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Sicurezza: una parola che cambia volto

Non un surrogato delle forze dell’ordine, ma un’estensione operativa, capace di svolgere quei compiti di presidio, monitoraggio e prevenzione che liberano risorse preziose per le situazioni più critiche

Una volta la sicurezza era una questione di presenza: una pattuglia in strada, una sirena che passava, un agente in divisa a presidiare la piazza. Oggi non è più così semplice. La sicurezza è diventata un equilibrio complesso tra percezione, risorse e capacità di adattamento. E il caso degli steward, sempre più presenti negli stadi ma ora anche nei contesti urbani (come in occasione del Giubileo), lo dimostra.

In un mondo ideale, certo, sarebbe meglio avere più agenti di Polizia, più Carabinieri, più unità della Guardia di Finanza e della Polizia Locale. Ma i fondi pubblici sono limitati (lo ha detto chiaramente il Questore di Roma), e questo limite non colpisce solo la sicurezza: lo stesso vale per la sanità, il welfare, l’istruzione. Allora, più che restare fermi a reclamare ciò che oggi non è sostenibile, bisognerebbe iniziare a guardare al possibile. E il possibile, in questo momento, si chiama integrazione.

Gli steward, se ben formati e inseriti in un sistema governato con intelligenza, possono diventare un supporto prezioso. Lo ha chiarito lo stesso questore: possono essere un ausilio importante per il controllo del territorio, a patto che siano qualificati e riconosciuti: “Non un surrogato delle forze dell’ordine, ma un’estensione operativa, capace di svolgere quei compiti di presidio, monitoraggio e prevenzione che liberano risorse preziose per le situazioni più critiche”.

In questo scenario, anche la tecnologia viene spesso invocata come soluzione. Le telecamere di sorveglianza, ad esempio, possono essere strumenti utilissimi: dissuadono, registrano, aiutano le indagini. Ma non possono sostituire l’intervento umano nel contingente. Possono aiutare dopo, a ricostruire, a punire, a capire. Ma nel momento in cui avviene un’aggressione, un furto, un atto vandalico, l’occhio elettronico non interviene, non blocca, non protegge. Serve la presenza. Serve qualcuno sul posto, subito.

C’è poi un altro elemento, spesso dimenticato: ogni cittadino, secondo la legge italiana, ha la facoltà di intervenire in caso di reato flagrante. L’articolo 383 del Codice di Procedura Penale stabilisce che chiunque può procedere all’arresto in flagranza di reato, nei casi previsti dall’articolo 380, ossia per delitti gravi perseguibili d’ufficio. Ma attenzione: non è un lasciapassare alla giustizia fai-da-te. La norma impone limiti stringenti e obblighi precisi, come la consegna immediata dell’arrestato alle forze dell’ordine. Il confine tra ciò che può fare un cittadino e ciò che può fare un organo di polizia non è solo giuridico, è anche culturale. Senza questo equilibrio, il rischio è quello di trasformare la sicurezza in arbitrio, e l’arbitrio in insicurezza diffusa.

Il punto, allora, non è se gli steward possano sostituire lo Stato — perché non è questo il loro ruolo — ma se lo Stato sia in grado di cambiare pelle senza perdere autorità. E la risposta, oggi, sembra passare da una nuova idea di sicurezza: meno legata al controllo verticale, più fondata su una rete diffusa, flessibile, capace di intervenire in modo mirato e intelligente.

La sfida non è solo economica, è anche culturale. Significa accettare che la sicurezza del ventunesimo secolo non può più contare solo sulla quantità delle divise, né sulla freddezza dei dispositivi digitali, ma sulla qualità della presenza. Anche quella di chi, pur senza una pistola al fianco, contribuisce ogni giorno a farci sentire un po’ meno soli — senza mai dimenticare che la sicurezza vera si costruisce nel rispetto delle regole, non al di fuori di esse.