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Stop ai dazi al 100% sui prodotti cinesi, Pechino rinvia di un anno la stretta sull’export di terre rare. Ma dal dossier resta fuori la corsa all’Intelligenza Artificiale

Seul, 31 ottobre 2025 – Prove di disgelo tra Stati Uniti e Cina. L’atteso summit tra i presidenti Donald Trump e Xi Jinping in Corea del Sud, culmine del tour asiatico del tycoon, ha portato ad una tregua sulla guerra commerciale di un anno, con i due paesi che depongono temporaneamente le asce.

Credit Photo: X @ChineseEmbinUS

Secondo il comunicato congiunto diffuso in serata, Washington si impegnerà a ridurre parte dei dazi introdotti nell’ultimo anno, in particolare quelli su acciaio, componenti elettronici e beni di consumo; le tariffe scenderanno dal 57 al 47%. In cambio, Pechino sospenderà per dodici mesi ogni nuova restrizione all’export di terre rare, riprenderà gli acquisti di prodotti agricoli statunitensi – soprattutto soia e mais – e rafforzerà la cooperazione nella lotta al traffico di fentanyl, la sostanza oppioide responsabile di una crisi sanitaria negli Stati Uniti.

L’intesa non è un trattato formale, ma un “gentlemen’s agreement” che congela l’escalation commerciale per dodici mesi, lasciando spazio a tavoli tecnici che definiranno i dettagli nelle prossime settimane. Entrambe le parti hanno parlato di “una pausa costruttiva” per ridare stabilità ai mercati e sostenere la crescita globale.

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Il summit si è aperto con la rituale stretta di mano davanti alle bandiere, ma il vero spettacolo è andato in scena subito dopo quando Trump, visibilmente compiaciuto, ha iniziato a distribuire complimenti a iosa come al solito, definendo Xi Jinping “un grande leader di un grande Paese”. Poi, salito sul suo aereo diretto a Washington, per poi rincarare sul suo social network Truth: “È stato davvero un grande incontro. C’è un enorme rispetto tra i nostri due Paesi, e questo non potrà che crescere dopo quanto appena accaduto”. Una pioggia di auto-celebrazioni, insomma. Trump ha raccontato di “accordi che garantiranno prosperità e sicurezza a milioni di americani”, ha ringraziato Xi per le nuove forniture di soia e sorgo (“i nostri agricoltori saranno molto contenti!”), e ha persino esultato per la promessa cinese di collaborare sul contrasto al fentanyl, “una svolta significativa per porre fine alla crisi degli oppioidi”. L’aria, più che da vertice diplomatico, sembrava quella di un comizio in diretta streaming.

Xi, come da copione, ha mantenuto il tono basso e la postura del funzionario imperiale. Ha paragonato i rapporti tra Stati Uniti e Cina a una “nave gigante” che richiede una leadership condivisa, segnalando che, con Trump, “non sempre si può andare d’accordo” ma che “è normale per le due maggiori economie del mondo avere di tanto in tanto degli attriti”. Tradotto dal mandarino diplomatico: apprezziamo la tregua, ma non ci allineiamo. E quando ha aggiunto che “lo sviluppo della Cina procede di pari passo con la visione di rendere l’America di nuovo grande”, ha fatto centro: l’ha detto come un complimento, ma suonava più come un avvertimento cortese.

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Nonostante i sorrisi, le divergenze strutturali restano profonde. Il dossier più delicato è quello tecnologico: Washington non ha intenzione di allentare i controlli sulle esportazioni di semiconduttori avanzati e intelligenza artificiale, mentre Pechino punta a sviluppare una propria autonomia industriale per ridurre la dipendenza dalle forniture statunitensi. Lo stesso vale per il controllo degli investimenti nei settori sensibili: il decoupling tecnologico, di fatto, prosegue.

Sul fronte politico, inoltre, permangono tensioni su Taiwan, sul Mar Cinese Meridionale e sui diritti umani. Temi che i due leader hanno volutamente tenuto fuori dal vertice, preferendo concentrarsi sugli aspetti economici. Ma il non detto pesa, e lascia intendere che la tregua avrà vita lunga solo se nessuno dei due governi cercherà di forzare la mano su questi dossier.

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Cenni d’intesa sull’Ucraina

A bordo dell’Air Force One, Trump ha anche spiegato che con Xi hanno concordato di “lavorare insieme” sull’Ucraina. “Siamo d’accordo che le parti sono impegnate in combattimenti e che a volte bisogna lasciarle combattere, immagino. Ma lavoreremo insieme sull’Ucraina”, ha detto, scegliendo la formula del realismo muscolare: prendere atto della guerra e provare, nel frattempo, a costruire un corridoio diplomatico con Pechino, cercando di allontanarla da Mosca. Un’impostazione che arriva mentre Washington mantiene in piedi il pacchetto di sanzioni verso le compagnie petrolifere russe , e che dunque affianca alla linea punitiva verso il Cremlino un tentativo di coordinamento con la Cina per evitare ulteriori scossoni sul fronte europeo.

Sul versante russo, l’atmosfera non è esattamente da distensione. Nelle ultime settimane Putin è tornato a spaventare l’Occidente presentando il “supermissile” nucleare e il sottomarino balistico di ultima concezione, due vetrine pensate per mostrarci la forza russa . Una messinscena militare che si specchia, per contrappasso politico, nell’annuncio dello stesso Trump di voler riprendere i test nucleari a trent’anni dall’ultima campagna. (Credit Photo: X @WhiteHouse)