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Dalla scuola alla piazza: segnali di un malessere giovanile che non può più essere ignorato

Se si contrae un virus influenzale, non basta puntare sulla profilassi quando l’infezione è già in corso. Servono cure mirate

Gentile Direttore,

ho letto con interesse l’articolo dedicato al rapporto tra giovani, partecipazione e crisi culturale (leggi qui ). Col passare del tempo, appare sempre più evidente un malessere diffuso che somiglia a un nuovo decadentismo: un clima che rende più difficile immaginare il futuro in modo positivo e costruire fiducia nelle istituzioni e nella comunità.

Il disinteresse, quando si manifesta, si riflette anche alle urne. E quando invece emerge una qualche forma di partecipazione, talvolta assume modalità estreme. In alcuni casi viene persino intercettata e orientata da “menti” a cui il disordine fa comodo, trasformandosi in manifestazioni violente, scontri con le forze dell’ordine e atti vandalici contro beni pubblici e privati. Sembra quasi che, per una parte delle nuove generazioni, il confronto acceso ma costruttivo, democratico e “diplomatico” sia stato sostituito da linguaggi dove prevalgono rabbia e rottura.

In questo scenario si discute dell’ipotesi di introdurre controlli nelle scuole, con il rischio percepito di una militarizzazione degli istituti. Sarebbe, comunque la si giudichi, una sconfitta sociale. Significherebbe prendere atto che nel tempo le istituzioni, a più livelli, hanno mancato sul fronte della prevenzione: leggere per tempo criticità e fragilità, intervenire con correttivi, programmare misure mirate per ristabilire equilibri.

I recenti e tristi fatti di cronaca che hanno coinvolto due istituti superiori, con esiti molto diversi ma ugualmente allarmanti, hanno spinto anche il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, a parlare di una “rivoluzione culturale” necessaria e urgente per invertire la rotta. Parole condivisibili, anche se inevitabilmente tardive. Si sarebbe potuto e dovuto agire prima.

La strada resta lunga. Servono tempo e sforzi per modellare modi di pensare e di relazionarsi, per imparare a metabolizzare sconfitte e delusioni, per costruire strumenti di autocontrollo e di gestione del conflitto. Eppure, pur nel ritardo, non è detto che tutto sia già segnato. È però improcrastinabile passare dalle parole ai fatti.

Per usare una metafora: se si contrae un virus influenzale, non basta puntare sulla profilassi quando l’infezione è già in corso. Servono cure mirate. Così, oggi, accanto a un lavoro educativo e culturale strutturale, occorrono interventi concreti, immediati e ben progettati, capaci di incidere sulle cause del disagio e non soltanto sui suoi sintomi.