Logo
Intelligenza Artificiale, governarla o subirla

L’AI non possiede intenzioni, non prende decisioni, non esercita libero arbitrio, e proprio per questo va governata con regole e adulti competenti. Il caso del 16enne suicida

Roma, 28 agosto 2025 – C’è un confine sottile tra informare e semplificare. Il suicidio di un sedicenne californiano, secondo ricostruzioni di stampa, avrebbe chiesto a ChatGPT indicazioni in un momento di profonda fragilità — ha riacceso il dibattito sull’etica e l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale generativa Non entriamo in luoghi e nomi, né suggeriamo nessi causali automatici: è una vicenda che chiede rispetto e cautela. Ma una cosa va detta con chiarezza: attribuire una “volontà” alla macchina è un errore concettuale prima ancora che fattuale e politico. L’Intelligenza Artificiale non possiede intenzioni, non prende decisioni, non esercita libero arbitrio. È uno strumento. Potentissimo, sì; e proprio per questo richiede regole, responsabilità e competenze all’altezza.

Pensare che “se il ragazzo è arrivato a prendere quella decisione, la decisione era già presa” è una formula comoda per evitare il problema e nascondere la testa sotto la sabbia, non una spiegazione. La sofferenza psichica non è un interruttore acceso o spento: è un continuum in cui segnali di vicinanza, occasioni d’ascolto, accesso tempestivo a un aiuto qualificato possono fare la differenza. Allo stesso modo, immaginare che sia stata la tecnologia a “decidere al posto di” significa caricare la macchina di un potere che non ha e, involontariamente, sollevare tutti noi dalla nostra parte di responsabilità.

Dopo la reclusione forzata dovuta alla pandemia, la solitudine giovanile è diventato un fenomeno più reale che mai: reti sociali più fragili, famiglie a orari sfalsati, pressione delle performance digitali, ansie che si moltiplicano online. La tecnologia, per sua natura, amplifica ciò che trova: può moltiplicare curiosità, studio e creatività; ma può anche far risuonare più forte le vulnerabilità. Qui sta il punto: non c’è una “neutralità” automatica dell’AI. C’è, piuttosto, la necessità di orientarla—con scelte progettuali, educative e regolatorie—verso esiti di benessere.

Pensiamo a come trattiamo altri strumenti ad alto impatto: un’auto, un farmaco, l’energia elettrica. Nessuno di questi è “cattivo” o “buono” in sé; è l’uso, incorniciato da standard, istruzione all’uso, controlli e soccorsi, a determinare il risultato sociale. L’IA merita la stessa serietà. Nel quotidiano significa tre movimenti che si intrecciano.

Il primo è quello delle famiglie e delle comunità educanti. Serve ricostruire spazi di dialogo non giudicante, anche brevi ma regolari, in cui si possa parlare di emozioni, amicizie—online e offline—e pressioni scolastiche. Non bastano i divieti calati dall’alto: contano patti chiari e condivisi sull’uso dei dispositivi, fasce orarie protette, stanze della casa libere dagli schermi; conta soprattutto che i segnali d’allarme—ritiro marcato, perdita d’interesse, frasi di disperazione—vengano colti come inviti ad avvicinarsi e a cercare un supporto professionale, non come motivo di stigma.

Il secondo movimento riguarda la scuola. L’Intelligenza Artificiale non deve essere introdotta come un semplice strumento da usare, ma come una materia da studiare e comprendere. È fondamentale che gli studenti imparino fin da subito che cos’è un modello, quali limiti ha, dove può sbagliare e quali bias rischia di incorporare. Ma questo percorso non può essere improvvisato: servono insegnanti e professionisti preparati, capaci di guidare i ragazzi a un uso critico e responsabile. Solo così l’IA, anziché ridursi a una scorciatoia, diventa una vera palestra di metodo, un’occasione per sviluppare pensiero critico e creatività con il supporto di figure adulte competenti.

Il terzo movimento chiama in causa le piattaforme stesse. Qui la parola chiave è “proporzionalità al rischio”: più un sistema può incidere su persone vulnerabili, maggiori devono essere i requisiti di sicurezza, trasparenza e controllo. Ha senso allora che per i minori esistano impostazioni di default più protettive—verifiche d’età adeguate, limiti d’uso notturni, interfacce comprensibili—e che, in presenza di contenuti sensibili come il malessere profondo, compaiano immediatamente percorsi verso risorse di aiuto, numeri utili, servizi territoriali. Non si tratta di “censura”, ma di design responsabile: la differenza tra una piattaforma che massimizza il tempo di permanenza e una che massimizza il benessere è tutta nelle scelte invisibili dell’interfaccia.

A monte di tutto, c’è la governance. L’innovazione non deve rallentare: deve maturare. Si può pretendere che i sistemi rivolti ai minori siano testati con scenari d’abuso prima del rilascio; che esistano audit indipendenti; che utenti, scuole e famiglie dispongano di canali rapidi per segnalazioni e ricorsi; che la raccolta e l’uso dei dati siano comprensibili e motivati. È la versione tecnologica del “principio di precauzione”: non frenare per paura, ma guidare con criterio.

L’AI è un’arma che va saputa usare

Dire che l’IA è “come un’arma” può aiutare a rendere l’idea della potenza in gioco, a patto di non scadere nel sensazionalismo. Un’arma senza addestramento e regole è pericolosa; con addestramento e regole può proteggere. Così l’IA: senza alfabetizzazione, tutele e responsabilità è un rischio; con alfabetizzazione, tutele e responsabilità diventa un acceleratore di scelte umane—apprendimento personalizzato, accessibilità per chi ha bisogni speciali, creatività diffusa, servizi pubblici più efficienti.

La domanda, allora, non è se affidarsi o meno alle macchine, ma che cosa chiediamo a noi stessi mentre le costruiamo e le usiamo. Siamo disposti a rendere trasparenti i meccanismi decisionali? Ad investire nella formazione di docenti e genitori? A misurare il successo non soltanto in click e minuti online, ma in benessere, qualità dell’attenzione, opportunità create? Siamo disposti, soprattutto, a rimettere al centro la presenza: quella che non si può delegare a nessun algoritmo.

L’AI, dunque, non è il nemico. Se trova isolamento, conflitti taciuti, notti insonni e notifiche senza tregua, rischia di trasformarsi in un megafono del malessere. La vera evoluzione, prima ancora che tecnologica, è sociale: famiglie più presenti, comunità più porose, scuola più curiosa e meno timorosa, piattaforme più responsabili. È lì che si decide il senso della potenza che abbiamo in mano.