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Lo Stretto di Hormuz è chiuso. Perché l’Italia rischia la crisi energetica peggiore dal 1973

Largo appena 33 km nel punto più stretto, transitano circa 14-20 milioni di barili al giorno, pari al 20% del petrolio mondiale. Gli analisti avvertono: se resterà chiuso a lungo, i prezzi schizzeranno alle stelle

Teheran, 2 marzo 2026 – Lo Stretto di Hormuz, il corridoio marittimo da cui passa circ il 20% del petrolio mondiale, è chiuso. Dopo gli attacchi congiunti Usa-Israele contro l’Iran e le rappresaglie di Teheran – missili su basi e città del Golfo (Dubai, Doha, Abu Dhabi, Kuwait, Bahrein) – i Pasdaran hanno imposto un blocco navale. Centinaia di petroliere (almeno 150-250 secondo Kpler e fonti Reuters/Bloomberg) sono ferme all’ancora nel Golfo Persico o hanno invertito la rotta. L’impatto è stato imminente e travolgente, con il traffico commerciale è crollato del 70% in poche ore.

Il Brent ha schizzato: da 72-73 dollari venerdì a oltre 80 dollari negli scambi pre-apertura e futures, con picchi a 82 dollari nelle prime ore di lunedì. E i principali analisti avvertono: se il blocco dura oltre pochi giorni, quota 100-120 dollari è realistica, con scenari estremi fino a 150.

Lo Stretto – largo appena 33 km nel punto più stretto – è il collo di bottiglia energetico del pianeta: oltre 14-20 milioni di barili al giorno, un quinto del gas naturale liquefatto (soprattutto dal Qatar). Oltre l’80% dei flussi va verso l’Asia (Cina, India, Giappone), ma il prezzo del greggio è unico e globale: qualsiasi interruzione genera scarsità percepita e speculazione immediata.

Il Brent ha reagito con violenza: dai circa 72-73 dollari al barile di fine febbraio, ha toccato picchi oltre gli 80-82 dollari negli scambi pre-apertura e futures di oggi (dati Reuters, Bloomberg, Trading Economics). Analisti di Goldman Sachs, Wood Mackenzie, JP Morgan e Barclays avvertono: un blocco prolungato oltre pochi giorni porterebbe a 100-120 dollari, con scenari estremi fino a 150 in caso di escalation (mine, attacchi a navi, chiusura totale). Il gas europeo (indice TTF) è già salito del 25%, attestandosi intorno ai 39-40 €/MWh.

L’Italia rischia la crisi

Per l’Italia – importatore di energia, con un’economia sensibile ai rincari – questo è uno shock paragonabile alle crisi del 1973 o del 1990-91, ma in un contesto già provato da inflazione residua e transizione energetica incompleta. L’Italia non dipende massicciamente dal Golfo per il petrolio greggio (principali fornitori: Azerbaijan, Libia, USA, Kazakistan), ma il mercato è mondiale: un Brent più caro significa costi di raffinazione più alti per Eni e rincari immediati sui derivati.

Sul gas naturale liquefatto  la vulnerabilità è maggiore: post-crisi ucraina, l’Europa (e l’Italia in particolare) ha puntato forte sui terminali qatarioti per sostituire il gas russo. I rigassificatori di Piombino, Ravenna, Livorno e Gioia Tauro dipendono in buona parte da questi flussi che passano proprio da Hormuz. Senza di essi, la competizione spot con l’Asia farebbe esplodere i prezzi TTF, con effetti diretti sulle bollette.

L’impatto concreto sulle tasche degli italiani

Il rincaro del greggio si trasferisce rapidamente ai prezzi alla pompa: la benzina in modalità self è già salita da 1,672 euro al litro (27 febbraio) a 1,681 euro al litro (dati Mimit-Codacons al 2 marzo), mentre il gasolio è passato da 1,723 a 1,736 euro al litro. Se il Brent dovesse stabilizzarsi sopra i 90-100 dollari, diversi analisti stimano ulteriori aumenti nell’ordine di 30-40 centesimi al litro entro metà marzo, con la verde potenzialmente oltre quota 2 euro in molte aree. L’effetto a catena è immediato su trasporti e logistica e, a seguire, sui prezzi al consumo: in particolare sul carrello alimentare, dove l’impatto indiretto può accentuare i rincari.

Anche le bollette di luce e gas rischiano di risentirne nel breve, con rialzi stimati tra +30% e +45%. Per una famiglia tipo (consumi annui di 2.700 kWh di elettricità e 1.400 m³ di gas) la spesa potrebbe salire da 800-1.200 euro annui a circa 1.050-1.740 euro.

La terza guerra del golo, dunque, non è un conflitto lontano (nemmeno a livello geografico: è già dentro le nostre pompe e bollette. O rischia di farlo molto presto.