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Israele apre alla forza internazionale a Gaza

Il gabinetto di sicurezza israeliano ha autorizzato il quadro giuridico per l’ingresso di circa 200 uomini nelle aree della Striscia non controllate dall’esercito

Gaza, 27 luglio 2026 – Israele apre alla presenza di una forza internazionale nella Striscia di Gaza. Il gabinetto di sicurezza guidato dal primo ministro Benjamin Netanyahu ha approvato il quadro giuridico necessario per consentire l’ingresso di un contingente multinazionale nelle aree previste dal piano statunitense per il cessate il fuoco.

La missione, denominata International Stabilization Force, dovrebbe essere composta inizialmente da circa 200 uomini provenienti da Paesi considerati “amici” di Israele. Tra quelli coinvolti figurano Uganda e Marocco, anche se la partecipazione di ogni Stato dovrà ricevere un’autorizzazione separata da parte del governo israeliano.

La decisione è arrivata alla vigilia della partenza di Netanyahu per Washington, dove martedì è previsto un incontro con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Il via libera rappresenta uno dei primi passaggi formali verso l’attuazione della nuova fase del piano americano per Gaza, ma lascia ancora aperti numerosi interrogativi.

La forza internazionale nelle aree fuori dal controllo israeliano

Secondo quanto riferito da un funzionario israeliano, il contingente dovrebbe operare nelle porzioni della Striscia che non si trovano sotto il controllo diretto delle forze armate israeliane.

La missione avrebbe il compito di contribuire alla stabilizzazione del territorio, proteggere le operazioni umanitarie e affiancare le strutture civili palestinesi chiamate ad amministrare progressivamente alcune aree di Gaza.

Il piano prevede infatti l’insediamento di un’amministrazione palestinese composta da tecnici, incaricata di gestire i servizi essenziali e la distribuzione degli aiuti con il sostegno della comunità internazionale.

Non è stata ancora comunicata, però, una data per l’effettivo dispiegamento della forza. Restano inoltre da definire nel dettaglio le regole d’ingaggio, la catena di comando e la ripartizione delle responsabilità tra i diversi Paesi partecipanti.

Uganda e Marocco nel contingente per Gaza

Tra gli Stati indicati come possibili contributori compare l’Uganda, che nei giorni scorsi aveva fornito una disponibilità preliminare dopo una richiesta avanzata dall’amministrazione statunitense.

Kampala non ha ancora precisato il numero di militari che potrebbe inviare, né le funzioni operative che verrebbero loro assegnate.

Più avanzato appare il coinvolgimento del Marocco. Rabat ha firmato a metà luglio un accordo per prendere parte alla forza internazionale, dopo un incontro tra le autorità marocchine e i rappresentanti del Board of Peace incaricato di seguire la transizione nella Striscia.

La partecipazione marocchina potrebbe riguardare anche la presenza di ufficiali nel comando congiunto della missione. Per Israele, tuttavia, ogni contributo nazionale dovrà essere valutato e autorizzato singolarmente.

Il piano americano per il cessate il fuoco

La creazione della forza internazionale è uno dei pilastri del piano promosso dagli Stati Uniti per consolidare il cessate il fuoco e avviare la ricostruzione di Gaza.

Il progetto punta ad aumentare l’ingresso degli aiuti umanitari, trasferire gradualmente l’amministrazione del territorio a un organismo civile palestinese e accompagnare il ritiro dell’esercito israeliano da alcune zone.

Tra gli obiettivi indicati figurano anche la smilitarizzazione di Hamas e lo smantellamento delle sue infrastrutture militari. Si tratta, però, del passaggio politicamente più complesso: il movimento palestinese non ha accettato di consegnare le armi e continua a subordinare qualsiasi disarmo alla fine della presenza militare israeliana.

Israele, da parte sua, mantiene il controllo di una parte consistente della Striscia e continua a considerare la libertà di intervento militare una condizione necessaria per la propria sicurezza.

Il progetto pilota a Rafah

La forza multinazionale potrebbe essere impiegata inizialmente in un’area pilota nel sud della Striscia, probabilmente nella zona di Rafah.

Il progetto prevede la realizzazione di strutture temporanee destinate alla popolazione, insieme al ripristino dei servizi di base e dei canali per la distribuzione degli aiuti. La gestione dovrebbe essere affidata a un’amministrazione palestinese tecnocratica sostenuta dal contingente internazionale.

L’accesso all’area potrebbe essere sottoposto a controlli per escludere persone considerate affiliate ad Hamas. Un’impostazione che ha già alimentato critiche e timori sulla possibile creazione di zone separate dal resto della Striscia e sottoposte a un sistema permanente di sorveglianza.

Il rischio, secondo gli oppositori del progetto, è che la fase pilota finisca per consolidare la divisione territoriale di Gaza anziché preparare una gestione unitaria dell’enclave.