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Nelson Mandela Day: il 18 luglio 2021 è la Giornata dedicata al leader contro l’apartheid

La Giornata dedicata all'uomo che ha dedicato la sua vita alla lotta contro qualsiasi forma di razzismo

“Non importa quanto stretto sia il passaggio, Quanto piena di castighi la vita, Io sono il padrone del mio destino: Io sono il capitano della mia anima”… Questa è la frase, tratta dalla poesia “Invictus”, scritta nel 1888 dal poeta inglese William Ernest Henley, che Nelson Mandela usava spesso per alleviare i 27 anni della sua prigionia causati dalla sua opera di pieno riconoscimento dei diritti civili degli appartenenti ai gruppi etnici non bianchi durante l’apartheid. Lotta che Mandela portò avanti fino al giorno il cui il suo cuore cessò di battere a Johannesburg, il 5 dicembre 2013. Per ricordare 95 anni segnati dalla voglia di vivere in libertà e giustizia, il 18 giugno di ogni anno si celebra in tutto il mondo il leader del movimento anti-apartheid. 

Tale giorno fu dichiarato dalle Nazioni Unite nel novembre del 2009, con la prima giornata di Mandela celebrata il 18 luglio 2010. Mandela ha dedicato la sua vita alla lotta all’apartheid, un sistema legislativo che impone la segregazione razziale, ed all’abolizione di qualsiasi tipo di discriminazione, distinguendosi per il profondo impegno e il grande coraggio con cui ha portato avanti questa battaglia.

L’uomo contro l’apartheid

Nesol Mandela Nasce il 18 luglio 1918 nel villaggio di Mvezo a Umtata, allora parte della Provincia del Capo in Sudafrica. Il padre, Gadla (Henry Mphakanyiswa Mandela), era un capo locale e consigliere del monarca; fu nominato alla carica nel 1915, dopo che il suo predecessore fu accusato di corruzione da un magistrato bianco al governo. Poiché Mandela era il figlio del re da una moglie del clan Ixhiba, i discendenti del suo ramo cadetto della famiglia reale erano morganatici, non ammissibili per ereditare il trono ma riconosciuti come consiglieri reali ereditari. Nel 1940, all’età di ventidue anni, insieme al cugino Justice fu messo di fronte all’obbligo di doversi sposare con una ragazza scelta dal capo della tribù thembu Dalindyebo. Questa imposizione di matrimonio combinato era una condizione che né Mandela né il cugino volevano tollerare. Così decise di scappare insieme al cugino, in direzione della città di Johannesburg.

Iniziò gli studi di legge alla University College of Fort Hare. Mandela fu coinvolto nell’opposizione al minoritario regime sudafricano, che negava i diritti politici, sociali e civili alla maggioranza nera sudafricana, che gli costò l’espulsione dall’istituzione accademica. Unitosi all’African National Congress nel 1942, due anni dopo fondò l’associazione giovanile Youth League, insieme a Walter Sisulu e Oliver Tambo. Continuò gli studi presso la University of South Africa e riuscì a laurearsi presso Fort Hare nel 1943. Nel 1944 si sposò con Evelyn Mase, dalla quale divorziò nel 1958.

Dopo la vittoria elettorale del 1948 da parte del Partito Nazionale, autore di una politica pro-apartheid di segregazione razziale, Mandela si distinse nella campagna di resistenza del 1952, organizzata dall’ANC, ed ebbe un ruolo importante nell’assemblea popolare del 1955, la cui adozione della Carta della Libertà stabilì il fondamentale programma della causa anti-apartheid. Durante questo periodo Mandela e il suo compagno avvocato Oliver Tambo fondarono l’ufficio legale Mandela e Tambo fornendo assistenza gratuita o a basso costo a molti neri che sarebbero rimasti altrimenti senza rappresentanza legale.

L’arresto e la detenzione

A 40 anni Nelson capisce che i sostenitori dell’apartheid, pur di mantenere i loro privilegi, sarebbero disposti a massacrare i neri. Accetta allora di impugnare le armi e di organizzare la guerriglia. È disposto a rischiare tutto ciò che ha, pur di cambiare il Sudafrica.

Entra in clandestinità, ma presto le forze governative lo scoprono e lo arrestano. Nel 1964 Mandela viene rinchiuso a Robben Island, nel buio di una cella di isolamento e diventa così il numero 46664.

