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Da Le Monde a RCS, gli editori trattano con le big tech

OpenAI e Perplexity, i grandi gruppi editoriali al tavolo per negoziare compensi, visibilità e tutela del copyright

Roma, 17 giugno 2026 – Per anni il rapporto tra giornali e pubblico è passato attraverso motori di ricerca, social network, newsletter, homepage e notifiche. Oggi l’AI generativa è entrata a gamba tesa in questo fragile equilibrio. Non si limita a indicare una fonte ma può riassumerla, riorganizzarla e rispondere direttamente a una domanda, riducendo il bisogno di aprire il sito che ha prodotto l’informazione originale.

È qui che si decide una parte importante del futuro dei media. Il nodo riguarda chi controlla l’accesso alle notizie, quali fonti restano visibili e quale rapporto sopravvive tra redazioni e lettori.

Il nuovo potere delle piattaforme

Per gli editori, l’intelligenza artificiale rappresenta insieme una possibilità e una minaccia. Può aiutare a tradurre, archiviare, analizzare grandi quantità di dati e rendere più efficiente il lavoro quotidiano. Può sostenere il monitoraggio delle fonti, facilitare la verifica dei contenuti e consentire anche alle redazioni più piccole di gestire materiali complessi con strumenti prima riservati a strutture più grandi, democratizzando il processo.

Allo stesso tempo però la tecnologia può indebolire il modello economico dell’informazione: se un assistente digitale riassume una notizia senza portare il lettore alla fonte, il valore prodotto dal giornalismo rischia di essere assorbito da soggetti esterni. La redazione sostiene i costi della verifica, delle competenze, del tempo e della responsabilità editoriale. La piattaforma, però, può diventare il punto finale dell’esperienza informativa.

Una tecnologia ancora imperfetta

L’intelligenza artificiale, però, deve ancora compiere passi significativi prima di diventare uno strumento pienamente affidabile nel campo dell’informazione. I modelli più avanzati mostrano capacità notevoli, ma restano esposti a errori, semplificazioni e risposte incoerenti.

Il problema emerge soprattutto quando si passa da una lingua all’altra. Le prestazioni dei sistemi di AI sono generalmente più solide nelle lingue con una grande quantità di dati disponibili, come l’inglese. Diventano più fragili nelle lingue meno rappresentate, nei contesti locali e nei Paesi di cui esistono meno fonti digitali strutturate. In questi casi aumentano il rischio di imprecisioni, traduzioni forzate, riferimenti culturali deboli e ricostruzioni poco affidabili.

Anche il modo in cui viene formulata una domanda può cambiare il risultato. Una richiesta posta da un certo punto di vista può generare una risposta diversa rispetto alla stessa domanda costruita con un’altra prospettiva, o essere condizionata dalla lingua tramite cui è stata effettuata la domanda.

Lo stesso vale per le piattaforme. Una domanda identica rivolta a sistemi diversi può produrre risposte non sovrapponibili: ChatGPT può dare una risposta differente rispetto a Gemini o Grok. Ogni modello viene addestrato, aggiornato e regolato in modo diverso.

Per il giornalismo, tutto questo impone cautela. L’AI può aiutare a lavorare meglio, ma non sostituisce la verifica. Può suggerire collegamenti, riordinare materiali e accelerare alcune fasi della produzione. Non può però essere usata senza controllo e gestione umana: sono in gioco accuratezza, contesto, responsabilità, fiducia e trasparenza.

Il caso Le Monde

Il caso più significativo in Europa è quello di Le Monde. Nel marzo 2024, il quotidiano francese ha annunciato un accordo pluriennale con OpenAI, la società che ha sviluppato ChatGPT. L’intesa riguarda sia l’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale sia i servizi di risposta basati su AI.

La scelta del giornale francese è rilevante per almeno due ragioni. La prima riguarda il valore dei contenuti giornalistici di qualità. Per una società tecnologica, un archivio editoriale autorevole, aggiornato e strutturato rappresenta una risorsa importante. Non tutti i testi online hanno lo stesso peso. Un articolo prodotto da una redazione, verificato e datato offre un livello di affidabilità diverso rispetto a contenuti generici o non controllati.

