Il voto sulla giustizia offre per la prima volta una forma politica al campo largo. AVS cresce e mobilita i giovani, mentre Renzi manda segnali di avvicinamento
Roma, 25 marzo 2026 – Il No al referendum sulla giustizia è la prima vittoria del campo largo, che fino a due giorni fa, in realtà, nemmeno esisteva. Ora invece è nato quasi di soppiatto, senza che nessuno lo vedesse davvero arrivare. A certificarlo è l’abbraccio in piazza Barberini dopo il voto: è la prima volta che questo fronte si mostra così, pubblicamente, come un blocco politico riconoscibile. E in effetti neppure i sondaggisti più autorevoli erano riusciti a prevedere un’affluenza così alta. In termini assoluti non è un dato clamoroso, ma se rapportato alle ultime tornate elettorali è un risultato tutt’altro che trascurabile. Una parte di quei voti arriva da elettori che alle politiche del 2022 e alle europee del 2024 avevano deciso di restare a casa. Stavolta, invece, si sono precipitati in massa per mettere la croce sul No. Anche per responsabilità di alcuni esponenti del Governo, su cui sarà necessario tornare. Prima, però, è doveroso soffermarsi sui vincitori. Su tutti, Elly Schlein, Giuseppe Conte e, sullo sfondo ma non troppo, Alleanza Verdi e Sinistra.
Conte-Schlein è la coppia che scoppia, si potrebbe dire. O forse, da oggi, qualcosa di più di una coppia. Dopo anni di discussioni, diffidenze e diatribe, i leader di Pd e M5S potrebbero aver trovato la quadra: di lotta lei, di governo lui. E accanto a loro, sempre più stabilmente, si colloca AVS, che in questa fase non appare più come una semplice presenza accessoria, ma come una componente capace di rafforzare il profilo politico e simbolico della coalizione.
Schlein, del resto, fin qui non ha praticamente sbagliato un’elezione. Anche il grande risultato del Partito Democratico alle Europee (prese il 24% dei voti) porta in larga parte la sua firma. In questa campagna referendaria è stata la protagonista assoluta delle piazze: le ha dominate, le ha animate, le ha mobilitate, imponendosi come la vera front-woman della battaglia. Ha dato voce alla parte più militante, più identitaria, più combattiva dell’opposizione, trasformando la presenza fisica sul territorio in un segnale politico preciso.
Conte, invece, ha occupato i grandi spazi televisivi, presidiando talk show e confronti pubblici, e continua a farlo anche ora, a urne chiuse e risultato acquisito. Il suo è stato il volto più rassicurante della campagna, quello capace di parlare a un elettorato meno ideologico e più incerto. A renderlo credibile è stata anche la sua passata esperienza da presidente del Consiglio: proprio in quella doppia-stagione, agli occhi di molti italiani, Conte aveva costruito un profilo di affidabilità e protezione, diventando durante l’emergenza Covid il leader più popolare del Paese. È su quella memoria politica che continua ancora oggi a fare leva.
La leadership
Ora però è il momento della fase più delicata: quella della leadership. Le politiche 2027 sono alle porte e Conte ha già aperto alla possibilità di primarie vere, non di apparato ma aperte, rivolte cioè a un perimetro largo di elettori e simpatizzanti. Un modo per porre il tema fin da subito e, allo stesso tempo, per intestarsi la richiesta di una legittimazione popolare piena. Chi dovrà guidare questo fronte, però, resta tutto da vedere.
Sulla carta, il Pd conserva un vantaggio evidente: è il primo partito dell’opposizione, ha una struttura più solida, un radicamento territoriale più esteso e numeri che, formalmente, gli assegnano il ruolo di asse portante di qualsiasi alternativa di governo alla destra. Ma le coalizioni non si reggono solo sulle gerarchie. Si reggono sui rapporti di forza reali, sulla capacità di attrarre consenso, di allargare il perimetro, di risultare credibili anche fuori dal proprio recinto. E alla fine, appunto, contano i numeri. Quelli del Pd, ma anche quelli del Movimento 5 Stelle.
Per questo non si può escludere che, a un certo punto, i dem possano (o debbano) cedere all’ipotesi di una investitura di Conte. Non soltanto per una questione di equilibrio interno, ma perché l’ex premier continua a rappresentare, agli occhi di una parte dell’elettorato, un profilo più spendibile sul terreno della guida del Paese: meno identitario, più istituzionale, più governativo. Di governo, appunto.
Renzi si avvicina, Calenda sconfitto di nuovo
Sullo sfondo resta poi Matteo Renzi, che appare sempre meno distante da questo perimetro politico. Pur non avendo ancora oggi rivelato cos’abbia votato e senza farsi vedere a piazza Barberini, i segnali di avvicinamento si moltiplicano e, al netto delle diffidenze reciproche, il leader di Italia Viva sembra ormai guardare con crescente interesse a una convergenza in chiave anti-destra. La sua collocazione resta mobile, come spesso gli accade, ma il processo in corso è ormai visibile.
Più nitido, invece, è il dato che riguarda Carlo Calenda, che da questa fase politica esce con un’altra sonora sconfitta. La sua linea autonoma, alternativa tanto alla destra quanto al blocco progressista, continua a non tradursi in una prospettiva competitiva. Mentre gli altri, pur tra mille contraddizioni, provano almeno a costruire un’alleanza, il leader di Azione resta ancora una volta ai margini del quadro.
AVS cresce e mobilità i giovani
E poi c’è AVS. Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni vengono raramente considerati davvero centrali nel racconto politico nazionale, quasi fossero comprimari destinati a restare sullo sfondo. Eppure, guardando ai movimenti dell’elettorato degli ultimi anni, il loro peso reale merita probabilmente più attenzione. Alleanza Verdi e Sinistra è una delle forze che ha mostrato una crescita più costante, riuscendo a intercettare una parte di consenso giovane e urbano che oggi appare sempre più decisiva. Soprattutto sui temi dell’ambiente, della giustizia climatica e delle nuove sensibilità generazionali, il partito si è dimostrato capace di mobilitare energie che, in molti casi, sembrano sfuggire agli stessi Pd e M5S. Per questo sarebbe un errore considerarli semplici alleati di contorno. Nella costruzione del nuovo campo largo, Bonelli e Fratoianni giocheranno un ruolo.
Il punto, ora, non è più capire se il campo largo. Il punto è capire se riuscirà a durare, a darsi una forma e soprattutto una guida. Il referendum sulla giustizia non consegna ancora un’alternativa di governo, ma restituisce all’opposizione qualcosa che fin qui era mancato: un perimetro comune, un’immagine condivisa agli occhi degli elettori, un inizio. E non è poco.
Foto credit: Adnkronos