I carcerieri si convincono che quell’uomo in catene non sarebbe più tornato a essere Mandela, il leader carismatico della lotta contro l’apartheid. Nel buio della sua cella, tuttavia, Mandela non smette di credere nel cambiamento. Gli anni Settanta del Sudafrica scorrono senza stravolgimenti, ma nel resto dell’Occidente molte persone cominciano a interessarsi delle ingiustizie che si verificano.

Il mondo comincia ad accorgersi che quell’uomo, può veramente cambiare le cose. Comincia una mobilitazione che si prolunga fino alla metà degli anni Ottanta. Nel decennio di Ronald Reagan e Margaret Thatcher, una generazione di musicisti raccoglie il grido degli oppressi del Sudafrica e chiede la libertà del prigioniero numero 46664. Anche diverse istituzioni sportive decidono di punire gli artefici dell’apartheid, escludendo le rappresentative sudafricane dalle competizioni internazionali.

La Presidenza

Mandela fu liberato l’11 febbraio del 1990, giorno in cui tenne un memorabile discorso dal Municipio di Città del Capo. Nonostante la dura oppressione e la lunga detenzione, rinunciò a una strategia violenta e vendicativa in favore di un processo di riconciliazione e pacificazione.

Divenuto libero cittadino e Presidente dell’ANC, Nelson Mandela concorse contro De Klerk per la nuova carica di presidente del Sudafrica e il 27 aprile 1994 vinse le prime elezioni democratiche, diventando il primo capo di stato di colore. De Klerk fu nominato vicepresidente. Come presidente (maggio 1994–giugno 1999), Mandela presiedette la transizione dal vecchio regime basato sull’apartheid alla democrazia, guadagnandosi il rispetto mondiale per il suo sostegno alla riconciliazione nazionale e internazionale. Tale transizione fu portata avanti tramite l’istituzione, da parte dello stesso Mandela, di un tribunale speciale, la cosiddetta Commissione per la Verità e la Riconciliazione (Truth and Reconciliation Commission, TRC). Un ruolo particolare Mandela svolse nell’ispirare e consigliare i rappresentanti dello Sinn Féin irlandese, impegnati nelle trattative di pace con il governo britannico

Alcuni esponenti radicali furono delusi dalle mancate conquiste sociali durante il periodo del suo governo, nonché dall’incapacità del governo di dare risposte efficaci al dilagare dell’HIV/AIDS nel Paese. Questo nonostante l’ideazione, nel 1995, dell’ambizioso National AIDS Plan, secondo il quale tutti i ministeri erano chiamati a sviluppare programmi in base al proprio ambito di competenza e dove, per la prima volta, veniva stabilito che le persone affette da HIV/AIDS non dovevano patire alcuna forma di discriminazione. La mancanza di coordinamento, la decentralizzazione del potere e la frammentazione del sistema sanitario ereditato dall’apartheid resero però vano lo sforzo del governo Mandela e, nel 1996, il fallimento del Plan venne sancito anche dalle statistiche: il numero delle infezioni era addirittura raddoppiato, passando dal 7,6% al 14,2%. Mandela stesso ammise, dopo il suo congedo, che forse aveva commesso qualche errore nel calcolare il possibile pericolo derivante dal diffondersi dell’AIDS. Anche la decisione di impegnare le truppe sudafricane per opporsi al golpe del 1998 in Lesotho fu una scelta controversa.

Il 18 luglio 1998, giorno del suo ottantesimo compleanno, si sposò (per la terza volta) con Graca Machel.

Alla scadenza del mandato presidenziale nel 1999, Mandela decise di non ricandidarsi, esprimendo così ancora una volta la sua convinzione che solo il superamento di una visione personalistica del potere fosse la premessa per continuare in un reale processo di democratizzazione. Negli anni successivi M. continuò sia nel suo impegno internazionale per rafforzare il legame della Repubblica Sudafricana con l’area dei paesi occidentali, sia nell’opera di mediazione per la soluzione dei diversi conflitti che contrassegnavano la vita politica dell’Africa. La lunga carcerazione, ma soprattutto la costante lotta per l’abolizione dell’apartheid e per il riconoscimento dei diritti politici dei neri gli hanno procurato rispetto e notorietà internazionali e ne hanno fatto il simbolo della lotta contro ogni forma di razzismo. Nel 1993 ha ricevuto il premio Nobel per la pace.
(Il Faro online)