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Referendum sulla giustizia, al voto il 22-23 marzo

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Roma, 12 gennaio 2026 – Il Consiglio dei ministri, mentre la riunione è ancora in corso, ha deciso di fissare per il 22 e 23 marzo il referendum confermativo sulla riforma della giustizia. La data ricalca quella già annunciata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni durante la conferenza stampa di fine anno, ma resta una variabile aperta che potrebbe modificare il calendario della consultazione.

L’ipotesi di uno slittamento è legata alla raccolta firme attualmente in corso per un nuovo referendum. Se entro la fine di gennaio dovesse essere raggiunta la soglia delle 500 mila sottoscrizioni, la questione passerebbe al vaglio della Corte costituzionale, aprendo la strada a una possibile revisione delle date e a un accorpamento delle consultazioni.

Nel frattempo il dibattito politico e culturale attorno alla riforma entra nel vivo. A Firenze, intervenendo all’iniziativa di Libertà Eguale dal titolo “La sinistra che vota sì”, il presidente emerito della Corte costituzionale Augusto Barbera ha invitato a separare il merito del referendum dal giudizio sull’esecutivo.

“Nel prossimo referendum non si vota né a favore del governo Meloni né contro”, ha spiegato Barbera, sottolineando come la valutazione sull’operato dell’esecutivo debba essere rimandata alle elezioni politiche. Un passaggio che mira a depotenziare la lettura plebiscitaria del voto, sempre ricorrente nei referendum costituzionali.

Secondo Barbera, inoltre, i contenuti della riforma della giustizia non rappresentano una rottura con la tradizione progressista. Al contrario, i temi affrontati “appartengono a un patrimonio della sinistra e del centrosinistra” e non configurano, a suo giudizio, un tentativo di delegittimare la magistratura. Una precisazione che intercetta le perplessità di una parte dell’elettorato e del mondo giudiziario, preoccupati da possibili ricadute sull’equilibrio tra poteri dello Stato.

Con la data fissata ma non ancora blindata, il referendum sulla giustizia si avvia dunque a diventare uno snodo politico delicato, in cui il confine tra riforma istituzionale e scontro politico rischia di restare sottile fino all’ultimo.