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Il Papa proclama 10 novi santi: “Combattevano il cancro dell’indifferenza. Imitiamoli” foto

In piazza San Pietro 45mila fedeli: ovazioni e applausi all'annuncio dei nomi dei nuovi santi (sei uomini e 4 donne) tra cui Charles de Foucauld. Il Pontefice: "La santità non è fatta di pochi gesti eroici, ma di tanto amore quotidiano"

Città del Vaticano – “Non anteporre i propri interessi; disintossicarsi dai veleni dell’avidità e della competizione; combattere il cancro dell’indifferenza e il tarlo dell’autoreferenzialità, condividere i carismi e i doni che Dio ci ha donato”. Ecco la strada per raggiungere la santità, che non è fatta di “pochi gesti eroici” ma “di tanto amore quotidiano”.

A dirlo, davanti a 45mila fedeli che riempiono una piazza San Pietro infuocata dal caldo sole di maggio, è Papa Francesco che sul sagrato della basilica vaticana eleva agli onori degli altari dieci nuovi santi (sei uomini e quattro donne): Titus Brandsma, Lazzaro, detto Devasahayam, César de Bus, Luigi Maria Palazzolo, Giustino Maria Russolillo, Charles de Foucauld, Maria Rivier, Maria Francesca di Gesù Rubatto, Maria di Gesù Santocanale e Maria Domenica Mantovani.

Le canonizzazioni si svolgono come prescritto nel rito: dopo il canto dell’inno Veni Creator Spiritus (tra i più antichi della storia della Chiesa), il Prefetto della Congregazione dei Santi, accompagnato dai postulatori, domanda al Santo Padre che si proceda alla Canonizzazione dei Beati dei quali viene tratteggiata la biografia e virtù eroiche. E, dopo le litanie dei Santi, il Papa, con una formula latina, atto ufficiale e solenne, dichiara e definisce “Santo/a” il Beato/a, autorizzandone la celebrazione della memoria liturgica per la Chiesa universale.

Sull’altare, addobbato con fiori e candele, vengono portate le reliquie dei nuovi Santi mentre sulla facciata della basilica vaticana sventolano gli arazzi dove sono raffiguranti i loro volti.

Nell’omelia, incentrata sulle parole di Gesù pronunciate poco prima di morire in croce, Papa Francesco si sofferma su due elementi: “l’amore di Gesù per noi” e “l’amore che Lui ci chiede di vivere”.

“Come io ho amato voi”, si legge nel Vangelo di Giovanni proclamato nella liturgia odierna. E “come ci ha amato Gesù? Fino alla fine, fino al dono totale di sé. Nell’ora del tradimento, Gesù conferma l’amore per i suoi. Perché nelle tenebre e nelle tempeste della vita questo è l’essenziale: Dio ci ama”. Poi ammonisce i fedeli: “Non dimentichiamolo mai. Al centro non ci sono la nostra bravura, i nostri meriti, ma l’amore incondizionato e gratuito di Dio, che non abbiamo meritato. All’inizio del nostro essere cristiani non ci sono le dottrine e le opere, ma lo stupore di scoprirsi amati, prima di ogni nostra risposta”.

Mentre il mondo vuole spesso convincerci che abbiamo valore solo se produciamo dei risultati, il Vangelo ci ricorda la verità della vita: siamo amati. Lui ci ha amato per primo, Lui ci ha aspettato. Lui ci ama, Lui continua ad amarci. E questa è la nostra identità: amati da Dio. Questa è la nostra forza: amati da Dio.

Una verità che, secondo il Papa, “chiede una conversione sull’idea che spesso abbiamo di santità. A volte, insistendo troppo sul nostro sforzo di compiere opere buone, abbiamo generato un ideale di santità troppo fondato su di noi, sull’eroismo personale, sulla capacità di rinuncia, sul sacrificarsi per conquistare un premio”. Ma questa, aggiunge a braccio, “è una visione a volte troppo pelagiana della vita, della santità. Così abbiamo fatto della santità una meta impervia, l’abbiamo separata dalla vita di tutti i giorni invece che cercarla e abbracciarla nella quotidianità, nella polvere della strada”. Essere discepoli di Gesù, e quindi santi, significa “anzitutto lasciarsi trasfigurare dalla potenza dell’amore di Dio”.

