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In Italia sempre meno neonati, Zingaretti: “Dobbiamo vincere la tragedia della denatalità”

"Vinceremo la sfida 'dell’inverno demografico' se sapremo vincere la paura con nuove condizioni materiali e di benessere e nello stesso tempo se sapremo rigenerare nel profondo nella società nuova etica e nuova spiritualità"

Roma – “Siamo qui perché non vogliamo voltarci dall’altra parte rispetto a questo vero inverno demografico ma vogliamo assumerci delle responsabilità. Sappiamo che la denatalità è un fenomeno complesso, bisogna andare allora alla radice del problema e abbandonare un ripiegamento così diffuso sui problemi del presente che rende incapaci di progettare il futuro”.

Lo ha detto il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, intervenendo agli Stati generali della Natalità in corso a Roma al quale hanno preso parte, tra gli altri, Papa Francesco (leggi qui) e il premier Draghi (leggi qui). Zingaretti ha parlato quindi dei problemi del lavoro con la sua “precarietà”, della “fatica quotidiana” del vivere di oggi “così vessato da incombenze, compiti”, delle nuove forme di “solitudine e di fragilità”. Di seguito il testo integrale dell’intervento del Governatore del Lazio

Santità, le sue parole di questa mattina richiamano ciascuno di noi alla sua dimensione individuale e collettiva ad una responsabilità di fronte alle grandi sfide che oggi emergono in tema della natalità. Saluto tutte le autorità presenti e gli altri relatori. Un ringraziamento sincero a Gigi De Paolo e al forum delle associazioni familiari, perché il tema della natalità è una vera e propria emergenza nazionale e, come tale, merita di entrare con forza dirompente nel dibattito pubblico del paese.

Siamo qui perché non vogliamo voltarci dall’altra parte rispetto ad un vero “inverno demografico” ma invece crediamo sia giusto affrontare questo tema.  Sappiamo che il fenomeno della denatalità è complesso e determinato da tanti diversi fattori. Occorre andare con coraggio alla radice del problema. Occorre capire le ragioni profonde che impediscono alle famiglie italiane di programmare un futuro con un figlio.

Occorre riconquistare un orizzonte di speranza. Occorre abbandonare il ripiegamento così diffuso, in particolare tra gli italiani, sui i problemi del presente, che li rende incapaci di progettare l’avvenire. Si tratta di ritrovare, anche su questi temi che paiono investire principalmente la sfera privata, il senso di una missione comune. Si tratta di unirsi per sostituire l’illusione dell’io alla forza e alla bellezza del noi.

Certamente la tendenza a non procreare o a procreare poco deriva da condizioni materiali difficili. Il lavoro prima di tutto, la sua assenza e la sua precarietà. La fatica della vita quotidiana di oggi. Così pressata da incombenze, da compiti, da responsabilità, che vengono avvertite spesso come un peso insostenibile.

Vivere in città e paesi con fragili servizi rivolti alle persone, che lasciano sole le famiglie quando si presentano particolari difficoltà, ma anche nella routine di tutti i giorni. C’è poca qualità di vita nelle nostre città. Sono organizzate in modo irrazionale e per nulla simili a quel sogno della sindaca di Parigi che immaginava la sua capitale tutta a portata di mano, ridotta nei tempi morti a 15 minuti.

E poi gli obiettivi che immediatamente dopo la seconda guerra mondiale tanti cittadini sentivano possibili da tempo sono stati messi in discussione. La fiducia in un benessere crescente, in una progressiva riduzione delle disuguaglianze, la convinzione che attraverso i canali della democrazia ognuno fosse in grado di progredire, di arrivare ad un dignitoso benessere, di investire i propri risparmi comprando la propria casa e raggiungendo una sua stabilità. Non c’è più tutto questo. Ora prevale l’incertezza, la precarietà, lo sfarinamento dei legami con gli altri. Dilaga un senso di solitudine che è la cifra vera della nostra modernità.

L’Italia è sempre più divisa culturalmente, territorialmente, socialmente, dal punto di vista sanitario e di genere. La pandemia ha aggravato questa tendenza. E ha messo in evidenza come senza gli altri non si riesce a sopravvivere. Senza gli altri non solo non ci si può curare, ma perfino letteralmente non si esiste.

