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Quel feeling tra talebani e Usa alla ricerca della stabilità in Afghanistan

Un articolo pubblicato nel 2004, su documenti risalenti addirittura al 1998, chiarisce come la trattativa tra Stati Uniti e Talebani sia stata sempre aperta

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Questo articolo è datato 16 settembre 2004, pubblicato sul quotidiano Il Tempo (clicca qui per vedere il pdf della pagina). Testimonia come fosse chiaro già da allora che i talebani (o taleban, più precisamente) avessero un filo diretto con l’amministrazione Usa. Anzi, che lo avessero ben prima di quella data, e cioè nel periodo compreso tra il 1998 e il 2001. Dai documenti desecretati dagli Stati Uniti, emergevano tre frasi che davano il senso del tutto, già allora. E che oggi sono evidenti nella loro attuazione, al netto dei tanti commentatori che si sorprendono di come ci sia stato un vero e proprio “sciogliete le righe” al posto di una transizione lenta verso nuove forme di governo in Afghanistan: “Gli attacchi americani sono controproducenti per cercare di ricreare un feeling con il mondo islamico”, “i taleban non «costituiscono una minaccia per gli Usa»”, e ancora “Il problema è la legittimazione del governo taleban da parte di Washington”.

Rileggiamo quelle righe facendo un passo indietro: tutto sembrerà più chiaro.

«PRONTO, sono il Mullah Omar». Il capo supremo dei taleban appena due giorni dopo il lancio di missili contro l’Afghanistan, il 20 agosto 1998, chiamò il Dipartimento di Stato americano su una linea riservata. «Non so assolutamente cosa faccia Osama Bin Laden tantomeno se abbia mai pianificato azioni terroristiche durante la permanenza in Afghanistan», tuonò al telefono il Mullah. Tutto questo avveniva il 22 agosto dopo che i Cruise Usa avevano colpito due centri di addestramento di Al Qaeda attraverso una linea telefonica preferenziale attivata dal Dipartimento di Stato Usa direttamente con il leader supremo dei taleban.

L’organizzazione di Bin Laden il 7 agosto 1998 aveva attaccato contemporaneamente le ambasciate Usa in Tanzania e Kenya causando oltre 260 vittime. La reazione americana si fece attendere solo 13 giorni. Ora grazie a documenti declassificati dal governo degli Stati Uniti si possono ricostruire i rapporti tra Washington e Kabul tra il 1998 e il 2001. Si scopre così che per ben 30 volte Mullah Omar ebbe contatti con l’Amministrazione Clinton e tre volte con quella Bush.

Il Mullah Omar ha conquistato potere e carisma perché avvolto con il «mantello di Maometto» che era conservato nella moschea di Kandahar, si presentò al cospetto dei combattenti taleban prima della conquista di Kabul nel 1996. Un occhio perso durante la guerra contro i sovietici e poi la fuga in motocicletta durante l’avanzata delle milizie dell’Alleanza del Nord nell’ottobre 2001. La mitologia intorno al Mullah vuole che sia sposato con una figlia di Osama. Mesi orsono è sfuggito nuovamente alla cattura passando sotto il naso degli americani camuffato da «pellegrino».

Il Mullah e la sua scorta si trovavano in una moschea quando questa fu circondata da soldati americani. Nascoste le armi nel tempio, uscirono in fila pregando senza che nessun li fermasse. I documenti resi pubblici adesso rivelano quanto e per quanto tempo sia Clinton che Bush trattarono con il capo dei taleban.

Il Dipartimento di Stato americano era riuscito ad avere un contatto diretto con il Mullah Omar nel tentativo di ottenere l’estradizione di Osama Bin Laden. Un numero di telefono che conosceva solo il leader degli «studenti del corano». Il responsabile del Dipartimento di Stato per il Pakistan e Afghanistan Michael Malinowski sostenne, si legge nei documenti, che «una linea telefonica era cosa misera per intavolare un dialogo serio con il governo taleban». Malinowski riferisce nel suo rapporto di «aver parlato a lungo con il Mullah Omar soprattutto sulla presenza di Bin Laden in Afghanistan».

«Non ho messaggi particolari per voi. Per me va bene aprire un dialogo con gli Stati Uniti – rispose il capo dei taleban – Ma voi dovete portar via le vostre truppe dall’Arabia Saudita». In calce, sotto la trascrizione di questa telefonata, Malinowski ha scritto: «Scimmiottava slogan di Bin Laden e nello stesso tempo sosteneva di non sapere dove fosse».

Dopo le bombe del 1998 il Mullah Omar alza la cornetta della «linea rossa»: «Gli attacchi americani sono controproducenti per cercare di ricreare un feeling con il mondo islamico». In un’altra conversazione Omar suggerì che per risolvere la situazione tra Afghanistan e Stati Uniti, viste le vicende erotico-istituzionali di Clinton: «Sarebbe meglio che il presidente si dimetta».

Malinowski è convinto che il Mullah Omar e i suoi taleban non «costituiscono una minaccia per gli Usa». I rapporti tra Kabul e Washington continuano. Il Mullah Ehsan, membro dalla Shura dei taleban, spiega agli americani che «espellere Bin Laden non è la soluzione del problema. Il problema è la legittimazione del governo taleban da parte di Washington».

L’ultimo rapporto contenuto del documento reso pubblico in questi giorni è una lettera spedita il 15 febbraio 2001 al segretario di Stato di Bush, Colin Powell. «Bin Laden è stato più volte richiamato a non intraprendere attività militari sul suolo dell’Afghanistan. I taleban possono considerare anche l’ipotesi di un controllo diretto da parte degli Stati Uniti. All’80-90% degli afgani non piace Bin Laden». La lettera conclude: «Ci auguriamo che i vostri missili lo colpiscano».

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