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Zohran Mamdami: così New York diventa il laboratorio anti-Maga
Credit Photo: @ZhoranKMamdami)

Se ad affermarsi è un uomo che incarna tutto ciò che i Maga repubblicani temono — multiculturalismo, socialismo, redistribuzione — allora non è solo una svolta locale

New York, 6 novembre 2025 – La vera vittoria di Zohran Mamdani non è arrivata alle elezioni municipali di ieri; il trionfo storico risale al 24 giugno 2025, quando si impose alle primarie del Partito Democratico per la carica di sindaco di New York, sconfiggendo Andrew Cuomo. Non fu soltanto una vittoria elettorale, ma un punto di rottura: la svolta che i Democratici americani cercavano disperatamente dopo la pesante sconfitta subita da Trump alle ultime presidenziali.

Cuomo  rappresentava il passato: l’establishment liberal-pragmatico, il professionista del potere cresciuto nel solco delle dinastie interne al Partito Democratico, figlio di un governatore, alleato dei sindacati tradizionali. Un politico ordinato, prevedibile, abituato ai compromessi. Si è candidato lo stesso correndo come indipendente, ricevendo anche l’endorsement di Trump che, conscio della sconfitta repubblicano, aveva optato per il male minore. Mamdani, al contrario, incarnava la rivolta dei quartieri contro Manhattan, l’onda dei giovani contro la rassegnazione, il simbolo di una battaglia contro un costo della vita ormai insostenibile per chiunque non appartenesse all’élite di benestanti e super-ricchi — quest’ultimiuna minoranza numericamente ristretta, ma economicamente dominante.

Quando vinse le primarie, i giornali parlarono di “una rivoluzione con l’accento del Queens”. Figlio di immigrati ugandesi d’origine indiana, socialista dichiarato, Mamdani aveva costruito la sua campagna casa per casa, con un linguaggio politico che New York non ascoltava dai tempi di Sanders: giustizia abitativa, sanità pubblica, redistribuzione della ricchezza, fine delle esenzioni fiscali ai grandi capitali. L’antitesi vivente del cuomismo, quella miscela di liberalismo manageriale e ambizione personale che per trent’anni aveva dettato legge nel Partito Democratico newyorkese.

Da Kampala a New York: ritratto di Zohran Mamdani, sindaco musulmano e socialista

Un socialista nel Paese che sconfisse il comunismo e vinse la Guerra Fredda; un musulmano affermatosi nella città ferita dall’11 settembre; un uomo figlio di immigrati ugandesi d’origine indiana che è riuscito a diventare sindaco di New York, città che si è preso in soli 7 anni: è infatti diventato cittadino americano solo nel 2018. Un dettaglio non secondario: essendo naturalizzato, non potrà mai diventare presidente degli Stati Uniti. Ha apertamente parlato di “genocidio” nella Striscia di Gaza, sfidando la potente comunità ebraica d’America. Sogna di riaccendere l’effetto Obama, quando il primo presidente nero della storia americana sognare milioni di persone.

Mamdani è la personificazione vivente della globalizzazione contemporanea. Quella stessa globalizzazione che la destra repubblicana oggi contesta, cercando di contenerla per timore che si trasformi in un eccesso di buonismo o in una deriva culturale “woke”. Un sentiment diffuso in gran parte del mondo ma non a New York, in cui vivono 8,3 milioni di persone – gran parte immigrati – e transitano milioni di turisti all’anno.

Il cambio di rotta si è manifestato proprio a New York, la città che di Trump è madre e specchio: lì è nato, lì ha costruito il suo mito e la sua narrativa del successo, simboleggiata dalla Trump Tower, quella facciata dorata che riflette il cielo di Manhattan e un’idea precisa di potere, ostentato e verticale.

Nel suo primo discorso dopo la vittoria, Mamdani ha subito lanciato la sfida: “Se qualcuno può mostrare a una nazione tradita da Trump come sconfiggerlo, quella è la città che lo ha fatto nascere. Trump, so che mi stai ascoltando: alza il volume“. Il presidente ha scelto l’indifferenza, le battute, liquidando il risultato come un effetto tecnico, un esito “distorto” dall’assenza del suo nome sulla scheda. Ma dietro il silenzio si avverte il disagio. I repubblicani sapevano che New York non era terreno loro: è la città più liberal d’America, la meno permeabile al trumpismo. Eppure questa vittoria pesa più di quanto sembri. Perché se ad affermarsi è un uomo che incarna tutto ciò che la destra americana teme — multiculturalismo, socialismo, redistribuzione — allora non è solo una svolta locale. È un segnale politico che potrebbe propagarsi all’interno di tutto il Paese. Le elezioni di Mid-Term – il banco di prova di qualsiasi Amministrazione – sono alle porte. (Credit Photo: X @ZhoranKMamdami)