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Omicidio Camboni, Francesco Violoni scagionato: l’ex compagna lo aveva accusato del matricidio

Archiviata la posizione del figlio di Stefania Camboni; l’imputata Giada Crescenzi invece rischia l’ergastolo.

Fiumicino, 16 marzo 2026 – Un rinvio a giudizio immediato e un’accusa infamante che crolla sotto il peso delle prove scientifiche. La vicenda dell’omicidio di Stefania Camboni, consumatosi a Fregene a maggio 2025, è approdata nell’aula bunker del carcere di Rebibbia con un colpo di scena che restituisce dignità a Francesco Villoni, figlio della vittima, definitivamente scagionato da ogni sospetto.

L’archiviazione di Francesco Villoni e la denuncia per calunnia

La Procura di Civitavecchia ha messo la parola fine a una delle pagine più dolorose di questa cronaca nera. Francesco Violoni, inizialmente indagato insieme alla compagna Giada Crescenzi, è stato ufficialmente archiviato. “Una decisione tombale”, spiega l’avvocato Massimiliano Gabrielli, che assiste l’uomo, sottolineando come il suo assistito sia “una vittima due volte: per la perdita della madre e per le accuse atroci ricevute”.

Dagli atti emerge infatti un dettaglio inquietante: Giada Crescenzi, nel tentativo di scagionarsi, aveva accusato l’ex compagno di essere l’autore del matricidio, sostenendo che l’omicidio fosse avvenuto prima che l’uomo uscisse per andare al lavoro. Una versione che ha spinto i legali di Violoni a presentare una denuncia per calunnia aggravata nei confronti della donna.

Il castello di accuse smentito dai messaggi vocali

La strategia difensiva dell’imputata si è scontrata con i rilievi dei Ris di Roma. Secondo il racconto della Crescenzi, Stefania Carboni sarebbe stata uccisa in un orario in cui il figlio era ancora in casa. Tuttavia, l’attività investigativa ha dimostrato il contrario: la vittima è rimasta impegnata in chat con alcune amiche, inviando persino un messaggio vocale, quando Francesco era già regolarmente al suo posto di lavoro.

Questo elemento, unito alle relazioni del medico legale, colloca l’ora del delitto in un arco temporale che scagiona totalmente l’uomo e inchioda l’imputata. La giovane, che inizialmente aveva dichiarato di non aver sentito nulla, ha cambiato versione più volte, fino a tentare la carta dell’accusa diretta verso il compagno, ignorando che le tracce digitali e biologiche avrebbero presto raccontato una verità diversa.

La richiesta di perizia psichiatrica nell’aula bunker

Durante la prima udienza, svoltasi lunedì 23 febbraio 2026, la difesa di Giada Crescenzi ha giocato la carta dell’infermità, richiedendo una perizia psichiatrica per accertare uno stato dissociativo della ragazza. Secondo i legali, l’imputata soffrirebbe di amnesie e lacune profonde su quanto accaduto quella notte.

Di parere opposto la parte civile. L’avvocato Gabrielli evidenzia come la presunta incapacità contrasti con la lucidità mostrata nell’immediatezza del fatto: la donna avrebbe pulito l’arma del delitto, ripulito la scena del crimine e occultato il coltello fuori dall’abitazione. “C’è stata una progettualità nel depistaggio”, affermano i legali della famiglia, ribadendo la richiesta della massima pena.

Verso la sentenza: crudeltà e futili motivi

Il processo che riprenderà il 14 aprile vede Giada Crescenzi rispondere di omicidio volontario con l’aggravante della premeditazione, della minorata difesa — avendo colpito Stefania con 34 coltellate mentre dormiva — e dell’abuso di relazioni domestiche. I familiari, attraverso una memoria depositata in Procura, chiedono inoltre il riconoscimento dell’aggravante della crudeltà e dei futili motivi.

Dietro la violenza inaudita non ci sarebbero stati conflitti insanabili, ma banali dissapori quotidiani legati alla gestione degli spazi domestici e del cibo. Una tragedia maturata nel silenzio di una casa che avrebbe dovuto essere un rifugio e che si è trasformata in una trappola mortale. La Corte d’Assise dovrà ora valutare se quelle “pagine che pesano come macigni” porteranno alla condanna definitiva.