L'ANALISI
|Hormuz, ora Trump mette i dazi: la guerra per il controllo dello Stretto

Gli Stati Uniti si proclamano “guardiani” di Hormuz e presentano il conto alle navi in cambio della protezione americana. Il fallimento dell’intesa con l’Iran trasforma lo Stretto nel vero centro del conflitto
Washington, 14 luglio 2026 – Prima della guerra era libero, gratuito e navigabile. Poi è diventato iraniano. Ora Donald Trump vuole renderlo americano, con tanto di pedaggio. Lo Stretto di Hormuz, da cui passa circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto, è ormai il vero oggetto della guerra tra Stati Uniti e Iran. Non si combatte più solamente per impedire a Teheran di “sviluppare l’arma nucleare”, che peraltro nella narrazione di Trump era già stato “obliterato” dopo l’attacco-lampo del giugno 2025. Si combatte per stabilire chi controlla lo Stretto. E, soprattutto, chi può farsi pagare per attraversarlo.
Dall’Iran agli Stati Uniti, le tariffe sullo Stretto
Durante il conflitto, Teheran ha istituito una propria autorità per lo Stretto, imponendo alle navi di coordinare il passaggio con le autorità iraniane e minacciando l’introduzione di tariffe. Una rivendicazione che Washington aveva respinto con fermezza: nessun Paese, sosteneva il segretario di Stato Marco Rubio, può chiedere denaro per l’utilizzo di una via d’acqua internazionale. Problema: ora Trump vuole fare esattamente questo.
Il presidente ha infatti ripristinato il blocco contro le navi iraniane, proclamato gli Stati Uniti “guardiani” di Hormuz e annunciato un prelievo del 20% su tutte le merci trasportate. Insomma, ha messo i dazi pure sullo Stretto.
Non ha però chiarito come verrà calcolato, chi dovrà riscuoterlo e cosa accadrà alle navi che si rifiuteranno di pagare. Non è un problema di poco conto: una grande petroliera può trasportare circa due milioni di barili. Se il prelievo fosse realmente calcolato sul valore del greggio, con un prezzo di 80 dollari al barile la nave porterebbe un carico da circa 160 milioni di dollari. Il 20% equivarrebbe a 32 milioni: sedici dollari in più per ogni barile trasportato.
Formalmente, il conto sarebbe destinato agli armatori o ai proprietari delle merci. Nella pratica, verrebbe trasferito lungo tutta la catena economica. Pagherebbero le compagnie attraverso tariffe di trasporto più alte. Pagherebbero le imprese importatrici. Pagherebbero le raffinerie. E, alla fine, pagherebbero i consumatori.
La marcia indietro
Ma la notizia dell’ultima ora è che Trump ha già fatto marcia indietro. A poche ore dall’annuncio, il presidente ha dichiarato di voler rinunciare al prelievo del 20%, dopo quelle che ha definito “conversazioni molto produttive” con i leader del Medio Oriente. La tariffa dovrebbe essere sostituita da «importanti accordi commerciali e di investimento» tra i Paesi del Golfo e gli Stati Uniti.
Accordi dei quali, però, non si conosce praticamente nulla. Trump non ha indicato quali governi aderiranno, quali settori saranno coinvolti, quale sarà il loro valore economico né in che modo dovrebbero compensare Washington per la protezione dello Stretto. Non ha chiarito neppure se si tratti di impegni già concordati o soltanto di negoziati da avviare.
Il prelievo, dunque, per ora scompare prima ancora di essere applicato. Resta però la pretesa politica che lo sosteneva: gli Stati Uniti si proclamano “guardiani” di Hormuz e chiedono ai Paesi che utilizzano la rotta di ripagarli. Non più attraverso una tariffa imposta direttamente sulle merci, ma mediante accordi bilaterali ancora tutti da definire. È una retromarcia sullo strumento, non necessariamente sull’obiettivo.
Il fallimento dell’accordo
Ad aprile, avevamo raccontato come la riapertura di Hormuz fosse diventata la linea rossa di Trump (leggi qui). La crisi dello Stretto colpiva soprattutto l’Europa: del resto Trump ha ancora bisogno di noi, poiché l’impero americano si regge sulla sudditanza che riesce a imporre proprio sul Vecchio Continente. Di conseguenza, Trump aveva trasformato la libertà di navigazione in una condizione essenziale per porre fine alla guerra. Il memorandum firmato con l’Iran il 17 giugno avrebbe dovuto garantire sessanta giorni senza pedaggi. È durato meno di un mese.
Teheran ha interpretato l’intesa come un riconoscimento del proprio ruolo nello Stretto. Washington, invece, come l’obbligo iraniano di garantire il passaggio senza condizioni. Due letture opposte dello stesso accordo. Un accordo che si è rivelato un fiasco. Quando Trump ha capito di aver concesso troppo agli iraniani (se non tutto), ha riaperto il fronte militare. Gli Stati Uniti hanno lanciato una nuova ondata di bombardamenti, mentre l’Iran ha colpito petroliere nello Stretto.
Il traffico delle petroliere è così sceso ai minimi degli ultimi due mesi. E i mercati hanno reagito. Il Brent è salito fino a 86,19 dollari al barile, raggiungendo il livello più alto dalla metà di giugno. Non è ancora una crisi energetica globale. Ma il mercato ha iniziato nuovamente a pagarne il rischio.
Il diritto internazionale
Hormuz non è il Canale di Suez. Non è nemmeno quello di Panama. Questi ultimi sono infrastrutture artificiali, costruite, amministrate e mantenute da autorità che possono chiedere un pagamento per il loro utilizzo. Lo Stretto di Hormuz è invece una via d’acqua naturale utilizzata per la navigazione internazionale.
La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare stabilisce che gli Stati affacciati su uno stretto non possono pretendere un pagamento per il semplice diritto di attraversarlo. Possono chiedere somme limitate per servizi specifici, come il pilotaggio, il rimorchio o l’accesso ai porti. Non possono trasformare il transito in una concessione acquistabile. Né gli Stati Uniti né l’Iran hanno ratificato la Convenzione. Le sue regole fondamentali sugli stretti internazionali sono però ampiamente considerate parte del diritto marittimo internazionale.
L’International Maritime Organization, l’agenzia dell’Onu competente sulla navigazione, ha assunto una posizione netta: non esiste una base legale per imporre pedaggi obbligatori alle navi che attraversano uno stretto internazionale.
Il prelievo del 20% non ha ancora modalità operative definite: resta l’incognita su chi dovrebbe riscuoterlo, quali navi saranno obbligate a pagare e cosa accadrà a chi si rifiuterà. Ma il suo effetto più immediato non ha bisogno di burocrazia. Basta l’incertezza. Ogni minaccia riduce il traffico, ogni attacco fa impennare le assicurazioni, ogni nave ferma sottrae greggio al mercato e carburante all’economia globale. E ogni barile che rischia di non arrivare, istantaneamente, vale di più. È questa la vera tassa di Hormuz: una tassa invisibile, senza legge, senza confini, senza esenzioni o esclusioni. Non serve nessun atto firmato, nessun ordine esecutivo presidenziale o atto del Congresso, tanto meno una “legge” degli ayatollah. Basta la paura, la promessa o la minaccia. Il resto lo fa il mercato. Chi paga? Pantalone. Come sempre.



