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Ankara, la Nato davanti al ricatto di Trump e alla fragilità dell’Europa

Il vertice del 7 e 8 luglio arriva dopo le minacce americane di ritiro e il mancato supporto in Iran. Cosa resta dell’Alleanza Atlantica?

Ankara, 25 giugno 2026 – Se attaccano uno di noi, attaccano tutti noi. Era l’articolo 5, il cuore dell’Alleanza Atlantica. Ha tenuto insieme l’Occidente durante la Guerra fredda, ha protetto l’Europa, ha reso credibile la deterrenza contro Mosca. Per anni questo principio è stato messo in discussione da potenze esterne, in primis la Russia e, prima di lei, l’Urss. Ora però a scompigliare le carte è chi quell’Alleanza l’ha voluta e al tempo stesso trainata: gli Stati Uniti di Donald Trump.

Il vertice Nato di Ankara e la frattura in Iran

Il vertice Nato del 7 e 8 luglio ad Ankara sarà uno dei più delicati degli ultimi decenni. Si parlerà di Ucraina, difesa europea, industria militare, Mediterraneo e sicurezza energetica. Ma il tema vero sarà il rapporto con Washington. Bisognerà rispondere a una domanda: cosa resta della Nato?

Trump non ha mai amato la Nato. Anzi, la disprezza. Non tanto, o non solo, per ragioni ideologiche. La disprezza perché ai suoi occhi è il simbolo perfetto di un’America che paga per tutti, protegge tutti, si espone per tutti, mentre l’Europa si gode l’ombrello americano e poi rinvia il conto.

Il 1° aprile 2026, nel pieno della guerra contro l’Iran e sotto il ricatto di Teheran sullo Stretto di Hormuz, quel disprezzo è diventato minaccia politica. A una domanda del Telegraph sulla possibilità di riconsiderare l’adesione americana alla Nato dopo il conflitto, Trump ha risposto che si trattava di qualcosa “ben oltre una semplice rivalutazione”. Poi ha aggiunto di stare “seriamente valutando” il ritiro degli Stati Uniti dall’Alleanza, irritato dal mancato sostegno degli alleati europei a Washington.

Per Trump la Nato è questo: un affare che costa troppo all’America e conviene troppo all’Europa. Gli Stati Uniti pagano, mandano soldati, tengono basi, garantiscono protezione. Gli europei, nella sua narrazione, fanno poco, spendono poco, rischiano poco. E intanto raccolgono i dividendi della pace garantita da altri. Il paradosso è che Trump ha ragione, almeno a metà. Non nei modi, non nel ricatto, non nel disprezzo. Ma nel merito della questione sì: la sicurezza non è gratis.

Le due facce di Trump

Il torto di Trump è trattare la Nato come una polizza assicurativa, da pagare o disdire a seconda della convenienza del momento. Può chiedere di più agli alleati, ma non può mettere in discussione, ogni volta che alza la voce, la credibilità dell’articolo 5. Perché la deterrenza non vive solo di carri armati, portaerei e basi militari. Vive di certezza. Vive dell’idea che, se un aggressore colpisce, gli altri arriveranno. Non forse. Non se conviene. Non se il conto economico torna. Arriveranno e basta.

La sua ragione, invece, è aver ricordato agli europei ciò che per troppo tempo hanno finto di non vedere: la pace non è una condizione naturale, né un regalo piovuto dal cielo. È il frutto di una costruzione politica, militare ed economica tanto lenta quanto costante. Una costruzione che va protetta. E che per decenni è stata protetta, quasi interamente, dagli americani. Abbiamo vissuto per ottant’anni nell’illusione che la pace fosse un diritto acquisito, una linea di partenza e non un traguardo da difendere ogni giorno con le unghie e con i denti. Abbiamo smobilitato gli eserciti, ridotto i bilanci della difesa, trasformato le caserme in musei o in parchi urbani. Abbiamo delegato la nostra vita a un guardiano lontano, convinti che quel guardiano non avrebbe mai dormito, o che non si sarebbe mai stancato di fare i turni di notte per noi.

Gli europei si presenteranno quindi con il volto pallido di chi teme di essere rimasto solo. Emmanuel Macron proverà a rilanciare la sua vecchia idea di “autonomia strategica”, una difesa comune europea che finora è rimasta un titolo di giornale o poco più. Il cancelliere tedesco Merz cercherà di mediare, offrendo quote di bilancio più alte per placare l’ira della Casa Bianca. Ma sanno tutti che non basta aumentare del due per cento la spesa militare per comprare la credibilità che l’America ci dava gratis. Perché la Nato non è mai stata solo una somma di carri armati e caccia bombardieri. Era un’idea. Era la certezza che se i russi avessero varcato il confine polacco, o se i missili di Teheran avessero minacciato il Mediterraneo, i ragazzi dell’Ohio e del Texas sarebbero partiti per venire a salvarci a Danzica o a ridosso delle coste siciliane. Una situazione che nessuno di noi vorrebbe mai, certo, ma l’idea di una certezza ci lascia in qualche modo più sereni nello scenario peggiore. Tolta quella certezza, crolla tutto.

Ankara, non un caso

La scelta di Ankara per questo vertice drammatico dovrebbe indurre ad alcune riflessioni. La Turchia è il secondo esercito della Nato per numero di soldati, il custode dello Stretto del Bosforo e dei Dardanelli, l’argine militare tra l’Europa, le ambizioni di Mosca e il caos perenne del Medio Oriente. Per decenni l’Occidente ha guardato a questo alleato inquieto con un misto di necessità e diffidenza, tollerandone le derive autoritarie e i doppi giochi con il Cremlino pur di non perdere la chiave d’accesso al Mar Nero. Oggi, con il conflitto in Iran che incendia i confini meridionali e la minaccia del blocco delle rotte commerciali, il ruolo dell’ambiziosissimo governo turco si rafforza.

In soldoni, la Nato non sopravvive se l’Europa resta bambina. Ma non sopravvive nemmeno se l’America si comporta da padrone offeso o da bullo. Sopravvive solo se entrambi accettano la parte più difficile della verità: gli europei devono fare di più; la Casa Bianca deve smettere di trattare la Nato come un affare. La pace ha un costo, certo. La fiducia? Pure. E costa di più, molto di più.

Photo credit: whitehouse.gov / gallery