Il Papa a Giuba abbraccia gli sfollati: “Siete il seme di speranza di un nuovo Sud Sudan”

4 febbraio 2023 | 19:06
Share0
Il Papa a Giuba abbraccia gli sfollati: “Siete il seme di speranza di un nuovo Sud Sudan”
Il Papa a Giuba abbraccia gli sfollati: “Siete il seme di speranza di un nuovo Sud Sudan”
Il Papa a Giuba abbraccia gli sfollati: “Siete il seme di speranza di un nuovo Sud Sudan”
Il Papa a Giuba abbraccia gli sfollati: “Siete il seme di speranza di un nuovo Sud Sudan”
Il Papa a Giuba abbraccia gli sfollati: “Siete il seme di speranza di un nuovo Sud Sudan”

Il Pontefice a Giuba incontra sotto una tenda una parte dei 4 milioni di sfollati del Sud Sudan: “La pace e la riconciliazione non può attendere. C’è bisogno che tutti i ragazzi abbiano la possibilità di andare a scuola e pure lo spazio per giocare a calcio!”

Giuba – Sotto una tenda Papa Francesco abbraccia gli sfollati del Sud Sudan. Una minima parte dei quasi 4 milioni fuggiti dalle zone in cui guerre e violenze sono all’ordine del giorno. Al Freedom Hall, accompagnato dall’Arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, e dal Moderatore dell’Assemblea Generale della Chiesa di Scozia, il Pastore Iain Greenshields, con i quali sta compiendo proprio nel Paese africano un pellegrinaggio ecumenico, Francesco ascolta commosso le testimonianze di chi, quelle atroci violenze, le ha conosciute sulle propria pelle.

Come quella di Joseph Lat Gatmai, un ragazzo cristiano della Chiesa presbiteriana dell’Alto Nilo nord-occidentale: ha 16 anni ed è arrivato nel Campo di Protezione dei Civili di Bentiu con i genitori nel maggio 2015: “La mia vita nel campo non è piacevole e mi preoccupo di come sarà in futuro, anche quella degli altri bambini. In questi anni, io e i miei genitori, così come altre famiglie sfollate, siamo sopravvissuti grazie agli aiuti umanitari. Se ci fosse stata la pace, sarei rimasto nella mia casa d’origine, avrei vissuto una vita migliore e mi sarei goduto l’infanzia”.

“Perché soffriamo nel campo per sfollati? A causa dei conflitti in corso nel nostro Paese, il più giovane Paese indipendente. Dal 2020 siamo stati colpiti anche da inondazioni e migliaia di famiglie sono state sfollate dai loro villaggi e città, perdendo il bestiame e i raccolti. Pertanto, mi rivolgo ai nostri leader di questa grande nazione del Sud Sudan affinché portino pace, amore, unità e prosperità durature nel nostro Paese. Chiedo a voi, nostri leader religiosi, di continuare a pregare per una pace definitiva in Sud Sudan”, aggiunge Joseph, che corre poi ad abbracciare il Santo Padre.

Il Papa tende l’orecchio anche a Johnson Juma Alex, un ragazzo di 1 anni della Chiesa episcopale del Sud Sudan che vive nel blocco B, settore 2 del Campo di Protezione dei Civili di Malakal (PoC). Qui vi è arrivato, racconta, “nel 2014 a causa delle distruzioni verificatesi nella città di Malakal. La pace è un bene, i problemi no. Vogliamo la pace perché le persone possano tornare nella città di Malakal, nelle proprie case. La vita nel PoC non è buona perché l’area è piccola e affollata. Non c’è abbastanza spazio per giocare a calcio. Molti bambini non vanno a scuola perché non ci sono abbastanza insegnanti e scuole per tutti. Voglio avere un buon futuro, dove regni la pace e i bambini possano andare a scuola. La vita nei PoC non è buona, ma ringraziamo le Nazioni Unite perché ci danno protezione e cibo. Vogliamo che nella Chiesa si preghi affinché Dio ci dia pace e si possa tornare nella città di Malakal”.

Commoventi poi le parole di Nyakuor Rebecca, bambina che da qualche tempo vive nel campo di Juba: “A nome dei bambini del Sud Sudan, voglio ringraziarLa per la visita. Sappiamo che Lei è una brava guida perché, nonostante il suo ginocchio dolorante, è venuto per stare con noi, portando speranza e un messaggio di pace. Sappiamo che vuole bene i bambini e che dice sempre che noi siamo importanti per il nostro Paese e per la Chiesa. Papa Francesco, anche noi Le vogliamo bene. Grazie per l’amore che ha per noi”, dice presentandosi al Pontefice.

“A noi, bambini del Sud Sudan, piace molto ballare e cantare. È così che lodiamo Dio che è sempre con noi. Continua a insegnarci a essere amici di Gesù e continua a parlare al nostro popolo affinché possiamo convivere tutti in pace. Nel nome di Gesù, voglio chiederLe di darci una benedizione speciale per tutti i bambini del Sud Sudan, per poter crescere insieme in pace ed amore”, la richiesta della piccola. Una richiesta che Francesco esaudisce e alla quale si uniscono anche “i fratelli Justin e Iain”: una benedizione storica visto che mai, i tre leader religiosi, avevano impartito una benedizione insieme.

