano Pierantonio Costa a cui per quindici anni, dal 1988 al 2003, l’Italia affidò la rappresentanza diplomatica in Ruanda . Nei tre mesi del genocidio, Costa portò in salvo dapprima gli italiani e gli occidentali e poi , dopo essersi stabilito in Burundi, a casa del fratello, organizzò una serie incessante di viaggi attraverso il Ruanda per mettere in salvo il maggior numero di persone possibile. Costa usò i privilegi di cui godeva , la rappresentanza diplomatica, la sua rete di conoscenze e il suo denaro per ottenere visti di uscita dal paese per tutti coloro che gli chiedevano aiuto. Aiutato dal figlio Olivier, Costa agì di concerto con rappresentanti della Croce Rossa e di svariate Ong : alla fine del genocidio avrà salvato quasi 2000 persone, tra cui 375 bambini di un orfanotrofio della Croce Rossa.

Dopo il Ruanda

Dopo il genocidio in Ruanda ed il colpevole silenzio dell’Occidente, il mondo concordò che l’odio e le politiche divisive non sarebbero mai più stati tollerati: invece in questi oltre 25 anni che ci separano da quei terribili cento giorni del 1994, l’impegno del ‘mai più’ è stato disatteso in tante, troppe occasioni. Abbiamo assistito con orrore ad altre atrocità di massa e ad innumerevoli crimini di diritto internazionale, spesso provocati dalle stesse strategie di esclusione e demonizzazione usate nel paese dalle Mille Colline. Nell’anno successivo al genocidio ruandese, vi fu l’ignominia di Srebrenica, dove oltre 8mila musulmani bosniaci furono massacrati dalle truppe serbe- bosniache e poi gli eccidi del 2003 in Darfur che provocarono oltre 300 mila vittime.

E ancor oggi vi sono vergognose pagine di violenza genocidaria: i Rohingya con i suoi oltre 700mila civili costretti a scappare in Bagladesh; il milione di Uiguri, rinchiusi nei campi di concentramento nella regione dello Xinjiang,in Cinaù; lo sterminio della piccola minoranza degli Yazidi perpetrato dai combattenti dello Stato islamico nella regione dello Sinjar; le guerre senza fine nello Yemen e nel continente africano; la crisi del Nagorno Karabakh … e l’elenco purtroppo è ancora lungo. Troppo spesso la coscienza dei leader mondiali si desta vergognosamente solo dopo le violenze per poi riprendere velocemente a spargere la solita retorica odiosa e disumanizzante che alimenta quegli eventi orribili: la pericolosa narrazione del “noi contro loro“, instillando paura e repressione a scapito dell’umanità e del rispetto per i diritti umani.

Gariwo, l’organizzazione che da oltre 20 anni si occupa dei Giusti e della promozione del bene, in occasione del Giorno della Memoria del 27 gennaio 2021 , nell’audizione del suo Presidente, Gabriele Nissim, di fronte alla Commissione esteri della Camera dei deputati, ha richiesto un maggiore impegno dell’ Italia per tenere fede alla Convenzione delle Nazioni Unite sulla prevenzione dei genocidi sottoscritta dal nostro Paese. L’assunzione di responsabilità secondo Gariwo deve passare attraverso tre concrete azioni: la nomina di un advisor italiano dei genocidi, la redazione di un rapporto annuale per informare l’opinione pubblica sui pericoli di nuovi genocidi nel mondo e le possibili misure da prendere per prevenirli e ,infine, la creazione anche in Italia di una agenzia autonoma e indipendente sui diritti umani, come proposto dall’Unione europea, che in collaborazione con la Corte Penale Internazionale , indaghi in modo permanente sullo stato dei diritti nel mondo e sui crimini contro l’umanità.

La storia dei genocidi ci ha insegnato che l’indifferenza e la mancata informazione di un crimine contro l’umanità sono i presupposti che permettono ai carnefici di agire impunemente e di nascondere le loro azioni. Dobbiamo allora cercare di mantenere alta la nostra attenzione per cogliere i pericolosi segnali che sono l’anticamera di nuovi genocidi, come lo scoppio di nuove violenze o i discorsi di odio che toccano qualsiasi minoranza, e le desolate parole pronunciate dal segretario generale dell’ONU Kofi Annan alla fine del suo mandato , che danno la misura del fallimento dell’intera comunità internazionale in Ruanda , devono divenire per tutti noi un monito e un appello alla responsabilità :

Dai tempi della Shoah , con grande ignominia, il mondo ha fallito più di una volta nel prevenire o porre fine a dei genocidi, quello ruandese su tutti.

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