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Gianni Alemanno: “Il carcere non deve diventare l’università del crimine”

L’ex sindaco di Roma e l’avvocato Albertario denunciano le criticità del sistema penitenziario tra paradossi legali e degrado.

Roma – In una conversazione rivelatrice registrata per il podcast “Come il crimine”, l’avvocato Edoardo Albertario e l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno affrontano con lucidità il dramma delle carceri italiane, la vicenda del “Mondi di mezzo” e la necessità urgente di riforme strutturali nel sistema penitenziario. Albertario racconta come Alemanno, dopo la sua condanna definitiva, avesse ottenuto l’affidamento in prova ai servizi sociali presso Suor Paola.

Il ritorno in carcere

Afferma Albertario: “Gianni mi chiama per dirmi che avrebbe desiderato passare la notte del 31 dicembre a fare il servizio sociale da Suor Paola. Io ero ancora a Eurodisney… mando l’autorizzazione via PEC sotto una giostra di Disney per chiedere che Alemanno possa fare la notte di San Silvestro… il giorno dopo ancora me lo ricordo, ero per gli Champs-Élysées con la mia compagna e mi arriva una chiamata da Gianni. Avvocato, mi stanno arrestando.”

Dall’altra parte, Alemanno descrive l’evento con toni drammatici: “Io stavo mi stavo preparando a trascorrere il Capodanno stavo in un bar mi arrivano due telefonate di carabinieri… c’è il comandante della stazione che chiaramente già vestito da Capodanno che era venuto appositamente per dirmi mi dispiace hanno revocato l’affidamento in prova mi mandano i domiciliari… quella è stata l’effetto la sorpresa totale.”

Il paradosso giuridico

Ciò che colpisce ancora di più è il paradosso legale. Secondo Albertario, il Procuratore generale aveva proposto che almeno i quattro mesi iniziali durante i quali Alemanno non aveva violato alcuna prescrizione fossero riconosciuti. Il tribunale ha invece deciso diversamente: “Prova fallita, Alemanno va in carcere e rinizia la pena da capo.”

Albertario denuncia: “Nonostante avessimo fatto un anno e passa di servizi sociali, Alemanno rientra a Rebibbia e rinizia la pena l’anno a dieci mesi a Rebibbia fino a che non siamo arrivati ai giorni d’oggi.”

La questione dell’innocenza e il processo

L’avvocato Albertario non esita a dichiarare la sua convinzione personale: “Ho sempre ritenuto, non perché lo penso ma perché lo so, che Gianni Alemanno è innocente.” Continua affermando che Alemanno non avrebbe dovuto nemmeno essere condannato, e tanto meno scrivere servizi sociali.

Albertario critica duramente il capo d’imputazione originario: “Si parte addirittura con la mafia poi si parte con la corruzione non c’era la corruzione non c’è neanche mai stato fortunatamente… quella è una sentenza che io non condivido. Innocente totalmente a mio parere.”

Nel processo, Alemanno è stato condannato inizialmente a sei anni per corruzione, mentre il Pubblico Ministero ne aveva chiesti solo tre anni e mezzo. Il tribunale ha raddoppiato la richiesta del PM.

La fattispecie contestata era singolare: Alemanno avrebbe “trafficato influenze” telefonando al Ragioniere generale dello Stato per chiedere il pagamento di debiti maturati verso una cooperativa sociale di cui era presidente Salvatore Buzzi. Alemanno spiega: “L’unica cosa per cui sono stato condannato è perché io ho telefonato al Ragioniere generale dello Stato dicendogli di pagare dei debiti che erano stati ormai maturati… Per questo motivo io avrei indotto e trafficato le influenze per fare un abuso d’ufficio a questo ragioniere.”

Il paradosso? Il Ragioniere generale non è mai stato inquisito per abuso d’ufficio, sostenendo che aveva semplicemente accelerato il pagamento di tutti i debiti in ordine cronologico.

Il “Mondo di Mezzo” e il capitalismo corrotto

Albertario sottolinea che il processo è stato derubricato da “mafia” a semplice “traffico di influenze”: “Si parte con una corruzione assurda. Anzi si parte addirittura con la mafia poi si parte con la corruzione non c’era la corruzione.”

Tutti gli avvocati romani sanno, secondo Albertario, che il vero nome della questione dovrebbe essere “mondo di mezzo” non “mafia capitale”: “In primo grado la mafia non venne data… sapevano tutti giuridicamente era inesistente.”

L’esperienza carceraria: tra recupero umano e degrado strutturale

Il carcere come trincea

Alemanno racconta della sua prima esperienza carceraria nel 1982, quando Rebibbia era “uno studentato” pulito con pochi detenuti. Quarant’anni dopo, la stessa cella era sovraffollata: “Noi nella stessa cella stavamo adesso, eravamo in quattro. Questa volta invece eravamo in sei, ma c’erano celle interamente deserte.”

