L'ANALISI
|Negoziati Ucraina-Russia: perché Zelensky chiede la tregua e cosa ha risposto Putin
La proposta: vertice in sede neutrale, una pausa nei combattimenti e lo scambio dei prigionieri. La lettera di Zelensky a Putin poche ore dopo l’attacco a San Pietroburgo
Kiev, 5 giugno 2026 – Volodymyr Zelensky scrive a Vladimir Putin e gli chiede un incontro diretto. Non a Kiev, non a Mosca, ma in un Paese neutrale. Svizzera, Turchia, forse un Paese arabo. Un luogo terzo, lontano dalle capitali dei due Paesi in guerra, dove provare ad aprire un negoziato sulla fine del conflitto.
La proposta ucraina è sempre la stessa: cessate il fuoco durante i colloqui, scambio di prigionieri, ritorno dei civili e dei bambini portati in Russia. Ma il messaggio politico è chiaro: Kiev vuole costringere Mosca a dire se intende davvero trattare o se la disponibilità al dialogo resta solo una formula diplomatica.
La risposta del Cremlino: “Venga a Mosca”
La risposta del Cremlino è arrivata attraverso Dmitry Peskov. Zelensky può venire a Mosca “in qualsiasi momento”, ha fatto sapere il portavoce di Putin. Una replica che Mosca presenta come apertura, ma che cambia subito il terreno della discussione: non una sede neutrale, come chiesto da Kiev, ma la capitale russa.
La differenza non è secondaria. Un vertice in un Paese terzo avrebbe un valore diplomatico preciso. Un incontro a Mosca, invece, avrebbe un peso simbolico enorme. Per l’Ucraina significherebbe accettare di discutere nella capitale dello Stato che ha invaso il suo territorio. Per il Cremlino sarebbe una scena politica utile, anche prima di qualunque risultato concreto.
Putin: “Kiev chiede la tregua perché arretra”
Putin ha poi dato la sua lettura della richiesta ucraina di fermare le ostilità. Secondo il presidente russo, Kiev vorrebbe un cessate il fuoco perché l’esercito di Mosca sta avanzando sul terreno. Durante un incontro organizzato dalla Tass con i responsabili delle principali agenzie di stampa internazionali, Putin ha sostenuto che le truppe russe avanzano nella regione di Zaporizhzhia e che proprio questa pressione militare spingerebbe l’Ucraina a chiedere una pausa nei combattimenti.
È la narrazione opposta a quella di Kiev. Per Zelensky, il cessate il fuoco serve a rendere credibile un negoziato e a verificare se esista davvero una possibilità di pace. Per Putin, invece, la tregua sarebbe un modo per bloccare l’avanzata russa e guadagnare tempo.
La differenza è sostanziale. Kiev presenta il negoziato come una via per fermare la guerra. Mosca lo descrive come una richiesta arrivata da una parte in difficoltà. Anche qui il confronto non è solo militare. È politico. Chi chiede la tregua vuole la pace o vuole respirare? Chi la rifiuta vuole trattare davvero o vuole continuare ad avanzare prima di sedersi al tavolo?
L’attacco ucraino a San Pietroburgo
Intanto la guerra è arrivata ancora una volta in profondità nel territorio russo. Il 3 giugno, droni ucraini hanno colpito l’area di San Pietroburgo, provocando un incendio in un terminal petrolifero. Secondo le autorità russe, diversi droni sono stati intercettati e alcune persone sono rimaste ferite. I media ucraini hanno indicato tra gli obiettivi anche infrastrutture energetiche e logistiche nella zona.
L’attacco ha riguardato anche l’area di Kronstadt, nel Golfo di Finlandia, sede di strutture portuali e militari russe. Per Kiev, operazioni di questo tipo servono a colpire la capacità logistica ed energetica che sostiene lo sforzo bellico di Mosca. Per la Russia, invece, sono attacchi contro il proprio territorio e vengono usati per rafforzare la narrazione di un Paese sotto pressione.
Stando a tutto questo, la domanda da porsi è questa: chi arriverà per primo al tavolo senza poter più permettersi di alzarsi? Kiev vuole trattare senza apparire sconfitta. Mosca vuole trattare senza ammettere di non aver vinto. Ed è dentro questa distanza, più ancora che sulla linea del fronte, che oggi si gioca la possibilità di un negoziato.


