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Israele contro Netanyahu perché accusato di essere “troppo debole”

Il premier è sempre più isolato, ma non per i motivi che immaginiamo noi. A pesare sono il mancato ritorno degli ostaggi, la percezione di debolezza verso Hamas e i processi per corruzione in patria

Tel Aviv, 18 settembre 2025 – In Europa domina un racconto distorto sul rapporto tra Benjamin Netanyahu e gli israeliani. Nel Vecchio Continente le manifestazioni di piazza che spesso invadono Tel Aviv e dintorni vengono analizzate come se evidenziassero una frattura insanabile tra il premier ed il suo popolo; una sorta di presa di coscienza sui crimini in corso nella Striscia di Gaza. che neanche un legittimo senso di appartenenza propria bandiera può giustificare o tentare di nascondere.

La realtà, tuttavia, è ben diversa, e per capirlo è sufficiente soggiornare per un periodo medio-lungo negli Stati Uniti d’America, in cui è presente la seconda comunità ebraica più grande del mondo – 6 milioni di persone – seconda solo a Israele stesso -, e frequentare le persone che ci vivono. Ciò in quanto ebrei ed israeliani non coincidono necessariamente, sebbene spesso i due termini vengano sovrapposti. Essere israeliano significa possedere la cittadinanza dello Stato di Israele, e dunque si può essere israeliani senza essere ebrei – si pensi alla consistente minoranza araba, musulmana o cristiana, che vive entro i confini del Paese. Essere ebreo, invece, è un fatto identitario, culturale e religioso che prescinde dalla nazionalità: milioni di ebrei abitano negli Stati Uniti, in Europa, in America Latina o in Russia, senza avere alcun legame diretto con la cittadinanza israeliana. Il quadro che ne esce parla chiaro: c’è una spaccatura tra Netanyahu ed il popolo israeliano, è vero, ma non per i motivi nobili che potremmo pensare noi.

Netanyahu ed il mancato ritorno degli ostaggi

Bibi è sotto accusa nello Stato ebraico e tra gli ebrei e/o israeliani in giro per il mondo in quanto giudicato troppo morbido nei confronti di Hamas; per quanto a noi possa sembrare un paradosso, una sorta di satira difficile da accettare, abbiamo il dovere di compiere l’arduo compito di calarci in una realtà – quella israeliana – che ha una storia e cultura completamente differente dalla nostra. Netanyahu viene giudicato responsabile del mancato ritorno a casa di tutti gli ostaggi israeliani, molti dei quali ancora prigionieri di Hamas a Gaza – vivi e morti -. Ciò si evince chiaramente anche dalle numerose interviste che i familiari degli ostaggi stessi rilasciano ai vari media internazionali, in cui raramente (se non mai) si cita quanto sta avvenendo in Palestina dal punto di vista umanitario, ma solo la questione degli ostaggi. Il recente ingresso delle truppe israeliane a Gaza City, che ha dato il via all’invasione, non è stato ben accolto da nessuno, ed anzi viene giudicato l’ennesimo ostacolo a ogni ipotesi di accordo con Hamas, un modo per Netanyahu di restare al potere. Il gabinetto di guerra gode ormai di un potere pressoché illimitato, condizione che contraddice non solo la narrativa di Israele come “unica democrazia del Medio Oriente” – formalmente vera ma oggi poco riscontrabile nei fatti – ma anche l’opinione pubblica interna, dato che i sondaggi sul premier hanno toccato i minimi storici.

L’attacco del 7 ottobre

Non di meno, a Netanyahu viene attribuita anche la responsabilità più grave: non essere stato in grado di proteggere il territorio israeliano il 7 ottobre 2023. In quella data, l’attacco di Hamas ha colto di sorpresa lo Stato ebraico, travolgendo le difese del confine e mettendo a nudo falle enormi nell’apparato di sicurezza nazionale, considerato fino ad allora uno dei più efficienti al mondo.

I processi in patria

A tutto ciò, aggiungiamo che il premier ha numerosi guai giudiziari. Il riferimento non è alla Corte Penale Internazionale, che ha emesso un mandato d’arresto, o l’accusa di genocidio per cui Israele deve rispondere alla Corte Internazionale di Giustizia; entrambi sono fattori che hanno rafforzato un minimo la solidarietà verso premier (tornano in ballo le accuse universali di antisemitismo); bensì ai processi che lo vedono coinvolto in patria. Dal 2020, infatti, Netanyahu è formalmente imputato in tre distinti procedimenti per corruzione, frode e abuso di fiducia. I casi, conosciuti come “Caso 1000”, “Caso 2000” e “Caso 4000”, hanno monopolizzato per anni l’agenda politica israeliana e continuano a pesare sul suo ruolo di primo ministro. Il procedimento, tuttavia, ha subito numerosi rallentamenti: gli attacchi nei confronti di Gaza hanno offerto al premier e alla sua difesa un argomento costante per chiedere rinvii, sostenendo l’impossibilità di conciliare la gestione dell’emergenza nazionale con la presenza in aula. I giudici hanno concesso varie sospensioni del calendario, senza però annullare il processo, che rimane formalmente aperto e in corso, seppur con tempi molto più lenti rispetto a quelli previsti inizialmente.

Stato di Palestina? Netanyahu votato per non crearlo

Infine, c’è un dato politico fondamentale che va tenuto in considerazione per quanto scomodo possa essere. Mentre in Europa e non solo viene evocato il riconoscimento dello Stato palestinese, gli israeliani nel 2022 hanno riportato Netanyahu al potere per la sesta volta proprio perché garantiva che non avrebbe mai aperto a questo, dato nel discorso interno è percepito come una minaccia esistenziale al pari dell’Iran. Ci ha costruito gran parte della sua campagna elettorale e gli israeliani gli hanno dato di nuovo fiducia per questo.

La promessa elettorale era chiara e coerente con la sua retorica di sicurezza: niente concessioni, rafforzamento degli insediamenti, primato dell’azione militare e dell’“equilibrio del terrore” sulla presunta diplomazia che nessuno ha ancora visto. Dopo il 7 ottobre, questa cornice si è irrigidita ulteriormente: al trauma dell’attacco si è sommata la convinzione che qualsiasi apertura verso lo Stato di Palestina equivarrebbe a portare missili e milizie a ridosso di casa. L’atteggiamento di gran parte dell’opinione pubblica israeliana non nasce dall’indifferenza verso il costo umanitario della guerra, ma dalla priorità assoluta accordata alla sicurezza e alla deterrenza, la stessa priorità su cui Netanyahu ha costruito il proprio mandato elettorale.