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Concorsi truccati all’Asl di Latina, in Tribunale la resa dei conti

Indagati direttore amministrativo e funzionari dell'Asl e l’ex senatore del Pd. Devono rispondere a vario titolo di rivelazione di segreto d'ufficio, corruzione e falso

Latina – Si è celebrata ieri mattina, davanti al collegio giudicante del tribunale di Latina presieduto dal giudice Aldo Morgigni, la prima udienza del processo che vede indagati l’ex senatore del Partito Democratico Claudio Moscardelli, l’ex direttore amministrativo facente funzione dell’Asl e il funzionario dell’azienda sanitaria di Latina arrestati (leggi qui) nell’abito dell’inchiesta sui concorsi truccati della Asl a Latina.

Diversi i capi di imputazione dei quali i tre indagati sono stati chiamati a rispondere a vario titolo, tra i quali i reati di rivelazione di segreto d’ufficio, corruzione e falso. Un quadro accusatorio che sarebbe arrivato al termine di attività investigative svolte dalla Guardia di Finanza e coordinata dai Sostituti procuratori della Repubblica di Latina procuratori Valerio De Luca e Claudio De Lazzaro. E ieri sarebbero comparsi il direttore amministrativo e il funzionario e non l’ex senatore del Pd. Presente anche il collegio difensivo: gli avvocati Luca Giudetti, Leone Zeppieri, Stefano Mancini, Renato Archidiacono e Armando Sulpizi.

Ma l’udienza di ieri è stata utile per la richiesta di costituzione di parte civile (leggi qui). Anzi per le 8 richieste sulle quali il collegio si è riservato di pronunciarsi relative al Comune di Latina, alle Asl di Latina, Viterbo e Frosinone, alla Regione Lazio, all’associazione ‘Caponnetto’, alla Confconsumatori Lazio Aps e a una partecipante al concorso oggetto del procedimento, rappresentanti in aula dai propri difensori di fiducia, gli avvocati: Cinzia Mentullo, Alessandro Benedetti, Valentino Vescio, Carlo D’Amata e Alfredo Galasso.

Solo nella prossima udienza, fissata per il 18 novembre, il giudice si pronuncerà sull’ammissione o meno delle parti civili e in quella sede deciderà anche in merito all’ammissione delle prove.

Per dovere di cronaca, e a tutela di chi è indagato, ricordiamo che un’accusa non equivale a una condanna, che le prove si formano in Tribunale e che l’ordinamento giudiziario italiano prevede comunque tre gradi di giudizio.

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