Tuttavia, l’elemento più scioccante è il contesto: la Rebibbia è oggi una “trincea” con condizioni inumane. Alemanno descrive il caldo pazzesco a Roma, le zanzare, il “fornetto” costituito dalle celle esposte al sole, e la “situazione degradante” in cui ha dovuto lasciare i compagni di cella.

La meditazione e la ricerca di dignità

Nonostante queste condizioni, Alemanno trovò un modo per mantenere la dignità: praticava la meditazione zen ogni mattina. Inizialmente in cella, poi ottenne una piccola stanza dove meditare. Questo spazio gli fu poi tolto perché considerato “sala studio” e perciò non conforme all’uso per la meditazione.

Albertario elogia questo atteggiamento: la meditazione rappresenta un tentativo di resistenza spirituale contro la dissoluzione che il carcere moderno provoca.

Le critiche al sistema penitenziario: divieti “ridicoli” e disfunzioni

I divieti surreali

Alemanno enumera una serie di divieti che definisce “ridicoli” e reminiscenti del film “Comma 22”:

  • Non si può usare il filo interdentale
  • Non si possono usare le carte francesi per giocare (solo quelle italiane, perché altrimenti è “gioco d’azzardo”)
  • Non si possono comprare le pentole con i coperchi “perché potrebbero essere trasformati in alabarde”
  • Per ottenere qualsiasi medicinale si deve fare “tutta una serie di pratiche” che spesso si perdono
  • I siti web sono oscurati, incluso il sito della Camera e del Senato

Alemanno sottolinea: “Una follia di divieti” che non hanno alcuna base razionale e che ostacolano sia i detenuti che chiunque voglia operare di bene dentro il carcere.

L’orto urbano bloccato

Alemanno propone la creazione di un orto urbano a Rebibbia, mettendo insieme un pool di esperti (Carlin Petrini di Slow Food, Coldiretti, l’Università di Tor Vergata). Il carcere non ha mai permesso loro di entrare per un sopralluogo. Un campo sportivo è rimasto intoccato per sei mesi perché la direzione non autorizzava le misurazioni tecniche.

La conclusione di Alemanno: “Qualsiasi cosa si autorizza a pericolo attenzione dramma eccetera… le imprese devono portare lavoro. Le realtà associative devono portare cultura le realtà sociali che devono portare solidarietà sono tutte disincentivate a entrare nel carcere.”

Il sovraffollamento e la sofferenza delle guardie carcerarie

Albertario denuncia il sovraffollamento cronico: “Oggi siamo al 140%, siamo 65.000 persone detenute.” A Rebibbia, un agente penitenziario può gestire da solo 100-120 detenuti per piano, una situazione impossibile.

Gli agenti penitenziari come prime vittime

Secondo Albertario, i primi a soffrire della crisi sono gli agenti penitenziari: “Un agente penitenziario da solo non può lavorare bene non può andare a dormire la sera tranquillo il primo danno viene fatto a detenuti e agenti penitenziari.”

La situazione è descritta come un “circolo vizioso” che coinvolge detenuti, agenti, tribunali di sorveglianza, cancellieri e magistrati.

L’Articolo 35 ter: la riduzione di pena per detenzione inumana

Albertario spiega che la Corte europea dei diritti dell’uomo riconosce che se la detenzione è considerata inumana (al di sotto di tre metri quadri pro capite), il detenuto ha diritto a una riduzione della pena.

Nel caso di Alemanno, la riduzione è stata concessa (sei mesi), ma il governo contesta persino questo diritto fondamentale.

Albertario critica: “Parlando di diritti basilari. Eh, ma ad esempio stiamo facendo una battaglia sulle misurazioni di queste celle? Perché queste celle vengono misurate da un applicativo del DAP che è sicuramente vetusto, sicuramente non più attualizzato.”

Il “razzismo alla rovescia” in carcere

Alemanno affronta il tema spinoso dell’immigrazione in carcere con franchezza. Se gli immigrati costituiscono circa l’11% della popolazione italiana, rappresentano il 35% della popolazione carceraria. In alcuni reparti, questo crea clan etnici che esercitano una “rivalsa nei confronti degli italiani che degenera inevitabilmente in un razzismo alla rovescia.”

Alemanno spiega: “Nei reparti dove c’è il 35% di immigrati sostanzialmente si creano i clan etnici e queste clan etnici esercitano una rivalsa nei confronti degli italiani… spesso questi vengono addirittura a pretendere il pizzo agli italiani per poter fare la doccia, a creare rapporti di forza agli italiani… e il detenuto italiano deve pagare il pizzo in sigarette o in altri merci.” E i clan etnici si autoregolano, con le guardie carcerarie che non si muovono per paura di essere accusati di razzismi. Nel suo reparto, dove gli immigrati erano pochi, Alemanno spiega che la situazione era invece “normale e quasi creativa e produttivo.”

