Il presidente ha trasformato la storica dipendenza di Israele in uno strumento di potere e, coinvolgendo arabi e turchi, ha costretto Hamas ad accettare la tregua
Washington, 9 ottobre 2025 – Il colloquio con Netanyahu dopo il boicottaggio all’Onu . I continui annunci di accordo “molto vicino” e “pace eterna” in Medio Oriente. Il bigliettino di Rubio alla tavola rotonda. La telefonata all’ultimo miglio con Netanyahu. Poi, gran finale, il post su Truth Social che vale come cassazione. Con la pace di Gaza siglata tra Israele ed Hamas – ammesso e non concesso sia duratura – Donald Trump stappa lo champagne per festeggiare il più grande risultato della sua vita da presidente. Per la prima volta, la piazza palestinese – quel poco che è rimasto – e la piazza di Tel Aviv scendono a festeggiare nello stesso momento. Trump voleva entrare nei libri di storia, ora ce l’ha fatta. Conoscendo il personaggio, potrebbe ribattezzare il 9 ottobre 2025 come Trump Day. O magari lo baratterebbe volentieri con un Nobel per la Pace.
Il presidente degli Stati Uniti ha preso in mano un dossier che di solito stronca le carriere: il Medio Oriente. Lo aveva già fatto in passato con gli accordi di Abramo del 2020, con la normalizzazione dei rapporti tra Israele e diversi Paesi arabi. Ma stavolta ha alzato il tiro con una sorprendente lucidità politica, quella che per ora ha dimostrato di non avere in Ucraina – un tarlo che non ha mai nascosto -. Anche perché il contesto è diverso: a Kiev deve vedersela con un autocrate a capo del Paese più grande del mondo, che non deve rispondere a nessuno – nemmeno al suo popolo – e con qualche migliaio di testate nucleari a disposizione. Serve più tempo, diverse strategie, provare, sbagliare, provare di nuovo, sbagliare di nuovo, fino ad arrivare – si spera – a dama. Ma con Tel Aviv il discorso cambia radicalmente.
La dipendenza Usa-Israele
Pur non essendo de jure una colonia americana – provocazione giornalistica che spesso fa breccia nei cuori degli appassionati anti-americani – Israele è un piccolo Stato, de facto dipendente dal sostegno politico, diplomatico, economico e militare americano. Senza i rubinetti di Washington, Israele non potrebbe sostenere guerre prolungate né la propria deterrenza strategica. Non sarebbe in grado di tenere a bada i falchi islamici che lo circondano. Ma a fare la differenza è stata soprattutto la pressione dell’opinione pubblica locale, in particolare delle famiglie degli ostaggi, che scendono continuamente in piazza o rilasciano interviste a giornali esteri per denunciare il mancato ritorno degli ostaggi a casa dopo oltre 2 anni, fatto di cui Netanyahu è ritenuto responsabile. Una pressione divenuta ormai insostenibile per un premier che è anche alle prese con scandali giudiziari: Netanyahu è formalmente imputato in tre distinti procedimenti per corruzione, frode e abuso di fiducia.
Il peso di Trump
Ebbene, Trump ha usato tutto ciò come leva di forza. Ha fatto una cosa molto semplice, ma efficace: ha trasformato la dipendenza americana in uno strumento di dominio politico, imponendo la propria volontà tanto ad Hamas quanto al premier israeliano Benjamin Netanyahu. Il gruppo palestinese – ben consapevole del rapporto Usa-Israele – ha davvero temuto devastanti rappresaglie statunitensi in caso di mancato ok all’accordo, e tanto è bastato per dare il via libera; per quanto riguarda Netanyahu, pur avendolo sempre supportato pubblicamente anche durante visite di Stato estere (ed anche dopo il boicottaggio alle Nazioni Unite), Trump ha messo nero su bianco un piano che lo ha messo alle corde. Imponendo la mancata annessione di Gaza il ritiro graduale dell’Idf in cambio del ritorno degli ostaggi e la smilitarizzazione, il presidente ha fatto imbestialire i ministri israeliani di estrema destra.
Hanno reagito come belve ferite, urlando contro chi osa frenare la loro sete di guerra. Itamar Ben-Gvir, il ministro della Sicurezza nazionale, ha tuonato di “conquistare la Striscia di Gaza” e di “spingere i palestinesi a lasciare la loro terra”. Bezalel Smotrich, alle Finanze, ha giurato che “Gaza sarà interamente distrutta e i palestinesi cominceranno ad andarsene in gran numero”. Parole pronunciate con la rabbia e l’odio rabbia di chi non sa più distinguere la vendetta dalla giustizia. Persino quando alcuni attivisti della Flotilla sono sbarcati in Israele, Ben-Gvir li ha bollati come “terroristi”, mentre venivano umiliati nel porto di Ashdod. Tutto ciò potrebbe portare alla caduta del governo israeliano, dopo la ratifica dell’accordo da parte del premier.
I paesi arabi
La vera svolta, tuttavia, è stata possibile grazie al ruolo decisivo dei Paesi arabi che hanno convinto Hamas ad accettare l’accordo. Non esiste pace possibile in Medio Oriente – che infatti non c’è mai stata – senza il loro coinvolgimento. A cominciare dall’Egitto, che non ha agito per slanci umanitari o ideali politici, ma per puro calcolo di sicurezza nazionale. Il Cairo ha infatti deciso di rompere gli indugi per evitare che migliaia di palestinesi tentassero di attraversare il confine e mettere piede su suolo egiziano. Per ragioni di sicurezza interna e di contrasto al terrorismo, il presidente al-Sisi non ha alcuna intenzione di accoglierne nemmeno uno.
Diversa, ma altrettanto pragmatica, la logica del Qatar. Per l’emirato, la posta in gioco era soprattutto politica. Doha ospita la più grande base americana della regione e costruisce la propria influenza proprio sul ruolo di mediatore tra l’Occidente e il mondo islamico. Vedere Hamas isolata o in rotta con Washington avrebbe messo in crisi questa posizione, esponendo l’emirato all’accusa di finanziare un gruppo irriducibile. Spingere per un accordo — e quindi per una tregua — è stato un modo per salvare la faccia e rafforzare il legame con gli Stati Uniti, mantenendo la rendita diplomatica conquistata negli anni.
La Turchia, infine, ha agito da potenza ambiziosa: Erdogan ha colto nella mediazione un’occasione per riaffermare il proprio peso nel mondo arabo e per presentarsi come protettore politico dei palestinesi, senza però rompere del tutto con Washington. A tal punto che il capo dell’intelligence turca – come riferito da Radio Radicale – è stato tra i mediatori dei negoziati di Sharm el-Sheik, garantendo ad Ankara un posto di rilievo nel post-guerra.
(Credit photo: whitehouse.gov)