Il grande pensiero del personalismo cristiano che dopo le tragedie del 900 dovute ad una terribile impennata ideologica della politica, che ha portato ai totalitarismi e ad immani tragedie, ha rimesso al centro il valore delle persone. Delle singole persone. Ma non come monadi le une separate dalle altre. Ma come persone legate ad altre persone. Che crescono, maturano, e si esprimono nell’altro. Non escludendo l’altro. Ma riconoscendolo e nutrendosi di esso.
Questo mi ha insegnato in questi mesi la lotta che anche nella Regione che presiedo ho condotto con il massimo dell’impegno contro il Covid. E’ stata una lotta materiale, organizzativa, tecnica e scientifica. Ma è stata anche una grande lezione etica; che ha sedimentato valori e sentimenti.

Abbiamo toccato con mano cosa significa non avere un lavoro, in particolare tra le donne e i giovani; aver ridotto diritti e servizi; aver rinunciato a investimenti in grado di rilanciare lo sviluppo e la crescita. L’Europa, dopo anni di austerity e depressione economica, ha determinato una svolta. L’ha impostata per primo proprio il professor Draghi.

Impedendo che l’economia europea si avvitasse su se stessa. Con il suo grande lavoro come presidente della banca europea. Ed oggi lo stesso professor draghi ha ricordato quanto, nell’ambito di una possibile ripresa delle nostre nazioni europee, sia grave la nostra realtà demografica. E quanto sia decisivo, per modificarlo in meglio, mettere tutti nelle condizioni di poter progettare e praticare le proprie scelte di vita.

L’Italia per evitare la tragedia della denatalità e quindi della crisi di qualsiasi ipotesi di sviluppo non solo economico, deve dotarsi di strumenti ad hoc per aiutare le famiglie. Alcuni passi importanti sono stati compiuti, come l’assegno unico. Questo strumento dovrà avere risorse adeguate e deve essere accompagnato da altre misure, come per esempio un massiccio investimento nella fascia di età dei bambini da 0 a 6 anni, come è previsto PNRR.

Eppure la necessaria rivoluzione circa la natalità e genitorialità ha bisogno di un disegno innovativo complessivo e convincente, se si vuole combattere veramente la paura delle giovani coppie del nostro paese a procreare, soddisfacendo un istinto e i sentimenti, i più belli tra quelli che si possono avvertire nell’animo umano. Occorre azzerare il costo dell’istruzione per i redditi medio bassi, per garantire a tutti il diritto allo studio dei figli dal nido all’università. Occorre investire sulla rete dei servizi per l’infanzia. Favorire la conciliazione vita-lavoro per i genitori.

Occorre sostenere la parità di donne e uomini nell’accesso ai congedi familiari, nei salari. C’è tanto da fare. La Politica e le Istituzioni devono considerare questo tema uno snodo fondamentale nella storia della nazione.

Ma accanto a tutto ciò, certamente fondamentale, c’è qualcosa anche di più profondo sul quale investire. Riguarda una certa decadenza spirituale, etica e valoriale che sta corrodendo le società moderne. Una sorta di egoismo che privilegia in ogni momento il consumo, la ricerca di una soddisfazione individuale economica, o estetica, o di pura fruizione del divertimento e dello svago, che tende persino a trasformare la cultura, l’arte, la ricerca del pensiero in esperienze piatte, superficiali e del tutto non formative.

Ci si chiude in un bozzolo povero e privo di senso, che rifugge i poveri, i meno fortunati, coloro che hanno bisogno, coloro che hanno poco o niente e che tendono una mano.

E’ il rifiuto del dolore, delle increspature inevitabili della vita, della complessità delle responsabilità formative che portano ognuno ad una coscienza più alta. Questo va combattuto. Perché la grande svolta della civiltà moderna, dell’affermazione del “moderno” nella società occidentale è stata proprio la lezione della grande politica e del cristianesimo, che ha spinto ognuno a migliorarsi, a progettare una “città del sole”, a lavorare per una “utopia nella storia”.

Procreare chiama in causa questi temi con enorme evidenza. Rende possibile ai giovani di uscire da quel “bozzolo narcisista” che privilegia sempre se stessi, la propria soddisfazione nel momento, rispetto ad un “calcolo” d’amore. Ad una scommessa che può prevedere impegno e tenacia ma nello stesso tempo gioie impensabile nel rapporto con chi ha preso vita da te. Un atto di speranza che combatte ogni istinto di morte e garantisce la conservazione della tua specie. Ecco vinceremo la sfida “dell’inverno demografico” se sapremo vincere la paura con nuove condizioni materiali e di benessere e nello stesso tempo se sapremo rigenerare nel profondo nella società nuova etica e nuova spiritualità. 

(Il Faro online)