Il Papa, prendendo la parola ringrazia i giovani per le preghiere, per le testimonianze e per i canti: “Ho pensato a voi a lungo, portando nel cuore il desiderio di incontrarvi, di guardarvi negli occhi, di stringervi le mani e di abbracciarvi: finalmente sono qui, insieme ai fratelli con cui condivido questo pellegrinaggio di pace, per dirvi tutta la mia vicinanza, tutto il mio affetto. Sono con voi, soffro per voi e con voi”.

“Purtroppo in questo martoriato Paese essere sfollato o rifugiato è diventata un’esperienza consueta e collettiva”, aggiunge Francesco, che tuona: “Rinnovo perciò con tutte le forze il più accorato appello a far cessare ogni conflitto, a riprendere seriamente il processo di pace perché abbiano fine le violenze e la gente possa tornare a vivere in modo degno. Solo con la pace, la stabilità e la giustizia potranno esserci sviluppo e reintegrazione sociale. Ma non si può più attendere! Un numero enorme di bambini nati in questi anni ha conosciuto soltanto la realtà dei campi per sfollati, dimenticando l’aria di casa, perdendo il legame con la propria terra di origine, con le radici, con le tradizioni”.

Il futuro non può essere nei campi per sfollati. C’è bisogno, proprio come chiedevi tu, Johnson, che tutti i ragazzi come te abbiano la possibilità di andare a scuola e pure lo spazio per giocare a calcio! C’è bisogno di crescere come società aperta, mischiandosi, formando un unico popolo attraverso le sfide dell’integrazione, anche imparando le lingue parlate in tutto il Paese e non solo nella propria etnia. C’è bisogno di abbracciare il rischio stupendo di conoscere e accogliere chi è diverso, per ritrovare la bellezza di una fraternità riconciliata e sperimentare l’avventura impagabile di costruire liberamente il proprio avvenire insieme a quello dell’intera comunità. E c’è assoluto bisogno di evitare la marginalizzazione dei gruppi e la ghettizzazione degli esseri umani. Ma per tutti questi bisogni c’è bisogno di pace. E c’è bisogno dell’aiuto di tanti, dell’aiuto di tutti.

“Qui infatti perdura la più grande crisi di rifugiati del Continente, con almeno quattro milioni di figli di questa terra sfollati, con l’insicurezza alimentare e la malnutrizione che colpiscono i due terzi della popolazione e con le previsioni che parlano di una tragedia umanitaria che può peggiorare ulteriormente nel corso dell’anno”, prosegue Francesco, che si rivolge quindi agli abitanti: “Le madri, le donne sono la chiave per trasformare il Paese: se riceveranno le giuste opportunità, attraverso la loro laboriosità e la loro attitudine a custodire la vita, avranno la capacità di cambiare il volto del Sud Sudan, di dargli uno sviluppo sereno e coeso! Ma, vi prego, prego tutti gli abitanti di queste terre: la donna sia protetta, rispettata, valorizzata e onorata. Per favore: proteggere, rispettare, valorizzare e onorare ogni donna, bambina, ragazza, giovane, adulta, madre, nonna. Senza questo non ci sarà futuro”.

Infine, guardando “ai vostri occhi stanchi ma luminosi che non hanno smarrito la speranza, alle vostre labbra che non hanno perso la forza di pregare e di cantare”, il Papa lancia un messaggio di speranza per il futuro: “Siete voi il seme di un nuovo Sud Sudan, il seme per una crescita fertile e rigogliosa del Paese. Siete voi, di tutte le diverse etnie, voi che avete patito e state soffrendo, ma che non volete rispondere al male con altro male. Voi, che fin d’ora scegliete la fraternità e il perdono, state coltivando un domani migliore. Un domani che nasce oggi, lì dove siete, dalla capacità di collaborare, di tessere trame di comunione e percorsi di riconciliazione con chi, diverso da voi per etnia e provenienza, vi vive accanto”.

“Fratelli e sorelle, siate semi di speranza, nei quali già s’intravede l’albero che un giorno, speriamo vicino, porterà frutto. Sì, sarete voi gli alberi che assorbiranno l’inquinamento di anni di violenze e restituiranno l’ossigeno della fraternità. È vero, ora siete ‘piantati’ dove non volete, ma proprio in questa situazione di disagio e precarietà potete tendere la mano a chi vi è accanto e sperimentare che siete radicati nella stessa umanità: da qui bisogna ripartire per riscoprirsi fratelli e sorelle, figli in terra del Dio del cielo, Padre di tutti”, conclude il Pontefice che prima di lasciare la tenda rivolge anche un “grazie” a quanti, “spesso in condizioni non solo difficili, ma emergenziali” assistono questi sfollati: “Grazie alle comunità ecclesiali per le loro opere, che meritano di essere sostenute; grazie ai missionari, alle organizzazioni umanitarie e internazionali, in particolare alle Nazioni Unite per il grande lavoro che svolgono. Certo, un Paese non può sopravvivere di sostegni esterni, per lo più avendo un territorio tanto ricco di risorse! Ma ora sono estremamente necessari”. (Foto © Vatican Media)

Il Faro online – Clicca qui per leggere tutte le notizie di Papa & Vaticano
ilfaroonline.it è su TELEGRAM. Per iscriverti al canale Telegram con solo le notizie di Papa & Vaticano, clicca su questo link.
ilfaroonline.it è anche su GOOGLE NEWS. Per essere sempre aggiornato sulle nostre notizie, clicca su questo link e seleziona la stellina in alto a destra per seguire la fonte