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Livatino è proclamato Beato, il Papa: “Il suo esempio di legalità è uno stimolo per tutti”

Francesco: "Nel suo servizio alla collettività come giudice integerrimo, che non si è lasciato mai corrompere, si è sforzato di giudicare non per condannare ma per redimere"

Città del Vaticano – “Oggi, ad Agrigento, è stato beatificato Rosario Angelo Livatino, martire della giustizia e della fede. Nel suo servizio alla collettività come giudice integerrimo, che non si è lasciato mai corrompere, si è sforzato di giudicare non per condannare ma per redimere. Il suo lavoro lo poneva sempre “sotto la tutela di Dio”; per questo è diventato testimone del Vangelo fino alla morte eroica. Il suo esempio sia per tutti, specialmente per i magistrati, stimolo ad essere leali difensori della legalità e della libertà. Un applauso al nuovo Beato!”.

Così, al termine dell’Angelus, ricorda il giudice Rosario Livatino, ucciso dalla mafia a 37 anni e oggi proclamato beato. La data scelta per la celebrazione non è casuale: il 9 maggio del 1993, proprio ad Agrigento, Giovanni Paolo II lanciava un forte appello ai mafiosi: “Dio ha detto una volta: ‘Non uccidere’: non può uomo, qualsiasi, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio! Qui ci vuole civiltà della vita! Nel nome di questo Cristo, crocifisso e risorto, di questo Cristo che è vita, via verità e vita, lo dico ai responsabili, lo dico ai responsabili: convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!”.

Per la prima volta un Papa parlava apertamente di mafia: una vera rivoluzione che, col tempo, arriverà alla scomunica pronunciata da Bergoglio nel giugno del 2017 nella piana di Sibari, in Calabria, e rilanciata, un anno dopo, nel corso della messa celebrata a Palermo in occasione dell’anniversario della morte di Don Pino Puglisi.

La cerimonia ad Agrigento

La cerimonia di beatificazione si è svolta nella cattedrale di Agrigento. “Sarà commemorato ogni 29 ottobre”, fanno sapere dalla Santa Sede.

“Sono passati quasi trent’anni dallo storico grido di San Giovanni Paolo II nella valle dei Templi, quando, dopo aver incontrato i genitori del giudice e a conclusione della solenne celebrazione eucaristica, invitava in modo accorato i mafiosi a convertirsi. Da allora la nostra chiesa ha sentito il bisogno di conoscere meglio la figura del giovane giudice”, dice il cardinale Francesco Montenegro, a conclusione della celebrazione.

“Le testimonianze raccolte e la ricostruzione della vita del beato Livatino – ha aggiunto – ci hanno spinto ad aprire la fase diocesana del processo di beatificazione. Alla sua conclusione, la documentazione è stata consegnata alla Congregazione dei Santi per i passaggi previsti e ha avuto la conferma nella scelta di Papa Francesco di dichiararlo martire. Si tratta del primo giudice che viene riconosciuto martire a motivo della fede professata e testimoniata fino all’effusione del sangue. Quanto abbiamo vissuto ci responsabilizza a testimoniare con coraggio il Vangelo con una vita di fede semplice e credibile come quella del giudice Livatino. Speriamo che questa nostra terra di Sicilia, che purtroppo ancora soffre a motivo della mentalità mafiosa, faccia tesoro di questa lezione”.

Il pensiero e la preghiera, in questo momento, ha aggiungo l’arcivescovo a lungo pastore della chiesa agrigentina, “non possono non andare ai tanti magistrati, uomini delle forze dell’ordine, politici e a quanti altri sono state vittime della violenza dei malavitosi. Ma anche a coloro ai quali era rivolto il grido di Papa Giovanni Paolo II. Le chiediamo di portare al Santo Padre il nostro abbraccio. Ricordiamo ancora la sua storica visita a Lampedusa nell’estate del 2013 e lo sentiamo molto vicino alle fatiche e alle speranze della nostra chiesa”.

“In un mondo in cui ci sono tante parole e pochi fatti, il tema della coerenza è molto importante”, afferma il cardinale Marcello Semeraro, prefetto della Congregazione delle cause dei Santi, a margine della cerimonia di beatificazione.

“L’esempio del martire e beato – aggiunge – sia da modello per tutti. La coerenza di Rosario Livatino ci sia da incoraggiamento in tutti i momenti della vita, in un mondo in cui ci sono tante parole e pochi fatti è davvero importante. La credibilità umana è un valore di cui tutti noi hanno bisogno, sia i cattolici che i non cattolici”.

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