la decisione
“Non fu diffamazione”: il PM archivia il caso Fabbri ad Anzio, ma il Sindaco non ci sta
Il pubblico ministero del Tribunale di Velletri Licia Fabrizi ha ritenuto che “il fatto non sussista e, in ogni caso, non costituisca reato”,
Anzio – Per il pubblico ministero non c’è stata diffamazione contro il Sindaco di Anzio Aurelio Lo Fazio e il Vicesindaco Pietro Di Dionisio, ma il primo cittadino ed il suo vice, rappresentati dall’avvocato Giuseppe Pucci, hanno proceduto all’opposizione alla richiesta di archiviazione.
L’udienza fissata al 19 gennaio 2027.
Così prosegue la causa contro il presidente del Comitato Lavinio per Lavinio che il 29 giugno 2025 pubblicò una serie di post in cui aveva apostrofato il Sindaco e il Vice Sindaco con appellativi come “delinquenti” o prospettato di sciogliere la giunta a “mani nude” a seguito dell’intervento della Polizia Locale che lo aveva costretto alla rimozione del gazebo dell’Associazione in piazza Lavinia perché sprovvisto delle autorizzazioni.
Secondo i denuncianti, tra luglio e agosto 2025 l’attività sui social di Fabbri si è concentrata ad attaccare l’amministrazione comunale pubblicando anche commenti offensivi e, sempre a parere del denunciante, intimidatori.
L’accusa mossa contro il presidente del Comitato Lavinio per Lavinio è quella della diffamazione con il mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità o in un atto pubblico. Un reato che prevede la reclusione da sei mesi a tre anni oppure una multa non inferiore a 516 euro.
Se il pubblico ministero del Tribunale di Velletri Licia Fabrizi ha “ritenuto che il fatto non sussista e, in ogni caso, non costituisca reato, non essendo comunque possibile formulare una ragionevole prognosi di condanna”, i denuncianti hanno deciso di opporsi alla decisione del Pubblico Ministero.
“Si osservi – scrive il Sostituto Procuratore – come il tenore dei post incriminati non appaia sufficientemente idoneo a ledere la reputazione del denunciante, risultando espressione del diritto di libera manifestazione del pensiero, tenuto conto del contesto in cui furono pubblicati”.
Non solo: “nel caso di specie, non appare possibile formulare nei confronti dell’indagato una ragionevole previsione di condanna, dovendosi ritenere rispettato il limite della continenza delle espressioni utilizzate”. Non è della stessa opinione il legale della controparte.
La decisione sarà rimessa a un giudice terzo il 19 gennaio prossimo.
Per dovere di cronaca, e a tutela di chi è indagato, ricordiamo che un’accusa non equivale a una condanna, che le prove si formano in Tribunale e che l’ordinamento giudiziario italiano prevede comunque tre gradi di giudizio.


