Logo
Palestina, pace e violenza: le due facce dello sciopero generale

Milioni in piazza per Gaza e per chiedere al Governo di rompere con Israele. Ma gli scontri di Milano hanno offuscato il messaggio, proprio mentre all’Onu si apre il dibattito sulla crisi palestinese

Roma, 23 settembre 2025 – Lo sciopero, per definizione, vive di disagi. È un’arma che nasce con un’unica ratio: creare danno all’utente finale, bloccare il Paese per costringerlo a muoversi. Con la speranza – spesso vana – che Governo e istituzioni rispondano a richieste urlate a gran voce dai lavoratori: stipendi più alti, orari migliori, diritti garantiti.  Non questa volta, però. Stavolta milioni di persone, mobilitate dai sindacati, non hanno chiesto buste paga più pesanti né contratti più leggeri. Hanno alzato la voce per mettere alle spalle al muro Palazzo Chigi, pretendendo il taglio di ogni rapporto con Israele e il riconoscimento dello Stato di Palestina (leggi qui). Una mobilitazione che arriva a poche ore dall’avvio dell’Assemblea Generale dell’Onu (leggi qui), dove il conflitto israelo-palestinese è uno dei temi in agenda fino al 29 settembre. Stando alle indiscrezioni attuali, l’Italia non si unirà a Regno Unito – che lo ha già fatto – e Francia – che dovrebbe farlo nel corso dell’Assemblea stessa – nel riconoscere lo Stato palestinese.

Sciopero nazionale per Gaza: in corso manifestazioni in tutt’Italia

Lo sciopero generale si è presentato come una moneta a due facce. Da un lato il principio, lucido e nobile: la popolazione civile che si fa carico di una delle crisi umanitarie più gravi della storia. Dall’altro la pratica, molto meno brillante: manifestazioni “per la pace” degenerate in serata, specie a Milano, dove la Stazione Centrale è diventata teatro di scontri (leggi qui). Centinaia di persone hanno preso d’assalto l’ingresso, centinaia di poliziotti sono rimasti coinvolti. La pace sventolava sui cartelloni, mentre in strada volavano pietre.

La violenza è un cortocircuito che si ripete spesso nelle piazze: basta una miccia, una minoranza che ha il solo scopo di fare a botte, e l’intero impianto di una mobilitazione si incrina. È il paradosso dei cortei: si scende in strada per affermare un principio, ma sono le immagini degli scontri a monopolizzare l’attenzione. Così il messaggio politico si offusca, la protesta perde la sua legittimità e il rischio è che le ragioni profonde vengano oscurate dal racconto superficiale della cronaca nera.

Sciopero pro-Palestina, guerriglia urbana a Milano: Stazione Centrale presa d’assalto

Eppure, va detto: poche persone hanno rovinato un corteo che fino a quel momento era stato pacifico e potente. I primi ad esserne scontenti sono proprio le migliaia di cittadini che vi hanno preso parte con spirito civile e sincero. A livello mediatico e politico, gli incidenti hanno offerto un appiglio ai detrattori, pronti a ridimensionare il valore della mobilitazione. Ma questo non deve accadere: milioni di persone sono scese in piazza e, in un Paese che si definisce democratico, l’opinione pubblica non può essere archiviata dietro la cronaca di pochi scontri. (Foto: Pagina Facebook Unione Sindacale di Base – USB)