La possibile soluzione

Alemanno propone che l’integrazione è possibile solo se i numeri rimangono bassi. Suggerisce un modello rotazionale: accogliere immigrati per 3-4 anni di lavoro, poi rimpatriarli. Alternativa: incentivare il ritorno degli italiani emigrati in Venezuela e Sud America.

Mafia Capitale: una “bolla mediatica”

Alemanno rivendica che oggi Roma non crede più a “Mafia Capitale”: “Nessuno mi ha detto criminale o peggio ancora mafioso. Quindi ormai la gente a Roma non ci crede più a Mafia Capitale.” Eppure, la vicenda è stata surreale: “Noi siamo stati a un passo allo scioglimento del Comune di Roma per infiltrazione mafiosa. È una follia totale.”

Alemanno sottolinea il divario tra la retorica mediatica e i fatti concreti: “Erano pochi eventi di corruzione… che hanno limitatamente toccato in totale tutto il giro di Mafia Capitale sono stati alcuni milioni di euro.” A fronte dell’Expo di Milano (centinaia di milioni) e del Mose di Venezia (miliardi).

La conclusione è tagliente: “È tutta una balla è tutta una bolla mediatica che adesso credo sia scoppiata.”

Le lezioni dal carcere: partecipazione e rieducazione

Nonostante tutto, Alemanno e il suo compagno di cella Fabio Falbo organizzavano attività culturali: scrivevano il “giornale interno del carcere” e organizzavano discussioni su politica e questioni sociali.

Tentavano persino di incoraggiare la partecipazione al voto tra i detenuti, riconoscendo che la partecipazione è “un elemento importante per combattere il crimine e ridare credibilità alle istituzioni.”

Alemanno e Falbo scrissero un libro dal titolo “L’Emergenza Negata,” presentato a Montecitorio con il Presidente del Senato La Russa. Tuttavia, la direzione del carcere pretendeva di leggerlo prima della pubblicazione.

Qui emerge un elemento censorio: il carcere nega persino la libertà di espressione. Quando il libro fu presentato a Montecitorio, La Russa e Fabio Falbo dovettero partecipare tramite intelligenza artificiale perché era vietato loro di lasciare il carcere.

Visione politica: valori fondamentali vs tecnocrazia

Il Programma di “Futuro Nazionale”

Alemanno articola una visione politica che va oltre il carcere. Descrive una “società del controllo” dove il Green pass, il riconoscimento facciale e la digitalizzazione creano un panopticon moderno.

Alemanno spiega: “Futuro nazionale è il tentativo di ritornare a dei valori fondamentali tradizionali… contro una deriva tecnocratica una deriva progressista che rischia veramente di disumanizzare le persone.” I due pilastri sono: valori umani fondamentali (contro il  transumanesimo e le multinazionali) e la sovranità nazionale (“schiena dritta” verso UE e NATO)

Il risarcimento e la Giustizia riparativa

Quando gli chiede se è possibile chiedere risarcimenti, Albertario è cauto ma ottimista: “Ci sarebbero i margini per un processo per revisione” basato sulla sentenza della Corte europea sui diritti umani, che ha dichiarato ammissibile il ricorso di Alemanno.

Tuttavia, sottolinea: “Non sarebbe un risarcimento immediato… spazio per cancellare questa sentenza sì. Da cui poi eventualmente… la sentenza nei confronti di Gianni Alemanno viene considerata ingiusta e annullata ovviamente avrà diritto di chiedere risarcimento dei danni.”

Alemanno ha rifiutato la grazia suggerita per sé, dicendo che avrebbe equivalso ad ammettere colpevolezza e a favorire un “politico agevolato.” Invece, insieme a Falbo, ha chiesto la grazia per Antonio Russo, un detenuto di 89 anni.

Albertario celebra questo gesto: “È per far uscire un detenuto di 89 anni… tu devi avere la grazia e poi devi combattere fino all’ultimo per avere un differimento pena per motivi di salute.”

Un messaggio di speranza e lotta

La conversazione si conclude con un messaggio che Albertario formula in termini quasi poetici: “Non c’è sconfitta perde solo chi smette di combattere. E questo sembra un messaggio solo per i detenuti, ma in verità è un messaggio per lo Stato.”

Alemanno aggiunge il suo tono più ispirato: “Se tu reagisci anche a queste violenze e accumuli una forza che non può non avere un esito… la risposta è sempre quella di non scoraggiarsi non perdere la speranza di generare speranza con altra speranza.”

La lotta per una riforma carceraria in Italia rimane aperta, ma le voci di Albertario e Alemanno rappresentano una testimonianza rara di chi ha affrontato il sistema dal di dentro e continua a credere che il cambiamento sia possibile.