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Rifiuti, la Regione approva il nuovo Piano: Lazio verso l’autosufficienza entro il 2031

Nel piano entrano anche il termovalorizzatore di Roma e i nuovi impianti AMA

Roma, 22 aprile 2026 – Avviare il Lazio, per la prima volta, alla chiusura del ciclo regionale dei rifiuti, prevedendo la completa autosufficienza per il trattamento e lo smaltimento, 13 anni dopo la cessazione dei conferimenti presso la discarica di Malagrotta, la cui chiusura, senza prevedere un’alternativa, aveva messo in crisi tutto il sistema di gestione dei rifiuti.

È questo l’obiettivo contenuto nel nuovo Piano Regionale di Gestione dei Rifiuti 2026-2031 approvato dalla Giunta regionale, che ora dovrà passare l’iter legislativo in Consiglio regionale.

Gli investimenti previsti

Con il programma PR FESR Lazio 2021-2027 la Regione Lazio ha investito 60 milioni di euro per promuovere l’economia circolare, migliorare e innovare la raccolta differenziata dei rifiuti urbani, ammodernare e creare nuove linee di trattamento e riciclo dei materiali raccolti, finanziare interventi per potenziare la rete di raccolta differenziata e gli impianti di riciclo.

Nel dettaglio:

18 milioni di euro sono destinati al bando per il potenziamento della raccolta differenziata per i Comuni del Lazio.

19 milioni di euro finanziano la realizzazione dei centri di raccolta e delle isole ecologiche, oltre alle attività di compostaggio e autocompostaggio per la riduzione della frazione organica, per i Comuni del Lazio e Roma Capitale.

21 milioni di euro sono destinati agli interventi di ammodernamento e riconversione impiantistica esistente per il potenziamento delle attività di trattamento.

9 milioni di euro vanno ai Comuni che sostengono il peso della chiusura del ciclo dei rifiuti, con particolare riferimento ai territori nei quali insistono discariche e termovalorizzatori. Si tratta di un sostegno economico per opere pubbliche di interesse locale da destinare al potenziamento della raccolta differenziata, anche in considerazione degli alti costi previsti per questo tipo di interventi. L’importo, in base a una norma approvata nel recente bilancio regionale, potrà essere aumentato.

Un sistema ancora fragile

La strutturale carenza impiantistica del Lazio relativa agli impianti minimi, cioè discariche per lo smaltimento dei rifiuti non pericolosi e termovalorizzatori per il recupero energetico, ha prodotto una dipendenza costante dai conferimenti in impianti extra regione, estero compreso, soprattutto per il rifiuto cosiddetto “tal quale”, per il combustibile da rifiuti e per lo scarto di lavorazione degli impianti intermedi.

Il deficit impiantistico ha penalizzato anche la frazione organica dei rifiuti solidi urbani, il cosiddetto umido, anch’essa quasi tutta trasportata fuori regione.

Ogni anno circa 1 milione di tonnellate di rifiuti laziali viene smaltito o trattato fuori dal Lazio.

Il piano di Roma Capitale entra nel quadro regionale

Il nuovo Piano Regionale ingloba integralmente il Piano di Gestione dei Rifiuti di Roma Capitale, varato dal Commissario straordinario di Governo per il Giubileo della Chiesa cattolica 2025, compresi i prossimi impianti di trattamento previsti da AMA, cioè due biodigestori e due piattaforme per il recupero di carta e plastica, e il termovalorizzatore di Acea Ambiente.

Per ottimizzare la gestione, il Piano supera la divisione in cinque ambiti provinciali istituendo due nuovi Ambiti Territoriali Ottimali e mira a efficientare il sistema impiantistico per raggiungere il 72,3% di raccolta differenziata entro il 2031 e una riduzione del 6% dei rifiuti.

I numeri di partenza

Il Lazio presenta un deficit impiantistico storico che comporta l’esportazione di circa 1 milione di tonnellate di rifiuti ogni anno.

Nel 2023 la produzione totale è stata di 2,865 milioni di tonnellate, pari a 501 kg per abitante.

Il sistema è caratterizzato da una forte dipendenza da impianti fuori regione e da uno squilibrio marcato tra Roma e il resto del territorio.

