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Ucraina: così l’Occidente rischia di ripetere l’errore fatale della Crimea
Photo credit: en.kremlin.ru - Official website of Russian Presidency

Allora si scelse di accettare l’annessione della Crimea come inevitabile. Oggi si rischia di ripetere lo stesso errore su scala più ampia

Washington, 22 novembre 2025 – Il metodo è lo stesso che aveva portato alla tregua nella Striscia di Gaza . Un documento redatto unilateralmente dagli Stati Uniti (leggi qui ), un’ampia campagna mediatica, un consenso parziale ottenuto da una delle parti in causa. Ieri Israele, oggi la Russia. E un escluso evidente dal tavolo dei negoziati: l’Ucraina, affiancata da un’Europa relegata al ruolo di spettatrice.

Il piano promosso dal presidente Donald Trump, nel tentativo di sbloccare una guerra che negli Stati Uniti pesa ormai più sul dibattito politico che sugli equilibri strategici, prevede la cessione di Donbass e Crimea, la smilitarizzazione delle forze ucraine e un pacchetto di garanzie di sicurezza occidentali dai contorni ancora indefiniti. Per Kiev significherebbe una resa di fatto, motivo per cui Zelensky lo ha già bocciato. Una resa che arriverebbe dopo anni in cui la questione territoriale è stata trattata come un ostacolo negoziabile.

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Gli errori del 2014 e la crisi di credibilità occidentale

La crisi odierna affonda le radici nell’annessione della Crimea del 2014. Allora la reazione occidentale fu contenuta, calibrata su sanzioni economiche formali e prese di posizione diplomatiche. Mancò però un deterrente reale. Gli Stati Uniti e l’Europa scelsero di non irrigidire il confronto con Mosca, ritenendo che la violazione potesse essere arginata senza compromettere i rapporti economici ed energetici.

Quella risposta parziale diede al Cremlino un segnale preciso: l’uso della forza per modificare i confini europei non avrebbe comportato conseguenze strategiche insostenibili. Il conflitto nel Donbass, l’avvicinamento progressivo delle forze russe ai territori orientali ucraini e la successiva invasione del 2022 si sono sviluppati dentro questo vuoto politico.

Oggi quel precedente pesa sul nuovo piano statunitense. L’idea di congelare il conflitto attraverso concessioni territoriali replica lo schema del 2014: trasformare l’eccezione in normalità. Un approccio che, nel tempo, ha indebolito la credibilità occidentale e limitato la capacità dell’Europa di intervenire come attore autonomo.

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Un’Ucraina marginalizzata dal negoziato

Il punto più critico del piano americano è l’assenza di Kiev dal tavolo. La leadership ucraina ha già segnalato la sua contrarietà alle condizioni fissate da Washington. La prospettiva di una smilitarizzazione, in un contesto in cui la Russia manterrebbe il controllo dei territori occupati, è considerata una minaccia diretta all’esistenza stessa dello Stato.

Anche l’Europa resta fuori dallo schema negoziale. Nonostante i costi economici e politici sostenuti dal 2022, le principali capitali europee hanno un ruolo marginale nella definizione del cessate il fuoco. Una marginalità che deriva da un decennio di esitazioni, iniziato proprio con la gestione dell’annessione della Crimea.

La proposta statunitense non nasce nel vuoto. È il prodotto di un decennio di ambiguità occidentali e di una guerra che, dopo anni di sostegno militare, gli Stati Uniti sembrano ora intenzionati a chiudere con una formula già sperimentata nel 2014. Allora si scelse di accettare l’annessione della Crimea come inevitabile. Oggi si rischia di ripetere lo stesso errore su scala più ampia. (Photo credit: en.kremlin.ru – Official website of Russian Presidency)

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