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Smart working e asili nido aiutano le madri più dei bonus: come combattere la denatalità

Dal lavoro da remoto che riduce la penalizzazione delle madri ai pensionati che continuano a lavorare: le notizie più interessanti che emergono dal XXV Rapporto INPS

Roma, 10 luglio 2026 – Non solo occupazione record e disoccupazione ai minimi. Dentro il XXV Rapporto annuale dell’Inps ci sono alcune notizie che raccontano meglio di altre come sta cambiando l’Italia: lo smart working che riduce la penalizzazione delle madri, il Bonus asilo nido che sostiene l’occupazione femminile, i trasferimenti economici che possono favorire le nascite ma anche allontanare alcune donne dal lavoro, i pensionati che restano attivi e un sistema produttivo in cui pochissime imprese generano gran parte della nuova occupazione.

Smart working, l’effetto sulle madri

Uno dei dati più significativi riguarda il lavoro da remoto, che l’Inps considera uno strumento concreto di conciliazione tra vita familiare e lavoro. Nel Rapporto, smart working, lavoro agile e lavoro da remoto vengono utilizzati come sinonimi.

La diffusione è cresciuta soprattutto dopo la pandemia. Nel settore privato non agricolo, la quota di lavoratori che svolgono almeno una parte dell’attività da remoto è passata dallo 0,14% del 2017 al 13,59% nel 2020, per poi stabilizzarsi all’8,87% nel 2024. Nel settore pubblico si passa dallo 0,05% del 2017 al 6,59% del 2024.

Ma il dato più interessante è l’impatto sulle madri. Secondo le stime dell’Inps, il lavoro da remoto può ridurre la child penalty, cioè la penalizzazione che colpisce le donne dopo la nascita dei figli in termini di reddito, carriera e continuità lavorativa. Per le madri che hanno effettivamente adottato questa modalità, la perdita di reddito dopo il parto si riduce fino all’87%.

Il beneficio è più forte tra le madri giovani, con redditi più bassi e tra chi lavora in un Comune diverso da quello di residenza. In questi casi, la flessibilità non è solo un vantaggio organizzativo: significa meno tempo perso negli spostamenti, meno assenze e più possibilità di restare agganciate al mercato del lavoro.

Bonus asilo nido, la misura che aiuta il lavoro femminile

Il Rapporto segnala anche il ruolo del Bonus asilo nido. Il suo utilizzo è cresciuto molto: dal 4% del 2017 a oltre il 35% nel 2025. Restano però forti divari territoriali. Nel 2025 il take-up è al 43% nel Centro, al 38% nel Nord e al 29% nel Sud e nelle Isole. Le percentuali più basse si registrano in Calabria, Sicilia e Campania.

Il paradosso è che le famiglie con Isee più basso, pur avendo diritto agli importi più alti, usano meno la misura. Questo indica che il sostegno economico da solo non basta: pesano la disponibilità reale dei servizi, la stabilità del lavoro e la convenienza economica del rientro delle madri nel mercato occupazionale.

Quando però il Bonus viene effettivamente usato, l’impatto è rilevante. L’Inps stima un aumento di circa 6 punti percentuali della probabilità di occupazione per le madri che hanno avuto accesso alla misura. In termini relativi, significa un incremento di circa il 17%.

Bonus e natalità, il rischio del doppio effetto

Il Rapporto mette in evidenza un nodo politico delicato: i trasferimenti economici alle famiglie possono aiutare la natalità, ma non sempre aiutano il lavoro femminile.

L’Assegno unico e universale nel 2025 ha raggiunto circa 6 milioni di nuclei familiari, con un tasso di copertura del 94,9%. Secondo l’Inps, la misura ha prodotto un aumento contenuto della probabilità di avere un secondo figlio in alcuni gruppi di famiglie, in particolare nella fascia media della distribuzione Isee. Allo stesso tempo, però, ha determinato per alcune madri una riduzione della probabilità di lavorare.

Ancora più evidente il caso del Bonus bebè introdotto dalla Regione Sardegna nei Comuni sotto i 3mila abitanti: 600 euro al mese per cinque anni. La misura ha prodotto un aumento delle nascite di circa il 21% nei Comuni beneficiari, ma si è associata a una riduzione della probabilità di occupazione delle madri di circa 11 punti percentuali.

Il messaggio dell’Inps è chiaro: i bonus possono spingere le nascite, ma se non sono accompagnati da asili, servizi e lavoro flessibile rischiano di scaricare ancora una volta il costo della cura sulle donne.

Come affrontare l’emergenza denatalità

Il messaggio che emerge dal Rapporto Inps è netto: la denatalità non si combatte soltanto con i bonus. I trasferimenti economici possono aiutare le famiglie e, in alcuni casi, favorire nuove nascite, ma rischiano di non bastare se non vengono accompagnati da servizi reali e da un’organizzazione del lavoro più compatibile con la vita familiare. L’Inps segnala infatti che misure come il Bonus asilo nido e il lavoro da remoto incidono direttamente sulla possibilità delle madri di restare nel mercato del lavoro, riducendo la penalizzazione economica legata alla maternità.

La questione, quindi, non è solo quanto lo Stato trasferisce alle famiglie, ma quali condizioni crea perché avere figli non significhi rinunciare al lavoro, al reddito e alla continuità professionale. In un Paese segnato dall’invecchiamento della popolazione (siamo il Paese più vecchio al mondo dopo il Giappone) e dal calo delle nascite – con sempre più giovani che emigrano all’estero – la sfida della natalità passa sempre di più da qui: nidi accessibili, smart working, salari adeguati e servizi capaci di sostenere davvero la genitorialità. Solo così la scelta di avere un figlio può tornare a essere meno fragile, meno costosa e meno penalizzante, soprattutto per le donne.

Foto:DepositPhotos.com per ilfaroonline.it