Dalle basi negate al compromesso di Versailles, la Casa Bianca cerca capri espiatori per mascherare il fallimento nel Golfo
Washington, 22 giugno 2026 – Lo scontro tra Donald Trump e Giorgia Meloni è clamoroso. Per settimane è stato a senso unico: il presidente americano ha attaccato la premier italiana per il mancato via libera all’uso delle basi statunitensi in Italia nelle operazioni contro l’Iran. Poi ha travalicato anche quel confine, puntando sull’umiliazione, sostenendo che Meloni lo avrebbe “implorato” per una foto al G7 e che lui avrebbe accettato solo perché gli “faceva pena”.
A quel punto, la presidente del Consiglio non poteva più permettersi il lusso del silenzio. La replica di Palazzo Chigi è arrivata netta e frontale, smontando una ricostruzione definita “completamente inventata”. Meloni ha spostato la linea del Piave sul terreno politico dell’orgoglio nazionale e del consenso, rispondendo al tycoon con parole durissime: “L’Italia non implora nessuno. La mia popolarità non ti riguarda, ti suggerisco di occuparti della tua”.
Una dichiarazione al veleno che arriva a pochi mesi dalle elezioni di mid-term americane di novembre, che vedono il Partito Repubblicano in netto svantaggio, con i Dem che sognano di prendersi la maggioranza di entrambi i rami del Congresso.
Lo scontro tra Trump e Meloni
Per Giorgia Meloni questo è un durissimo bagno di realtà. Crolla l’illusione che la vicinanza ideologica con la destra americana potesse garantire all’Italia una corsia preferenziale. Per Trump, dell’ideologia politica conta poco. Anzi, quasi zero. L’importante è obbedirgli e dirgli di sì.
Il fallimento dell’accordo con l’Iran
Fermarsi allo scontro personale, però, sarebbe un errore. Meloni è solo l’ultimo tassello di una strategia ben più ampia.
Trump sta usando la clava come un enorme diversivo per uso domestico. Il nervosismo del presidente non nasce dal nulla: l’accordo in 14 punti con l’Iran è, politicamente, un fallimento. Doveva essere la prova di forza dell’America tornata a comandare in Medio Oriente. Si è trasformato in un compromesso al ribasso che non piega Teheran, non chiude il dossier nucleare, non rende più sicuro lo Stretto di Hormuz, non toglie all’Iran la sua principale arma di pressione sul Golfo e non c’è nessun regime change sbandierato come giustificazione dell’attacco.
Il paradosso è proprio Hormuz. Prima della guerra era aperto alla navigazione internazionale. Dopo la guerra torna aperto. Dov’è la vittoria? La differenza, pesantissima, è che ora l’Iran ha capito di poter trasformare quello stretto nella propria piscina privata. Sa che basta minacciarlo per far tremare mercati, governi, compagnie energetiche e cittadini, soprattutto europei.
E non è tutto. L’accordo dovrà alleggerire le sanzioni, consentire la ripresa di canali economici, sbloccare fondi congelati e accettare un piano da centinaia di miliardi di dollari per la ricostruzione e lo sviluppo dell’Iran. Teheran non esce sconfitta. Esce ancora seduta al tavolo, ancora centrale, ancora capace di condizionare il Golfo e la sicurezza energetica globale.
Per Trump è un problema enorme anche davanti al suo stesso elettorato. Il mondo Maga lo aveva riportato alla Casa Bianca per evitare nuove guerre, non per aprirne un’altra. Voleva meno soldi spesi e soldati inviati all’estero, più attenzione a economia, immigrazione, confini e inflazione. Come può Trump – che si è professato per anni come un portatore di pace e condannando duramente la linea neocon statunitense – giustificare tutto questo?
Per questo al presidente servono colpevoli esterni, pure inventati. Gli alleati europei diventano il bersaglio perfetto: ingrati, esitanti, accusati di negare basi, porti e navi. È il modo più rapido per coprire le crepe di una strategia che non ha mantenuto le promesse fatte agli americani.
Il trattamento riservato all’Italia è infatti lo stesso copione già applicato altrove. La Germania ha subito la minaccia del ritiro in massa delle truppe statunitensi dopo i dubbi espressi dal cancelliere Friedrich Merz. La Spagna è finita nel mirino per non aver concesso i propri porti. Altri alleati della Nato sono stati richiamati a una fedeltà più netta alla linea americana.
Lo schema è un semplice divide et impera: prendere i governi europei uno alla volta, isolarli e distruggerli, spaccando il fronte continentale proprio mentre si avvicinano scadenze elettorali cruciali. Nel 2027 infatti andranno al voto Francia, Spagna, Polonia e la stessa Italia; in tutti questi Paesi stanno fortemente crescendo i movimenti estremisti che vorrebbero vedere l’Ue rasa al suolo, per la gioia di Trump a cui conviene un’Europa sempre più debole. Anche perchè ha già perso l’unico vero alleato che aveva, dopo che le elezioni in Ungheria hanno consacrato la fine della “democratura” di Viktor Orbàn.
Da anni Bruxelles parla di autonomia strategica, di difesa comune, di capacità di contare nel mondo. Ma ogni crisi reale mostra la stessa fragilità: gli europei dipendono ancora dagli Stati Uniti per la sicurezza, ma non riescono a presentarsi come un soggetto politico compatto quando Washington chiede obbedienza.
E allora la vera domanda non riguarda più soltanto Meloni, né l’ennesima sparata di Trump. Riguarda l’Europa: finché resterà divisa, dipendente e incapace di parlare con una voce sola, sarà sempre convocata quando servono basi, porti e silenzio. Mai quando si decidono davvero le cose.
Foto: governo.it