“L’amore che riceviamo dal Signore è la forza che trasforma la nostra vita: ci dilata il cuore e ci predispone ad amare”, sottolinea il Pontefice. Da qui la riflessione sulla seconda frase di Cristo: “Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri”. Un invito, fa notare Bergoglio pronunciando l’omelia sempre seduto (il dolore al ginocchio persiste), che “non è solo imitare l’amore di Gesù; significa che possiamo amare solo perché Lui ci ha amati, perché dona ai nostri cuori il suo stesso Spirito, lo Spirito di santità, amore che ci guarisce e ci trasforma”.

Per questo possiamo fare scelte e compiere gesti di amore in ogni situazione e con ogni fratello e sorella che incontriamo, perché siamo amati e abbiamo la forza di amare. Così come io sono amato, posso amare. Sempre, l’amore che io compio è unito a quello di Gesù per me: “così”. Così come Lui mi ha amato, così io posso amare. È così semplice la vita cristiana, è così semplice! Noi la rendiamo più complicata, con tante cose, ma è così semplice.

Ma, in concreto, che cosa significa vivere questo amore? La risposta il Papa la dà in due verbi: “servire e dare la vita”. Servire, cioè non anteporre i propri interessi; disintossicarsi dai veleni dell’avidità e della competizione; combattere il cancro dell’indifferenza e il tarlo dell’autoreferenzialità, condividere i carismi e i doni che Dio ci ha donato. Nel concreto, chiedersi ‘che cosa faccio per gli altri?’ Questo è amare, e vivere le cose di ogni giorno in spirito di servizio, con amore e senza clamore, senza rivendicare niente”.

Dare la vita, invece, “non è solo offrire qualcosa, come per esempio alcuni beni propri agli altri, ma donare sé stessi”. A braccio poi il Pontefice racconta: “A me piace domandare alle persone che mi chiedono consiglio: ‘Dimmi, tu dai l’elemosina?’ – ‘Sì, Padre, io do l’elemosina ai poveri’ – ‘E quando tu dai l’elemosina, tocchi la mano della persona, o butti l’elemosina e fai così per pulirti?’. E diventano rossi: ‘No, io non tocco’. ‘Quando tu dai l’elemosina, guardi negli occhi la persona che aiuti, o guardi da un’altra parte?’ – ‘Io non guardo’. Toccare e guardare, toccare e guardare la carne di Cristo che soffre nei nostri fratelli e nelle nostre sorelle. È molto importante, questo. Dare la vita è questo”.

La santità, conclude, “non è fatta di pochi gesti eroici, ma di tanto amore quotidiano. Servire il Vangelo e i fratelli, offrire la propria vita senza tornaconto, senza ricercare alcuna gloria mondana: a questo siamo chiamati anche noi. I nostri compagni di viaggio, oggi canonizzati, hanno vissuto così la santità. Proviamoci anche noi. Ognuno di noi è chiamato alla santità, a una santità unica e irripetibile. La santità è sempre originale, come diceva il beato Carlo Acutis: non c’è santità di fotocopia, la santità è originale, è la mia, la tua, di ognuno di noi. È unica e irripetibile. Sì, il Signore ha un progetto di amore per ciascuno, ha un sogno per la tua vita, per la mia vita, per la vita di ognuno di noi. Cosa volete che vi dica? Portatelo avanti con gioia”.

Dopo la benedizione, in anticipo di quasi mezz’ora, il Papa dal sagrato prega il Regina Coeli, con un pensiero rivolto a tutte la nazioni (non solo l’Ucraina) lacerate dai conflitti: “Mentre tristemente nel mondo crescono le distanze e aumentano le tensioni e le guerre, i nuovi Santi ispirino soluzioni di insieme, vie di dialogo, specialmente nei cuori e nelle menti di quanti ricoprono incarichi di grande responsabilità e sono chiamati a essere protagonisti di pace e non di guerra”. Quindi il giro della piazza in papamobile mentre le campane della basilica vaticana suonano a festa.

(Il Faro online) Foto © Vatican Media – Clicca qui per leggere tutte le notizie di Papa & Vaticano
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