
La premier ha tentato di far leva su Trump per contare più di tutti in Europa. Ora deve far leva sull’Europa per non restare sola davanti a Trump
Roma, 24 giugno 2026 – Giorgia Meloni aveva scommesso su Donald Trump più di ogni altro leader europeo. Non per entusiasmo ma per calcolo politico, oltre che per una vicinanza ideologica mai negata. La presidente del Consiglio pensava di poter essere il ponte tra la Casa Bianca e l’Europa: abbastanza atlantista da rassicurare Washington, abbastanza sovranista da continuare a piacere agli elettori, abbastanza europeista da non rompere con Bruxelles.
Il rapporto tra Meloni e Trump
Per mesi questa posizione ha funzionato. Meloni è apparsa come l’unica leader europea capace di dialogare con Trump senza subirne più di tanto l’ostilità. Una destra di governo, non di testimonianza. Nazionale, ma non antioccidentale. Conservatrice, ma affidabile. Il problema è che Trump non ragiona da alleato tradizionale. Non riconosce ponti, sfumature, mezze distanze. Divide il campo in modo elementare: chi sta con lui deve seguirlo, soprattutto quando la posta si alza. Le affinità politiche contano fino a un certo punto; poi vengono i rapporti di forza e gli interessi americani o quelli che lui pensa siano tali.
Il ponte che frana
Lo scontro delle ultime settimane lo dimostra. Prima la polemica personale, con il presidente americano che ha sostenuto che Meloni avrebbe “implorato” una foto al G7 per rafforzare la propria popolarità. La premier ha respinto l’accusa con forza e ha chiesto di tornare a rapporti diplomatici normali. Un ordine giunto anche ai suoi ministri. Poi il dossier più serio: l’uso delle basi americane in Italia nel quadro della crisi con l’Iran. Roma ha precisato di aver autorizzato solo supporto tecnico e logistico, non operazioni di combattimento partite dal territorio italiano. Il ministro Guido Crosetto ha corretto anche il segretario generale della Nato Mark Rutte, dopo parole giudicate imprecise sul ruolo delle basi in Italia.
La maggioranza e il fronte interno
Meloni si ritrova stretta tra più fronti, dopo aver fatto il possibile per non arrivare a questo punto. Da una parte c’è l’alleanza con gli Stati Uniti, pilastro antico e irrinunciabile della politica estera italiana. Dall’altra c’è la sua maggioranza, meno compatta di quanto appaia. Non perché sia pronta a rovesciarla, ma perché ogni crepa può diventare uno spazio politico. Roberto Vannacci è pronto a infilarsi in ogni fessura lasciata scoperta da Palazzo Chigi. Matteo Salvini e Forza Italia, alle prese con difficoltà di consenso e identità, non possono permettersi di restare sempre sullo sfondo. E a circa un anno dalle elezioni, ogni cosa diventa l’occasione per marcare una differenza, rivendicare una linea, parlare al proprio pezzo di elettorato. Infine c’è l’opposizione che ora chiede alla premier di venire in Parlamento a spiegare il ruolo dell’Italia dopo le parole di Mark Rutte sulle basi americane. Sullo sfondo le voci riguardo una presunta tentazione di voto anticipato, rilanciato da prestigiosi quotidiani internazionali.
Il peso dell’Europa nella strategia di Meloni
Meloni ha tentato di far leva su Trump per contare di più in Europa. Ora deve far leva sull’Europa per non restare sola davanti a Trump. Sui dazi, sulla Nato, sull’Iran, l’Italia non può permettersi una linea solitaria. Il mercato americano è fondamentale per l’export italiano – il rapporto commerciale vale circa 100 miliardi di euro l’anno – , ma anche l’ombrello europeo resta indispensabile, per quanto in difficoltà nell’aprirsi. Già nel 2025 Meloni aveva criticato i dazi americani contro l’Unione europea, definendoli una misura sbagliata, mentre provava a tenere aperto il dialogo con Washington.
Il consenso della premier
La vera novità è che Meloni non può più presentarsi soltanto come la leader europea “amica” di Trump. E, a conti fatti, non le conviene nemmeno. Secondo un sondaggio dell’Istituto Demopolis, diretto da Pietro Vento, lo scontro con il presidente americano non avrebbe indebolito la premier sul piano interno. Al contrario: la fiducia in Meloni sarebbe salita dal 38% di maggio al 40%, due punti in più proprio nei giorni della crisi con la Casa Bianca.
La spiegazione è abbastanza intuitiva. Un attacco alla presidente del Consiglio può essere percepito da molti italiani non solo come un affondo personale, ma come uno sgarbo all’Italia. E se a muoverlo è un presidente la cui popolarità nel Paese resta molto bassa, vicina al 10% secondo alcune rilevazioni, il risultato può persino rovesciarsi: non indebolire Meloni, ma rafforzarla.
Meloni-Trump, i nodi vengono al pettine
Tuttavia finché il rapporto con Washington era fatto di sorrisi, strette di mano, fotografie e dichiarazioni di stima, la premier poteva trasformarlo in una rendita diplomatica anche di fronte ai suoi colleghi europei: l’Italia che parla con la Casa Bianca, Palazzo Chigi che si accredita dove Bruxelles fatica, una destra europea capace di farsi ascoltare dallo spauracchio Trump.
Ora quella rendita si consuma. Si consuma nel momento in cui gli interessi non coincidono più, e il rapporto personale non basta a mascherare la distanza politica. Per Trump, Meloni è preziosa se aiuta la Casa Bianca. Per Meloni, Trump resta utile solo finché non la costringe a scegliere tra fedeltà atlantica e autonomia nazionale.
La crisi nasce qui. Non da una battuta, non da una foto, non da un post. Nemmeno dall’ennesima frase fuori misura del presidente americano. Nasce dal fatto che la politica, alla fine, presenta sempre il conto: le amicizie servono finché gli interessi camminano insieme. Quando si separano, restano i rapporti di forza.
Meloni resta una delle figure europee più vicine alla destra americana. Ma oggi scopre che la vicinanza ideologica non garantisce protezione. Con Trump, l’amicizia è sempre revocabile. E per una premier che ha costruito parte della propria autorevolezza internazionale sulla capacità di parlare con tutti, la lezione è severa: il ponte regge solo se entrambe le sponde vogliono restare in piedi.




