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L’Azteca fa sognare, i nostri stadi fanno piangere
Lo stadio Atzeca

Mentre il Messico inaugura il Mondiale in un monumento del 1966 totalmente rinnovato, l’Italia – che sta a casa per la terza edizione di fila – affoga tra ricorsi e rimpalli

Città del Messico, 12 giugno 2026 – Durante Messico-Sudafrica (leggi qui ) ho guardato lo stadio Azteca (nella foto) e ho pensato subito all’Italia. Non alla Nazionale, non al risultato, non al Mondiale. Agli stadi. Perché vedere un impianto inaugurato nel 1966, rinnovato e ancora capace di aprire una Coppa del Mondo, fa venire naturale una domanda: com’è possibile che il Messico riesca a riportare al centro del calcio mondiale un monumento come l’Azteca, mentre l’Italia – che sta a casa per il terzo Mondiale di fila – non si riesce ancora a sbloccare i progetti di Roma, Lazio, Inter e Milan costringendo il nostro calcio a campare su strutture vecchie e spesso fatiscenti?

Le eccezioni a questa regola si contano sulle dita di una mano e meritano di essere citate: l’Allianz Stadium della Juventus, il Gewiss Stadium dell’Atalanta, il Bluenergy Stadium di Udine e il Mapei Stadium di Reggio Emilia. A questi si aggiunge qualche caso dignitoso di gestione e modernizzazione su scala più contenuta, come il Benito Stirpe di Frosinone o l’Unipol Domus di Cagliari. Per il resto, il panorama calcistico italiano rimane desolatamente ancorato al passato.

Assegnazione Euro 2032: la scadenza UEFA e il rischio revoca per l’Italia

Euro 2032 si avvicina, la Uefa – giustamente – pretende che venga consegnata una lista di stadi degni di questo nome. Scadenza? Ottobre. Domani, quindi. Se tale deadline non dovesse essere rispettata, in caso di mancate deroghe o se la Uefa addirittura ritenesse le infrastrutture italiane non adeguate ad ospitare la competizione, potrebbe revocare all’Italia il ruolo di organizzatrice (insieme con la Turchia). Un rischio concreto, anzi tangibile. Sì perché le uniche cose visibili sono i faldoni di carte e le mappe di ogni tipo. Tra promesse, rinvii, conferenze stampa, dossier aggiornati, tavoli tecnici, vincoli, pareri, ripartenze annunciate e ricorsi dei comitati di ogni tipo, non si vede ancora traccia di uno straccio di pietra dopo anni di attesa.

Nuovi stadi a Roma e Milano: i progetti di Pietralata, Flaminio e San Siro

La Roma aspetta da tempo un impianto moderno, quello di Pietralata, arrivato dopo che il precedente progetto di Tor di Valle – fortemente voluto da Pallotta – è stato definitivamente gettato al vento. Sull’altra sponda del Tevere, la Lazio guarda al Flaminio, un gioiello bellissimo e abbandonato, oggi intrappolato in un limbo tra memoria storica, vincoli architettonici e burocrazia. Nel frattempo, Inter e Milan discutono ormai da stagioni sul destino di San Siro, prigioniere di un eterno dilemma: nuovo stadio o vecchio stadio? Ristrutturazione o area alternativa? Tutela culturale o demolizione? Il risultato, purtroppo, è l’immobilità totale.

Il modello dell’Azteca: la storia del restyling da 150 milioni di dollari

Lo stadio di Città del Messico è stato inaugurato nel 1966 e per il Mondiale 2026 ospita la partita inaugurale del torneo. Secondo la FIFA ha una capienza di circa 83mila posti ed è il primo impianto della storia a ospitare gare in tre diverse edizioni dei Mondiali: 1970, 1986 e 2026. Noi italiani l’Azteca lo conosciamo benissimo. È il teatro di Italia-Germania 4-3, la Partita del Secolo, la notte di Gianni Rivera. Inaugurato nel 1966, oggi la FIFA gli riconosce una capienza di circa 83.000 posti ed è il primo impianto della storia a ospitare gare in tre diverse edizioni dei Mondiali, distribuiti nelle edizioni del 1970, del 1986 e del 2026.

