l'editoriale
|Giovani, violenza e social: quel dolore invisibile che distrugge l’anima
Serve avere il coraggio di dire che non tutto può diventare contenuto, che non tutto deve essere mostrato.
Non è vero che i giovani vivono senza pensieri. Basta guardarli negli occhi, senza filtri, per accorgersi che qualcosa si è incrinato. Non è superficialità, non è fragilità senza motivo: è esposizione continua. A immagini crude, a parole violente, a un flusso che non si interrompe mai e che entra dentro, anche quando non lo si vuole.
Ho visto una ragazza di 22 anni piangere davanti allo schermo del telefono. Non per una delusione personale, non per una storia finita. Piangeva per il mondo. Scorreva TikTok e si imbatteva in video di animali torturati, accompagnati da commenti feroci, capaci di giustificare l’ingiustificabile. Poi la guerra, i bambini che muoiono, racconti di violenza trasformati in contenuti da consumare. Tutto insieme, tutto troppo veloce. Senza contesto, senza respiro, senza il tempo necessario per comprendere.
Un tempo, certe notizie arrivavano con lentezza, richiedevano attenzione, lasciavano spazio al pensiero e alla riflessione. Oggi si accavallano in pochi secondi, si sovrappongono, si dissolvono. E i giovani restano lì, esposti, a raccogliere frammenti di dolore senza avere strumenti sufficienti per reggerli.
Non ce ne rendiamo conto perché noi adulti siamo disillusi, disincantati, a volte persino gretti. Ma i giovani no: loro ancora sognano, immaginano, credono… e quello che vedono li spaventa.
Il peso invisibile che portano dentro
Il risultato è sotto gli occhi di tutti, anche se spesso si preferisce non vederlo. Crescono l’ansia, la paura, un senso diffuso di insicurezza. Le relazioni diventano più fragili, il futuro più incerto. Si insinua una percezione distorta della realtà: il male sembra ovunque, il bene quasi inesistente.
Non è solo una questione individuale. È qualcosa che riguarda tutti. Perché quando una generazione intera si abitua a convivere con immagini così forti, il rischio non è solo quello di soffrire, ma di smettere di sentire davvero. Oppure, al contrario, di sentire troppo, senza riuscire a trasformare quell’emozione in qualcosa di utile.
Quando l’orrore diventa normalità
Il punto più inquietante è che tutto questo sta diventando comune. Non normale, ma comune sì, e troppo spesso queste due parole diventano sinonimi. L’orrore è stato reso scorrevole, infilato tra un video leggero e una pubblicità. È diventato parte della quotidianità.
Le piattaforme globali, pur avendo strumenti di controllo, non riescono – o non sempre scelgono – di proteggere davvero chi guarda. E non si tratta di censura. Si tratta di responsabilità. Di riconoscere che certe immagini hanno un peso, e che quel peso qualcuno lo porta dentro.
Rendere visibile anche il bene
Davanti a quella ragazza, ho provato a fare l’unica cosa possibile: riportarla a terra. Le ho ricordato che esistono anche persone buone, gesti silenziosi, storie che non fanno rumore ma tengono insieme il mondo. È vero. Ma oggi non basta più dirlo.
Bisogna renderlo visibile. Dare spazio a ciò che costruisce, non solo a ciò che distrugge. Offrire un equilibrio che oggi sembra mancare.
Un cambio di sguardo necessario
La domanda resta, inevitabile: che mondo stiamo consegnando ai nostri figli? Un mondo in cui tutto è accessibile, ma poco è davvero compreso. Dove si vede tanto, ma si elabora poco. Dove l’empatia abdica alla stanchezza, trasformandosi in resa.
Serve fermarsi. Serve educare allo sguardo: insegnare a distinguere, a scegliere, a proteggersi. Serve avere il coraggio di dire che non tutto può diventare contenuto, che non tutto deve essere mostrato. Perché no, non è normale. E non possiamo permettere che lo diventi.


