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Ritratto dell’ayatollah Khamenei, il guardiano intransigente della rivoluzione
Credit foto: Adnkronos

Simbolo dell’opposizione all’occidente, ha consolidato il proprio potere assoluto – durato quasi 40 anni – attraverso repressione sistematica denunciata da numerose organizzazioni internazionali

Teheran, 1° marzo 2026 – Al vertice della Repubblica islamica dal 1989, l’ayatollah Ali Khamenei è stato a lungo accusato da organizzazioni internazionali per i diritti umani di una repressione sistematica del dissenso. A Teheran c’è chi spera in una svolta e chi, invece, lo piange. In alcune aree della capitale si vedono lacrime e abbracci, volti tesi ma sinceramente provati, l’idea che con lui se ne vada un padre politico e religioso. Un conduttore della tv di stato ha annunciato la sua morte piangendo, con le autorità che hanno ordinato 40 giorni di lutto nazionale. Altrove invece, la stessa giornata viene letta come un varco: luce negli occhi, segnali di speranza, con l’augurio che non si trasformi presto in illusione.

Già, perché è un dovere ricordare come la fine di un dittatore non coincide automaticamente con la fine della dittatura, come già avevamo analizzato diverse settimane fa, nel pieno delle repressioni e quando già aleggiava l’ipotesi di un attacco americano (leggi qui).

Il rischio, anzi, è quello di una transizione chiusa, controllata, capace di produrre continuità sotto un nome nuovo. Per capire cosa potrebbe significare davvero, bisogna fermarsi sul presente e poi fare un salto indietro di quasi quarant’anni.

L’ascesa del tiranno

L’ascesa e il consolidamento del potere Nato nel 1939 a Mashhad, Khamenei proviene da una famiglia religiosa e ha studiato teologia. Ha partecipato all’opposizione allo Scià e alla rivoluzione islamica del 1979. Dopo la rivoluzione ha ricoperto ruoli chiave: nel 1981 è sopravvissuto a un attentato con una bomba che lo ha lasciato parzialmente invalido. È stato presidente della Repubblica dal 1981 al 1989, durante la guerra Iran-Iraq, e nel giugno 1989 è stato nominato Guida suprema succedendo a Khomeini.

La Costituzione attribuisce al Leader supremo poteri estesi: guida delle politiche generali, comando supremo delle forze armate (incluse le Guardie della Rivoluzione), nomina di capi giudiziari e religiosi, veto su leggi e decisioni strategiche. Questo ruolo prevale su quello del presidente eletto, limitato all’amministrazione quotidiana.

Organizzazioni per i diritti umani, tra cui Amnesty International e Human Rights Watch, hanno accusato a più riprese il regime di una repressione sistematica del dissenso. Le pratiche documentate comprendono arresti di massa, torture, esecuzioni capitali – spesso eseguite mediante impiccagione – e l’uso ripetuto della forza letale per soffocare le proteste di piazza.

La repressione

Tra gli episodi più significativi spiccano la repressione del Movimento Verde nel 2009, scatenata dalle contestate elezioni presidenziali e conclusasi con migliaia di arresti, feriti e diversi morti.

Nel novembre 2019, le proteste scoppiate in tutto il paese contro l’aumento improvviso del prezzo del carburante sono state represse con estrema durezza: secondo un’inchiesta di Reuters, centinaia di persone sono state uccise in pochi giorni, mentre le autorità hanno interrotto per ore internet per limitare la diffusione delle informazioni. Poi, tra il 2022 e il 2023, la morte in custodia di Mahsa Amini ha dato il via alla rivolta “Donna, Vita, Libertà”, la mobilitazione più ampia e trasversale dagli anni della rivoluzione: le strade si sono riempite di donne, giovani e intere famiglie che contestavano apertamente il Leader supremo, ma la risposta dello Stato ha portato a migliaia di arresti, centinaia di feriti e decine di esecuzioni, molte delle quali di manifestanti minorenni o di giovani donne. Per poi arrivare alla repressione di pochi mesi fa

In ultimo le repressioni più recenti, scoppiate alla fine del 2025 e culminate nei primi mesi del 2026, Le proteste, iniziate il 28 dicembre 2025 dopo il crollo del valore del rial e la crisi economica, si sono rapidamente trasformate in una rivolta nazionale contro il regime, con slogan espliciti contro Khamenei e richieste di cambiamento sistemico. La risposta delle autorità è stata di una brutalità senza precedenti: blackout totale di internet e comunicazioni, uso sistematico di armi da fuoco letali, cecchini e ordini di sparare per uccidere. Secondo fonti come Human Rights Activists News Agency (HRANA), Amnesty International e Human Rights Watch, le uccisioni di massa – concentrate soprattutto tra l’8 e il 9 gennaio 2026 – hanno causato migliaia di morti (stime variano da oltre 3.000 confermate dalle autorità a più di 7.000 secondo le ong), decine di migliaia di feriti (molti con cecità da proiettili di metallo) e oltre 53.000 arresti.

Politica estera e “Asse della Resistenza”

Khamenei ha consolidato l’influenza regionale iraniana sostenendo gruppi armati: Hezbollah in Libano, milizie sciite in Iraq, il regime di Assad in Siria, gli Houthi nello Yemen e legami con Hamas. Questa strategia di “resistenza” contro Stati Uniti e Israele ha aumentato il peso geopolitico di Teheran, ma ha attirato pesanti sanzioni, isolamento economico e tensioni militari continue.

Sul nucleare: ha autorizzato i negoziati per l’accordo JCPOA del 2015, poi criticato dopo il ritiro USA nel 2018, portando a un irrigidimento della posizione iraniana e all’arricchimento dell’uranio oltre i limiti concordati.

Controllo economico

Khamenei ha esercitato influenza su settori economici chiave. Rapporti del Dipartimento del Tesoro USA e di Reuters indicano che queste entità controllano porzioni significative dell’economia, beni espropriati e risorse finanziarie autonome dal bilancio statale, usate per mantenere fedeltà interna e indipendenza dal potere elettivo.

La morte di Khamenei arriva in un contesto di escalation militare aperta con USA e Israele, con rappresaglie iraniane in corso. Il sistema – Guardie Rivoluzionarie, clero conservatore, apparato di sicurezza – è strutturato per garantire continuità, anche con un nuovo leader. Le prossime fasi mostreranno se emergeranno divisioni interne o se prevarrà il controllo centralizzato, con al centro le guardie rivoluzionarie. (Credit foto: Adnkronos)

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