Non è affatto male per uno stadio che avrebbe potuto semplicemente limitarsi a vivere di nostalgia, specialmente in un Paese come il Messico, costretto a fare costantemente i conti con gravi e note difficoltà economico-sociali. Il piano di restyling messicano dimostra però una lungimiranza straordinaria. Secondo le ricostruzioni internazionali, l’operazione di ammodernamento è costata circa 150 milioni di dollari. Si è trattato di un investimento mirato che ha trasformato un monumento del Novecento in un impianto all’avanguardia, capace di coniugare il fascino del passato con le esigenze del calcio moderno. L’intervento ha dato vita a nuovi spazi e aree VIP ad alta redditività, introducendo al contempo tecnologie di ultima generazione e imponenti maxi-schermi. Parallelamente, la struttura è stata dotata di sistemi di sicurezza, controllo e hospitality d’eccellenza, senza dimenticare gli indispensabili adeguamenti strutturali e il completo rinnovamento dell’impianto audio.

Stadi all’estero: il confronto impietoso con Premier League, Bundesliga e Liga

Tuttavia il Messico è solo la punta dell’iceberg. È il caso più lampante, sotto gli occhi di tutti in questo preciso momento, semplicemente perché i riflettori del Mondiale si sono appena accesi lì. Ma se decidessimo di fare un paragone serio con le superpotenze del calcio europeo – come Inghilterra, Spagna o Germania – ci sarebbe solo da mettersi le mani nei capelli e disperarsi. Dunque facciamoci del male e vediamo qualche dettaglio in più.

Prendiamo l’Inghilterra. Oltre la metà dei club di Premier League ha uno stadio di proprietà costruito o radicalmente rinnovato nel ventunesimo secolo. Impianti che non vivono solo nel weekend, ma che sono macchine da soldi aperte 365 giorni all’anno, centri nevralgici di quartieri completamente riqualificati.

In Germania, il Mondiale del 2006 (quello che noi abbiamo vinto sul campo) è stato l’acceleratore per rifare da capo il parco stadi del Paese. Vent’anni dopo, la Bundesliga vanta arene modernissime, sempre piene, nate da una sinergia totale tra club, municipalità e investitori.

E la Spagna? Gentile concessione delle big, mentre a Milano si litiga sulle volumetrie e sul destino del Meazza, il Real Madrid ha completato la fantascientifica metamorfosi del nuovo Bernabéu e il Barcellona sta rifacendo il Camp Nou. Persino i club di fascia media o medio-alta hanno strutture che in Italia ci sogniamo.

Tra ricorsi e rimpalli

Continuare a trattare i progetti degli stadi come semplici speculazioni edilizie da contrastare, o peggio, come grattacapi di ordine pubblico da rimandare, ha prodotto un verdetto chiarissimo. Il problema, in Italia, è che ogni cantiere diventa un campo di battaglia amministrativo. Basta il ricorso del comitato di quartiere di turno, la nascita di un’associazione spontanea dell’ultimo secondo o l’esposto ambientalista per congelare investimenti da centinaia di milioni di euro. A questo si aggiunge la solita, logorante palude istituzionale: un rimpallo continuo di competenze tra Comuni, Regioni, Ministeri e Soprintendenze, dove nessuno si assume la responsabilità di decidere e ogni parere tecnico cancella quello precedente, costringendo a ricominciare sempre da capo.

Quel terzo Mondiale di fila guardato da casa non è una coincidenza sfortunata. È anche la logica conseguenza di questo cortocircuito burocratico, lo specchio fedele di un Paese infrastrutturalmente vecchio che, a colpi di carta bollata e veti incrociati, ha semplicemente smesso di investire sul proprio futuro. Non pensiamo al prossimo Mondiale, quindi. Pensiamo al prossimo Europeo, che potrebbero toglierci. E sarà colpa nostra.

Credit photo: @FIFAWorldCup