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Omicidio di Aldo Moro: una tragedia che cambiò per sempre la storia del nostro Paese

La storia e la memoria di una tragedia. Intervista all’On. Gero Grassi

Tra Storia e Memoria – Ci sono fatti che più di altri , in modo quasi simbolico, segnano il tempo della storia . Forse per la loro drammaticità, forse per il coinvolgimento di tutti noi, forse perché marcano una cesura nella vita di un paese creando un prima e un dopo : l’omicidio di Aldo Moro questo è stato nella storia recente dell’Italia.

Le immagini della strage della scorta, quelle della lunga prigionia dell’ex presidente del Democrazia Cristiana ed infine quella tetra e dolorosa del suo corpo esanime nel bagagliaio di una Renault 4 ritrovata in via Caetani, a Roma, hanno cambiato per sempre la storia del nostro paese. Quelle fotografie che fecero il giro del mondo rappresentano ancora oggi il simbolo degli “anni di piombo”: l’apogeo di una guerra civile strisciante che ha segnato l’Italia lungo gli anni Settanta e Ottanta con una lunga scia di centinaia di attentati, stragi e morti. Anni scolpiti da un universo incontrollato, magmatico, di movimenti politici che superarono fatalmente i confini estremi delle loro teorie e di ruoli mai fino in fondo chiariti di alcuni apparati dello stato.

La storia

Era il 16 marzo 1978 a Roma ed Aldo Moro – docente di Diritto penale, ex membro dell’Assemblea costituente nel 1946 e deputato dal 1948, Presidente della Democrazia Cristiana, cinque volte Capo del governo – come ogni mattina, lasciò il suo appartamento e salì in auto con gli uomini della sua scorta.

Non era però una giornata qualunque, quel giovedì 16 marzo: alle 10 di mattina, infatti, era previsto il voto di fiducia per la nascita di un governo che per, la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana, sarebbe stato sostenuto da una maggioranza allargata anche al Partito comunista italiano.

Il Pci di Enrico Berlinguer, dopo decenni di opposizione, si apprestava alla svolta: era il compimento del cosiddetto “compromesso storico”, la nascita di un governo “di unità nazionale”, basato sull’ alleanza tra Pci e Dc e la cui regia era stata condotta – pazientemente, per anni – proprio da Aldo Moro che quella mattina si stava recando in Parlamento per il voto. In quegli anni, il nostro stato democratico , nato con la Costituzione del dopoguerra, viveva una stagione densa di coincidenze che ne facevano un paese assediato da attacchi terroristici, da una lacerante crisi economica, da una instabilità politica perdurante (11 governi si erano succeduti nel volgere di pochi anni).

E tutto questo si verificava in una fase molto delicata a livello internazionale in cui accanto ai tradizionali equilibri delle due superpotenze, URSS e USA, vi erano nodi di grande tensione e in cui venivano spenti nel sangue , proprio con il favore degli USA, fermenti democratici negli stati del Sud America che avevano tentato esperienze democratiche e socialiste.

Poco dopo le 9.00 del mattino, all’altezza di via Fani il corteo fu fermato da un commando composto da cinque uomini delle Brigate Rosse che si affiancò alle auto e aprì il fuoco. Cinque militari – due carabinieri e tre poliziotti – vennero uccisi. Raffele Iozzino, Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera e Francesco Zizzi : questi i nomi degli uomini della scorta uccisi nell’agguato in cui vennero esplosi oltre 90 colpi di arma da fuoco. Moro, unico sopravvissuto alla strage, fu sequestrato e poche ore dopo, con rivendicazioni contemporanee a Roma, Milano e Torino, le Brigate Rosse comunicarono il suo rapimento. Mai un personaggio tanto noto e importante, oltretutto scortato, era stato obiettivo del terrorismo. Le Brigate rosse si facevano chiamare partito comunista combattente, avevano scelto la lotta armata contro lo Stato uccidendo, organizzando rapimenti e gambizzazioni, sparando cioè alle gambe degli avversari del loro ideale marxista-leninista.

Cominciava un dramma che durò 55 giorni, punteggiato di silenzi e comunicati delle Br e segnato dal drammatico dibattito interno alla Dc: accettare o rifiutare una trattativa con i terroristi. Fu tutto sbagliato nella gestione del sequestro Moro. Inutili posti di blocco ovunque per le vie di Roma, perquisizioni sempre a un passo dal covo in cui i brigatisti tenevano l’uomo politico, ma senza mai arrivare a lui.

Aldo Moro, nei giorni della prigionia, scrisse 86 lettere. Sono indirizzate a familiari, a papa Paolo VI (amico personale di Moro che si appella ai brigatisti più volte per la liberazione dicendo che si mette in ginocchio), a colleghi di partito per aprire una trattativa. Alcune arrivano ai destinatari nei giorni del sequestro, altri saranno ritrovate in un diverso covo a Milano e nella prigione quando fu scoperta. Supplicava lo stato di aprirsi al dialogo con i brigatisti, anche a costo di accettarne le rivendicazioni (per la liberazione chiedevano il rilascio di alcuni terroristi detenuti).

La Democrazia Cristiana, con Andreotti, capo del governo, e il ministro dell’Interno Francesco Cossiga in testa, rifiutarono ogni compromesso con le Br. Alcuni decenni dopo la vedova Eleonora accuserà: “Coloro che erano ai differenti posti di comando del governo lo volevano eliminare”. L’ultimo comunicato dei terroristi, il numero nove, arrivò il 5 maggio. Annunciava la conclusione del processo popolare a carico dello statista: “Concludiamo la battaglia cominciata il 16 marzo, eseguendo la sentenza”.