La nuova mappa degli ATO

Il Piano supera il modello precedente che prevedeva cinque ATO provinciali. Con la nuova governance, la Regione viene suddivisa in due ambiti:

ATO 1: Lazio senza Roma, con 2,9 milioni di abitanti.

ATO 2: Roma Capitale, con 2,8 milioni di abitanti.

Questa scelta consente una gestione più mirata e risponde alle differenze strutturali tra i territori, ponendosi come obiettivo la riduzione del 6% dei rifiuti entro il 2031.

Lo scenario attuale e quello tendenziale

Il Piano analizza uno scenario inerziale, con una produzione di rifiuti costante rispetto al 2023: 2,865 milioni di tonnellate di rifiuti urbani prodotti, pari a 501 kg per abitante, e una raccolta differenziata al 55,4%, salita al 56,2% secondo il Rapporto Arpa Lazio 2024.

Esiste però un forte divario tra i due ATO: l’ATO 1 ha già raggiunto e superato l’obiettivo di legge con il 66,5% di raccolta differenziata, mentre l’ATO 2 è in ritardo, fermo al 46,6%.

Il Piano prevede poi uno scenario tendenziale, che rappresenta il vero obiettivo, considerando una riduzione della produzione di rifiuti al 2031 inferiore al 10% rispetto al 2023.

Gli obiettivi al 2031

Il Piano fissa traguardi ambiziosi per allinearsi alle direttive europee e nazionali.

La raccolta differenziata dovrà raggiungere una media regionale del 72,3% entro il 2031. Nello specifico, si punta al 78% per l’ATO 1 e al 68% per l’ATO 2. L’obiettivo normativo del 65% a livello regionale sarà raggiunto nel 2028.

Per il riciclaggio effettivo dei rifiuti urbani, calcolato secondo i nuovi criteri europei, viene fissato il raggiungimento del 60% entro il 2030, mentre nel 2023 era stimato al 48,2%.

Per quanto riguarda il conferimento in discarica, il Piano punta a ridurre drasticamente l’uso di questo strumento, fino a non superare il 6% del totale dei rifiuti urbani prodotti entro il 2031, un valore ampiamente inferiore al limite massimo europeo del 10% previsto per il 2035.

Il ruolo dei termovalorizzatori

Gli impianti di recupero energetico sono considerati fondamentali per trattare i rifiuti, sia gli indifferenziati sia gli scarti combustibili delle attività di recupero, riducendo l’uso della discarica. In questo settore, il Piano prevede l’autosufficienza regionale nel 2028.

Nel polo impiantistico dell’ATO 1, a San Vittore nel Lazio, l’impianto attualmente in funzione, con una capacità di 397.200 tonnellate l’anno, gestirà i rifiuti trattati provenienti dall’ambito. Il Piano considera il funzionamento a pieno regime della quarta linea, attualmente in realizzazione, per garantire maggiore resilienza durante i fermi di manutenzione delle altre tre linee.

Per l’ATO 2, invece, è prevista l’entrata in funzione dal 1° gennaio 2028 del nuovo termovalorizzatore di Santa Palomba, a Roma Capitale. L’impianto avrà una capacità di 600.000 tonnellate l’anno e riceverà direttamente i rifiuti urbani indifferenziati romani, bypassando il trattamento presso gli impianti intermedi per almeno due terzi delle tonnellate autorizzate. Non oltre un terzo delle 600.000 tonnellate annue potrà essere costituito da rifiuti trattati provenienti da TBM o TMB.

Il nuovo impianto produrrà 65 MW di energia elettrica, catturerà CO₂ e consentirà il recupero di metalli, entro il limite del 10%, dalle ceneri pesanti.

Discariche, il fabbisogno e i siti previsti

Per quanto riguarda gli impianti di smaltimento, cioè le discariche di rifiuti non pericolosi, il Piano stima un fabbisogno per il periodo 2026-2031 pari a circa 1,166 milioni di tonnellate, oltre 1,060 milioni di metri cubi, destinato esclusivamente agli scarti non combustibili e ai residui dei trattamenti.

L’offerta impiantistica in via di sviluppo garantirà però più di 2,223 milioni di tonnellate di capacità, oltre 1,940 milioni di metri cubi, coprendo abbondantemente il fabbisogno per l’orizzonte di Piano e oltre.

