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Patto di stabilità, l’Italia paga anni di spese pazze e crescita zero

Decenni di spesa pubblica fuori controllo e crescita prossima allo zero presentano il conto. Ora chiediamo la sospensione del patto, ma i debiti si pagano

Roma, 30 aprile 2026 – Dopo il verdetto di Eurostat, che ha certificato il deficit italiano al 3,1% del Pil nel 2025, il Governo invoca la sospensione del Patto di stabilità. Nella risoluzione di maggioranza sul Documento di finanza pubblica è comparso un riferimento alla possibilità di attivare le clausole di salvaguardia previste dalle regole europee, chiedendo all’Unione il riconoscimento di una “situazione eccezionale”. In sostanza, il governo punta a ottenere una sospensione del Patto o almeno una deviazione dal percorso di spesa concordato con la Commissione, per far fronte al caro energia. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha difeso la linea dell’esecutivo: secondo il titolare del Mef è “molto difficile” sostenere una clausola che consenta di non considerare alcune spese per la difesa, ma non gli interventi a favore di famiglie e imprese colpite dai rincari energetici. Sullo scostamento, ha aggiunto, la decisione spetta al Parlamento.

Cos’è il Patto di stabilità

Il Patto di stabilità e crescita è l’insieme di regole europee che serve a tenere sotto controllo i conti pubblici degli Stati membri. Non è un dettaglio tecnico. È uno dei pilastri della convivenza economica nell’Unione europea, soprattutto per i Paesi che condividono la stessa moneta.

Le soglie più note sono due: il deficit non dovrebbe superare il 3% del Pil e il debito pubblico dovrebbe tendere verso il 60% del Pil. Il deficit misura quanto lo Stato spende in più rispetto a quanto incassa in un anno. Il debito, invece, è il peso accumulato negli anni: la somma degli squilibri passati, più gli interessi da pagare.

Dopo la sospensione delle regole durante la pandemia, l’Unione europea ha riformato il Patto. Il nuovo sistema è meno automatico del passato e prevede percorsi pluriennali concordati con i singoli Paesi. Ma il principio non cambia: chi ha conti fragili deve dimostrare di poterli riportare su una traiettoria sostenibile.

Perché è fondamentale

Il Patto non nasce per impedire agli Stati di spendere. Nasce per evitare che la spesa pubblica diventi insostenibile e scarichi il conto sui cittadini, sui governi successivi e sugli altri Paesi dell’area euro.

Quando uno Stato ha un debito elevato, deve pagare molti interessi. Quei soldi non finanziano ospedali, scuole, trasporti, stipendi pubblici o tagli fiscali. Servono a remunerare chi compra titoli di Stato. Più il debito è alto e più il Paese appare rischioso, più può aumentare il costo del finanziamento.

Per questo Bruxelles insiste sul rispetto delle regole. Non per una questione astratta di rigore, ma perché in un’area monetaria comune il disordine dei conti di un Paese può creare instabilità anche per gli altri.

Il problema italiano

La richiesta italiana può avere una sua logica nel merito. Il caro energia non è una spesa ordinaria e pesa davvero su famiglie e imprese. Ma c’è un punto che il Governo fatica spesso ad ammettere: l’Italia chiede flessibilità da una posizione fragile. Ed anzi, ne ha goduto fin troppo.

Il Paese ha uno dei debiti pubblici più alti d’Europa. Questo significa che ogni nuovo margine di spesa viene valutato con maggiore severità. Non perché l’Italia sia trattata peggio per principio, ma perché parte da una situazione più rischiosa.

Se l’Italia avesse un debito più basso, potrebbe chiedere flessibilità con maggiore forza. Se avesse una crescita più robusta, avrebbe più spazio per finanziare misure espansive. Se avesse speso meglio in passato, oggi avrebbe meno bisogno di chiedere deroghe.

Perché l’Italia si lamenta, ma il problema è anche suo

L’Italia non sfora per un incidente isolato. Sfora perché da decenni convive con una spesa pubblica rigida, un debito elevato, una crescita debole e margini di bilancio ridotti. Ogni governo promette di cambiare passo, ma spesso finisce per chiedere più tempo, più flessibilità o una nuova eccezione.

Questo non significa che Bruxelles abbia sempre ragione. Le regole europee possono essere troppo rigide se trattano allo stesso modo investimenti produttivi e spesa corrente. Spendere per infrastrutture, energia, innovazione o difesa non è uguale a finanziare bonus temporanei. Una discussione sulla qualità della spesa è legittima. Ma l’Italia non ha la credibilità per andare a sbattere i pugni sul tavolo e chiedere altri soldi da spendere e spandere senza nessun ritorno. Già, perché nel privato come nel pubblico, i debiti vanno onorati. O cambiamo adesso o non cambieremo mai più.

Foto generata con l’intelligenza artificiale