La seconda ragione riguarda la lingua e la proiezione internazionale. Le Monde è una delle principali testate francofone al mondo, ma negli ultimi anni ha cercato anche di rafforzare la propria presenza fuori dal mercato nazionale. Nel 2022 ha lanciato Le Monde in English, un’edizione digitale in lingua inglese pensata per offrire a un pubblico internazionale una selezione di articoli tradotti dalla redazione francese.

L’accordo prevede anche che il contributo editoriale del giornale venga esplicitamente valorizzato nei servizi di OpenAI.

Il quotidiano francese, però, non ha scelto un solo interlocutore. Nel maggio 2025 ha annunciato anche un accordo con Perplexity, società statunitense che sviluppa un motore di risposta basato su intelligenza artificiale. In questo caso il perimetro è diverso: i contenuti di Le Monde possono essere usati per generare risposte e rimandare agli articoli originali, ma non per addestrare modelli linguistici.

L’intesa con Perplexity è stata presentata come non esclusiva e complementare a quella con OpenAI. Include anche lo sviluppo di nuovi strumenti basati sull’AI, tra cui la possibilità di interrogare gli archivi del giornale in linguaggio naturale. La strategia appare chiara: presidiare più canali dell’ecosistema AI, cercando remunerazione, attribuzione e visibilità senza dipendere da una sola piattaforma.

Il punto cruciale è proprio questo: l’editore non si limita a difendere i propri contenuti da fuori, ma prova a entrare nel nuovo ecosistema negoziando condizioni, riconoscibilità e tutela. È una strada diversa dal contenzioso giudiziario scelto da altri gruppi editoriali internazionali.

RCS e la via italiana

Anche in Italia il rapporto tra editori e intelligenza artificiale è entrato in una fase nuova. Nel luglio 2024, RCS MediaGroup, editore tra gli altri del Corriere della Sera e della Gazzetta dello Sport, ha annunciato una partnership globale con OpenAI. L’accordo è stato presentato come una collaborazione per sviluppare innovazioni basate sull’intelligenza artificiale e migliorare l’interazione con il pubblico.

Il nodo del copyright e della visibilità

Le aziende che sviluppano sistemi di AI hanno bisogno di archivi affidabili, contenuti verificati e marchi editoriali riconoscibili. Gli editori, a loro volta, cercano compensi, attribuzione e visibilità in un ecosistema in cui il traffico diretto ai siti rischia di ridursi.

Il compromesso non è privo di rischi. Se il giornalismo diventa materia prima per sistemi controllati da soggetti esterni, la domanda non riguarda più solo il diritto d’autore ma il potere di decidere come le notizie vengono lette, riassunte e distribuite.

La questione è anche democratica. Una società informata bisogno di fonti identificabili, responsabilità editoriale, pluralismo e possibilità di verifica. L’intelligenza artificiale può migliorare l’accesso alla conoscenza, ma può anche concentrare ancora di più il controllo dell’informazione nelle mani di pochi intermediari tecnologici.

Le redazioni quindi non possono limitarsi a respingere il cambiamento, come ha dimostrato Le Monde. Devono capire dove l’AI può essere utile e dove invece rischia di compromettere autonomia, qualità e sostenibilità. La risposta non è la nostalgia per un ecosistema che non esiste più, ma dalla costruzione di un giornalismo più riconoscibile, più trasparente e più legato al proprio pubblico.

Per i piccoli giornali, la sfida è ancora più concreta. Non possono competere con le piattaforme sul volume o sulla potenza tecnologica,  ma possono difendere ciò che l’AI non possiede: presenza sul territorio, accesso diretto alle fonti, rapporto con i lettori e capacità di seguire nel tempo i problemi di una comunità.

L’AI non può sapere da sola che cosa sta accadendo davvero in un Comune, quali tensioni attraversano un quartiere o quale vicenda locale rischia di diventare un caso politico, anche di rilievo nazionale. Quel lavoro resta esclusivamente del giornalista, non c’è ChatGPT che tenga. Richiede occhi, tempo, verifiche e responsabilità.

In soldoni, l’intelligenza artificiale non cancella il bisogno di giornalismo ma, al contrario, lo rende più evidente necessario. Paradossalmente, non c’è miglior periodo possibile per svolgere questo mestiere, a patto che si comprenda a pieno la rivoluzione in atto, non respingendola ma cavalcandola. Il giornalismo può servirsi della tecnologia, e anzi deve farlo. Ma non può diventare invisibile dentro di essa.

Foto: DepositPhotos.com per ilfaroonline.it