I quattro siti principali dell’ATO 1 sono:

Viterbo, con ampliamento autorizzato del bacino VT4 per 550.000 metri cubi.

Aprilia, con una nuova discarica in località Sant’Apollonia per 940.742 metri cubi.

Roccasecca, con ampliamento in corso del bacino V per 450.000 metri cubi.

Civitavecchia, con ampliamento in autorizzazione del lotto Fosso Crepacuore 4 per 400.000 metri cubi.

Per l’ATO 2, il Piano prevede invece l’ampliamento della discarica per rifiuti non pericolosi all’interno della Città Metropolitana di Roma Capitale, dentro il perimetro dell’ATO 1, al fine di accogliere i rifiuti trattati dell’ATO 2 secondo il principio di prossimità. Questa scelta si è resa necessaria perché il Piano di Roma Capitale redatto dal Commissario straordinario non ha previsto una discarica per la chiusura del ciclo all’interno dei confini di Roma Capitale.

La rete degli impianti intermedi

La rete degli impianti di trattamento biologico-meccanico, meccanico-biologico e solo meccanico rappresenta lo snodo cruciale di primo conferimento per la gestione dei rifiuti urbani indifferenziati nel Lazio.

Il Piano regionale delinea per questi impianti una profonda fase di transizione tecnologica e strategica fino al 2031.

Nel 2023 questi impianti hanno ricevuto la quasi totalità dei rifiuti urbani indifferenziati della regione, circa il 93,3%, pari a oltre 1,201 milioni di tonnellate.

Gli impianti TBM, TMB e TM operanti nel Lazio sono classificati come impianti intermedi, poiché i loro flussi in uscita sono destinati agli impianti minimi finali di chiusura del ciclo.

Il Lazio dispone storicamente di una capacità impiantistica autorizzata superiore al reale fabbisogno. Questa sovraccapacità è considerata un elemento di forza, perché garantisce la continuità del servizio anche in caso di manutenzioni o chiusure improvvise di singoli impianti.

La transizione da TM a TMB

Il Piano registra un processo in corso per la trasformazione degli impianti TM in TMB attraverso la realizzazione di biocelle o linee di biostabilizzazione per trattare la frazione organica residua, il cosiddetto sottovaglio.

Le chiusure, i nuovi avvii e i rinnovi

Tra il 2022 e il 2025 la rete ha subito notevoli mutamenti.

Ad Albano Laziale, a seguito di un incendio, le attività sono sospese dal 2016 e l’autorizzazione è stata revocata nel 2024.

A Roma, Malagrotta 2 è ferma da giugno 2022, sempre a causa di un incendio, e allo stato attuale non sono previste date per il ripristino.

Malagrotta 1 ha invece riaperto nell’ottobre 2024 dopo l’incendio del Natale 2023, ma con un layout semplificato, limitato alla sola biostabilizzazione per 187.000 tonnellate annue. Ulteriori lavori di ripristino sono ancora in corso.

Tra i nuovi avvii e gli adeguamenti completati rientra l’impianto di Guidonia Montecelio, entrato in funzione nel 2024 al servizio esclusivo dei rifiuti di Roma Capitale, con una capacità operativa attuale di 100.000 tonnellate l’anno su 190.000 autorizzate.

Nel 2024 anche Castelforte e Pomezia hanno avviato le linee di biostabilizzazione, operando ora di fatto come TMB. Pomezia ha inoltre collaudato nel 2025 un ampliamento a 380.000 tonnellate annue.

Ad Aprilia, nel 2025, MTS Ambiente del gruppo Rida Ambiente ha ottenuto l’autorizzazione per un nuovo impianto meccanico da 495.000 tonnellate annue, di cui al massimo 165.000 per rifiuti urbani indifferenziati. L’impianto prevede anche la produzione di css-c, combustibile da rifiuti in End of Waste, cioè un materiale che, dopo specifiche operazioni di recupero, cessa di essere qualificato come rifiuto e diventa prodotto o materia prima seconda, utilizzabile anche nella valorizzazione energetica, per esempio nei cementifici.

