8 dicembre, l’altra faccia dell’Immacolata: la povertà urbana
Nel giorno che apre il tempo delle celebrazioni, il reportage di Renato Capolingua richiama alla realtà nascosta: uomini e donne che vivono la loro solitudine nell’indifferenza delle città in festa.
L’8 dicembre segna, per molte famiglie, l’inizio di quel tempo sospeso in cui l’aria sa di attesa, di gioia, di riti domestici che si tramandano: si accendono le luci, si prepara l’albero, si sistema il presepe. È il giorno in cui il sacro e il commerciale si sfiorano senza scontrarsi: da un lato la celebrazione dell’Immacolata Concezione, dall’altro la corsa ai regali, ai mercatini, ai primi pranzi di festa. In ogni casa risuonano passi, voci, musiche che anticipano il Natale.
Ma fuori, sulle stesse strade percorse da chi fa acquisti o scatta foto alle decorazioni, c’è un’altra città. Una città che non celebra, che non attende, che non si scalda. Una città fatta di corpi rannicchiati sotto i portici, di figure distese sui marciapiedi, persone che “diventano” pavimento, che scelgono il silenzio perché sanno di essere percepite solo come un ostacolo, un fastidio, un elemento di disturbo all’estetica del bello.
Il reportage di Renato Capolingua, realizzato nelle ultime settimane a Roma e in diversi comuni del litorale – da Ostia a Pomezia – racconta questa parte di mondo che le festività finiscono spesso per rendere ancora più invisibile. Fotografie che non cercano compassione, ma attenzione. Scatti che mostrano uomini e donne sdraiati a terra, avvolti in coperte improvvisate, o semplicemente appoggiati a un muro come a un ultimo punto fermo. Immagini che interrogano, più che denunciare.
Roma, capitale del Giubileo, in questi mesi si prepara ad accogliere milioni di pellegrini, eppure convive con un numero crescente di persone che non hanno un luogo dove dormire. Lo stesso accade nei centri più piccoli, quelli in cui la dimensione comunitaria dovrebbe essere più forte. Le foto mostrano quanto la solitudine urbana sia democratica: colpisce chiunque, senza distinzione di età, provenienza, storia personale.
La festa, inevitabilmente, amplifica il contrasto. Mentre brillano le luminarie e i bambini attendono i dolci, qualcuno tenta di scaldarsi tenendo vicino due bottiglie d’acqua appena raccolte, qualcun altro resta sdraiato sull’asfalto cercando di non farsi notare, perché anche l’invisibilità può sembrare una forma di protezione.
Questo editoriale non vuole alimentare sensi di colpa, né contrapporre chi festeggia a chi soffre. Vuole, semplicemente, ricordare che la dignità umana non guarda il calendario. Che la povertà non diventa meno vera solo perché abbiamo deciso di celebrare qualcosa di bello. Che un Paese maturo trova il modo di conciliare la gioia con la cura, la festa con l’umanità.
Nelle immagini di Capolingua c’è una domanda silenziosa: cosa siamo disposti a vedere davvero? Forse il tempo dell’Immacolata può essere l’occasione – mentre accendiamo le luci nelle nostre case – per accendere anche un’altra consapevolezza: quella che mette al centro non l’estetica della festa, ma il valore di ogni persona, soprattutto di chi non ha voce, né spazio, né calore. Perché non esiste Natale possibile, se nel frattempo qualcuno resta per strada, cercando solo di non disturbare.
Credit ph: Renato Capolingua