Aldo Moro scrisse alla moglie: “Siamo ormai credo al momento conclusivo… Resta solo da riconoscere che tu avevi ragione… vorrei restasse ben chiara la piena responsabilità della Dc con il suo assurdo e incredibile comportamento… si deve rifiutare eventuale medaglia… c’è in questo momento un’infinita tenerezza per voi… uniti nel mio ricordo vivere insieme… vorrei capire con i miei piccoli occhi mortali come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce sarebbe bellissimo”.

Quattro giorni dopo il suo corpo sarà ritrovato a via Caetani. Una strada scelta con cura: situata ad identica distanza dalle sedi del Pci e della Dc. La famiglia Moro rifiuta ogni celebrazione ufficiale: “Nessuna manifestazione pubblica o cerimonia o discorso: nessun lutto nazionale, né funerali di Stato o medaglia alla memoria. La famiglia si chiude nel silenzio e chiede silenzio. Sulla vita e sulla morte di Aldo Moro giudicherà la storia”.
L’obiettivo del rapimento del 16 marzo era la funzione innovativa che Moro aveva assunto in quella fase delicatissima della storia italiana : il suo omicidio segnò la fine del compromesso storico e dei governi di solidarietà nazionale con l’appoggio del Partito Comunista e infranse un disegno politico lungimirante con esiti che ancora oggi gravano sul nostro Paese.

Le condanne dei brigatisti e le confessioni del funzionario americano

Sulla strage, il sequestro e l’omicidio si aprirono più processi. Al loro esito vennero individuati e condannati esponenti delle BR che in vario modo avevano partecipato alla organizzazione e compimento dei gravissimi delitti. Per l’omicidio di Aldo Moro vennero condannate decine di brigatisti, compreso Mario Moretti, tra i fondatori delle Br e all’epoca a capo dell’organizzazione. I giudici inflissero 32 ergastoli e 316 anni di carcere. Al di là delle condanne, tuttavia, moltissime tesi sono state avanzate attorno al sequestro Moro. Alcuni hanno ritenuto che le Brigate rosse fossero state infiltrate dai servizi segreti americani, con l’obiettivo di screditare la causa comunista in un paese nel quale il Pci raccoglieva ormai un terzo dei consensi .

Di tali delitti si occuperanno a lungo anche le commissioni parlamentari di inchiesta per approfondire ogni tipo di condotta o di situazione tenuta o verificatasi con riferimento alla terribile vicenda. “Moro doveva morire perché stava realizzando in Italia la democrazia compiuta e voleva costruire l’Europa dei Popoli superando gli accordi di Yalta” ha dichiarato più volte l’onorevole Gero Grassi, già proponente dell’ istituzione della Commissione d’inchiesta Moro 2, che da anni infaticabilmente conduce in tutto il Paese una battaglia per la verità fatta di incontri, dibattiti, interviste, pubblicazioni in cui con appassionata partecipazione racconta le pieghe nascoste di questo omicidio che ha segnato la fine della Prima Repubblica. Racconta di quello che è stato scoperto in anni di indagini e di quello che ancora non sappiamo, e che forse non sarà dato mai conoscere, e di come all’assassinio di Moro parteciparono non solo le Brigate Rosse ma settori dello Stato che poi lo hanno ucciso ogni volta in cui la verità è stata coperta.

L’On. Gero Grassi, in Parlamento dal 2006 al 2018, dal 2014 ad oggi ha tenuto oltre 950 manifestazioni su Aldo Moro in tutta Italia ed alcune anche in Europa. Molte volte l’On Grassi è stato ospite a Fiumicino in avvenimenti pubblici organizzati dal Consiglio comunale e dalla scuola , il Leonardo da Vinci, che ho presieduto per 15 anni. In questa occasione ha accettato di rispondere ad alcune domande.

Come si è svolto il lavoro della Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro di cui lei è stato vicepresidente ?

La Commissione è istituita per legge ed ha gli stessi poteri della Magistratura. Si avvale di magistrati e Forze dell’Ordine. Svolge indagini, compie interrogatoti, effettua audizioni. I lavori sono durati da ottobre 2014 a febbraio 2018. Ogni settimana abbiamo avuto tre sedute ed abbiamo ascoltato circa 300 persone. Una esperienza bellissima che mi ha consentito di imparare tantissime vicende umane, politiche, giudiziarie, storiche e criminali.

A quali conclusioni siete giunti ? Diverse dalla versione ufficiale? In cosa?

Ci vorrebbero pagine per rispondere. Lo dico in sintesi. Il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro è stato fatto anche dalle Brigate Rosse con la partecipazione di uomini italiani e stranieri. Alcuni di questi rappresentavano indegnamente lo Stato.

Quali, a suo parere, gli aspetti ancora da chiarire?

Sono da chiarire tutti quegli aspetti non accertabili senza le verità che molti protagonisti tengono ancora per sè.
Come questa tragica vicenda ha influenzato la storia successiva del nostro Paese?
Purtroppo il disegno Moroteo della Democrazia Compiuta e dell’Europa dei Popoli non si è ancora realizzato e paghiamo oggi costi immensi di ritardo della democrazia e della libertà.
Il Faro online – Clicca qui per leggere la Rubrica “Tra Storia e Memoria”