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Anzio, da terra di imperatori a terra di nessuno. Siamo nella m****

Sempre più spesso vediamo un’Italia senza regole, difficile da educare alle più banali norme di convivenza e incapace di vergognarsi del proprio malcostume.

Anzio – Una volta era la meta prediletta dei vacanzieri romani a pochi chilometri dalla Capitale, un luogo tra mare, bellezze archeologiche e ottima cucina. Una meta estiva prima per gli imperatori – qui nacque Nerone, che scelse di costruirvi la sua villa imperiale – e poi per le famiglie benestanti della Roma bene nel primo dopoguerra, tra i palazzi Liberty. Questa è Anzio nel modo migliore di raccontarla.

Ma l’agio di un luogo calmo e accogliente risente oggi di un dilagante degrado che invade ormai apertamente l’Italia intera. A risentirne più di tutti è chi risiede nelle città italiane e vede, anno dopo anno, peggiorare la vivibilità dei propri luoghi del cuore. Non servono statistiche per raccontare la disillusione che siamo costretti a vivere: basta tendere l’orecchio alle parole di chi ricorda una Anzio diversa o allo sfogo di chi pubblica sui social un’immagine che disturba il pudore o, peggio, indigna i lettori.
Sia chiaro da subito: non è un problema di Anzio o di Nettuno, è un problema generale della società, in tutta Italia e oltre.

Ieri mattina, su un post social, è spuntata una foto che di per sé non avrebbe bisogno di descrizioni, ma a cui l’autore ha dato un titolo che non lascia spazio all’immaginazione: “DIARREA E URINA A GO GO”. “È un vero piacere tornare a casa dopo mezzanotte e trovare nell’androne delle scale condominiali una valanga di diarrea umana con relativa urina, sparsa anche sui muri. Questo accade quando non si chiudono bene i portoni. In questo caso in un condominio nella Periferia Portuale (ex Centro Storico). L’alcol e le droghe hanno spesso effetti collaterali imprevisti.”

Davanti a certe immagini (e a certi odori), è superfluo dare la caccia al responsabile, per quanto sia comprensibile il desiderio di farlo. Per un momento è meglio mettere da parte l’identikit del colpevole: che si tratti di un ragazzo indisciplinato, di un vandalo senza remore, di una persona ai margini della società o della pubblica etica. È inutile sindacare sul colore della sua pelle o sulla sua estrazione sociale, ed è alquanto superfluo persino chiedersi se la colpa sia dei condomini che, dopo una certa ora, non hanno chiuso correttamente il portone del palazzo.

Oggi episodi di degrado di questo tipo si palesano davanti a noi superando ogni logica. Dai ragazzi che spaccano bottiglie di vetro in spiaggia, al bodybuilder che si arrampica sui resti della Villa Imperiale (bene archeologico protetto) per mettere in mostra i muscoli in pose scultoree, fino al senzatetto sdraiato in strada o a chi usa le fontanelle pubbliche per lavarsi in piazza. Davanti a certe scene diventa difficile voltarsi dall’altra parte senza chiedersi: “Dove andremo a finire?”.

Ma l’indignazione sui social non basta. Al di là dei commenti manca l’azione civica reale: chi resta, poi, a difendere davvero il nostro territorio? L’Italia sembra correre a due velocità: da una parte c’è chi si indigna, segue le regole e cerca conforto in un’etica tramandata di padre in figlio; dall’altra parte c’è un’Italia senza regole, difficile da educare alle più banali norme di convivenza e incapace di vergognarsi del proprio malcostume.

Fotografare la decadenza per raccogliere like e commenti indignati ci dà la falsa sensazione di aver fatto la nostra parte, quando in realtà si tratta solo di una resa passiva che normalizza l’orrore e privatizza la vita dei cittadini.

L’indignazione da tastiera è una forma elegante di resa. L’Italia sdoppiata non è quella tra buoni e cattivi, ma quella tra chi agisce nel mondo reale e chi ha trasformato la propria città in un feed di sventure da commentare.

L’appartenenza e il rispetto non si imparano sui libri, ma nemmeno si difendono con uno smartphone. Finché l’unico argine al degrado sarà la nostra voglia di raccontarlo sui social, continueremo a essere solo spettatori paganti del nostro stesso declino.