Sono invece in fase di riesame, rinnovo e definizione AIA gli impianti di Viterbo, Colfelice, Cisterna di Latina e i TM privati di Rocca Cencia a Roma. L’impianto di Aprilia di Rida Ambiente è stato già rinnovato nel 2023 per 409.200 tonnellate annue.

Le prospettive future

Il ruolo dei TMB è destinato a ridimensionarsi nel corso del Piano.

Con l’entrata in esercizio del nuovo termovalorizzatore di Roma Capitale prevista per il 2028, i rifiuti indifferenziati romani verranno conferiti direttamente al nuovo impianto, bypassando gli impianti intermedi.

L’impianto pubblico TMB di Rocca Cencia, attualmente operativo solo come area di trasferenza per ordinanza commissariale, sarà riconvertito. Il progetto già autorizzato prevede la sua trasformazione in un impianto di trattamento delle frazioni secche riciclabili dei rifiuti urbani.

Il recupero dell’organico

Il recupero della frazione organica è un settore in cui il Lazio supererà ampiamente il proprio fabbisogno, invertendo la tendenza storica all’esportazione. Oggi gran parte di questi rifiuti è trattata in Veneto.

Il fabbisogno stimato al 2031 è di 780.000 tonnellate annue, mentre la capacità totale degli impianti, tra esistenti, in costruzione e autorizzati, potrà superare 1,9 milioni di tonnellate annue.

Le nuove regole per individuare i siti

Rispetto al Piano vigente, il nuovo Piano Regionale stabilisce un quadro di regole precise per l’individuazione delle aree idonee e non idonee a ospitare ogni singola tipologia di impianto. Province e Città Metropolitana di Roma Capitale dovranno recepire queste regole in specifiche mappe territoriali entro un anno dall’approvazione del Piano.

La metodologia di valutazione articola la scelta dei siti in tre macrocategorie di fattori.

I fattori escludenti precludono la localizzazione e si dividono in tutela integrale, che non ammette alcuna deroga, come nel caso delle aree esondabili o dei vincoli paesaggistici assoluti, e in fattori condizionanti, superabili solo tramite pareri favorevoli vincolanti o specifiche mitigazioni, come nel caso delle aree di pregio agricolo o delle fasce di rispetto stradali.

I fattori di attenzione progettuale riguardano aree che richiedono approfondimenti tecnici specifici per valutare la reale fattibilità dell’opera e introdurre le necessarie mitigazioni.

I fattori preferenziali sono invece le caratteristiche che favoriscono l’insediamento dell’impianto, come la presenza di aree industriali dismesse, la baricentricità rispetto alla produzione dei rifiuti e una buona accessibilità viaria.

Le distanze minime di rispetto

Il Piano fissa anche distanze minime precise dalle funzioni sensibili, come scuole e ospedali, che operano come fattore escludente a tutela integrale, variando in base alla tipologia e alla pericolosità dell’impianto.

La distanza minima è di 1.500 metri per le discariche di rifiuti pericolosi e per gli impianti di recupero energetico.

È di 1.250 metri per le discariche di rifiuti non pericolosi.

Scende a 1.000 metri per gli impianti TBM, TMB e TM, per gli impianti di trattamento dell’umido, per quelli di trattamento o stoccaggio di rifiuti speciali pericolosi e per le discariche di inerti.

È invece di 500 metri per gli impianti di trattamento o stoccaggio di rifiuti speciali non pericolosi, per gli impianti di trattamento dei veicoli fuori uso e per quelli autorizzati in procedura semplificata per rifiuti non pericolosi.

Il caso dei centri comunali di raccolta e delle aree industriali

I centri comunali di raccolta godono di un regime molto più flessibile per favorire la prossimità ai cittadini. A queste strutture non si applica infatti la rigida classificazione di distanza escludente prevista per gli altri impianti. È richiesto uno studio di attenzione progettuale solo qualora il centro venga a trovarsi a meno di 100 metri da un centro abitato.

Per gli impianti, in particolare quelli dedicati al recupero di materia, previsti in zone industriali o produttive già classificate per industrie insalubri, la Regione potrà valutare in fase di autorizzazione specifiche deroghe ai vincoli per favorire operazioni di simbiosi industriale ed economia circolare.