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Malasanità alle porte di Roma, muore un 33enne: la famiglia in cerca di risposte

Tramite il proprio avvocato di fiducia la moglie del 33enne vuole verificare che non ci sia stata negligenza medica

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Ritengono ci sia stata imperizia medica i familiari di Ihor Shtohrin morto a 33 anni in ospedale. Una presunta negligenza da parte del presidio ospedaliero per la quale la moglie del 33enne ha dato incarico al suo legale di fiducia, l’avvocati Renato Mattarelli del foro di Latina, di accertare le eventuali responsabilità.

L’avvocato ha ricostruito nel dettaglio la vicenda ricordando come “nel luglio 2012, Ihor Shtohrin, affetto da epatopatia HCV è stato sottoposto a una terapia sperimentale anti-epatite C (HCV) a base di farmaci antivirali, somministrati presso l’Ambulatorio di Epatologia del PO ‘De Santis’ di Genzano afferente alla Asl Roma 6.

La cura, somministrata per la prima volta il 18 ottobre del 2012 e proseguita fino al 12 marzo del 2013, non è stata interrotta dai sanitari – sottolinea il legale – al manifestarsi dei primi segni di intolleranza (eruzione cutanea) e sintomi avversi (agitazione, nervosismo, aggressività, insonnia).

Allo stato attuale non risulta che Ihor Shtohrin, di nazionalità ucraina e con poca padronanza della lingua italiana, abbia prestato consenso informato alla terapia farmacologica né risulta un approfondito studio del suo caso clinico prima delle infusioni sperimentali”.

I fatti a seguito dei quali il 33enne è morto risalgono al 29 marzo del 2013 quando “Ihor Shtohrin è stato colpito a Grottaferrata da un violento stato di agitazione psico-motoria e trasportato d’urgenza con autoambulanza al DEA del Pronto soccorso di un ospedale dei Castelli romani alle 9 e 27 dove, dopo di 23 minuti, è entrato in arresto cardiaco (immediatamente dopo la somministrazione di farmaci anti-psicotici). Alle 9 e 50 – ripercorre gli ultimi minuti di vita del 33enne l’avvocato Mattarelli – i sanitari hanno iniziato le manovre rianimatorie fino alle 10 e 50 (o le 11 e 05), ora in cui è stato constatato il decesso”.

A destare perplessità circa il comportamento medico-sanitario sarebbe stata “ la somministrazione di farmaci anti-psicotici, da parte dei medici del Pronto soccorso nel quale il 33enne è stato condotto, senza contattare prima i colleghi del presidio ospedaliero nel quale l’uomo era sottoposto a terapia sperimentale. Riteniamo, inoltre – spiega ancora il legale – non sia stato eseguito l’esame obiettivo del paziente. Non si sia proceduto alla raccolta anamnestica. Non vi siano stati esami diagnostici, chimici e strumentali di routine e quindi non si sia proceduto a diagnosi (né organica, né psichica) anche per il tramite dello psichiatra, nonostante la precedente all’allerta del 118. Non sembra siano stati valutati i rischi di interazione con i farmaci sperimentali assunti dal paziente nonostante gli antivirali-antiepatitici annoverano notoriamente, fra gli effetti collaterali, lo stato di agitazione psico-motoria”.

Ad aggravare la situazione ci sarebbero altre valutazioni da parte del legale della moglie del 33enne il quale evidenzia: “I medici del Dea hanno somministrato coattivamente, senza consenso del paziente e della moglie, una massiva e contestuale quantità di farmaci antipsicotici che possono aver contribuito a provocare (direttamente e/o in concorso con la pregressa terapia antivirale) l’arresto cardiocircolatorio ed il decesso. Risultano quanto meno violati – conclude l’avocato Mattarelli – il diritto del paziente all’informazione, il diritto consenso/dissenso, il diritto all’autodeterminazione nonché alla libertà personale”.

Fin qui la storia, con le diverse posizioni espresse da alcuni protagonisti; resta la denuncia, e un iter giudiziario che vede presunti innocenti tutti gli attori fino a pronunciamento di sentenza. Va ricordato che un’accusa non equivale a una condanna e che le prove si formano in Tribunale.

(Il Faro online)

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