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Nessuno sarà mai come Brock Lesnar, neanche Oba Femi

SummerSlam 2026 chiude l’era della Bestia. Dall’NCAA all’UFC, ecco perché il suo posto nella storia resterà senza eredi

Minneapolis, 6 agosto 2026 – Brock Lesnar ha perso. Oba Femi lo ha battuto per la seconda volta, stavolta dentro l’Hell in a Cell di SummerSlam (leggi qui), chiudendo sul 2-1 una straordinaria trilogia iniziata a WrestleMania 42 e passata per Clash in Italy (leggi qui). Poi Lesnar lo ha abbracciato, ha preso il microfono e lo ha incoronato come il futuro della WWE, davanti al futuro della sua “città adottiva”, Minneapolis. Lo ha fatto anche un po’ impacciato, come se fosse un giovane alle prime armi: del resto ha sempre avuto abilità migliori al quadrato piuttosto che al microfono. E aleggia il dubbio se la scena fosse prevista o sia stata una sua iniziativa, dato che i titoli di coda stavano già scorrendo.

Nessun ritiro annunciato, nessun addio ufficiale: quello lo ha affidato alle telecamere di Pat McCaffee, poche ore dopo. Ma il senso della scena era chiarissimo: passare il testimone. Ma Oba, che ha resistito addirittura ad una Tombstone Piledriver sul legno, potrà davvero raccoglierlo? Non ce ne voglia il Sovrano Nigeriano, stimiamo e apprezziano. Può certamente rappresentare il presente, e soprattutto il futuro, della WWE. Ma dovrà farlo a modo suo. Perché Brock è Brock. Nessuno potrà copiarlo, né tantomeno sostituirlo. E i motivi sono tanti.

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Clash in Italy, un dolce ricordo

Prima di addentrarci nella storia, però, concediamoci una parentesi d’orgoglio tutta italiana: Clash in Italy resterà negli annali. Il PLE andato in scena all’Inalpi Arena di Torino custodisce infatti quella che, salvo nuovi e imprevedibili colpi di scena, rimarrà l’ultima vittoria di Brock Lesnar in WWE.

L’ultima zampata della Bestia è arrivata davanti al pubblico italiano, in una serata che oggi assume un significato ancora più speciale e che potremo continuare a raccontare, soprattutto noi che eravamo presenti sugli spalti. Sarà bello ricordare Lesnar divertito, anzi gasato, mentre si scaldava sulle note del pubblico che cantava la sua canzone d’ingresso, pur essendo priva di testo.

Un’esperienza nuova persino per lui, che pure ne ha viste di ogni tipo. L’arena era completamente impazzita, mentre Brock si lasciava trascinare dall’accoglienza, visibilmente divertito nel sentire il pubblico intonare le note della sua canzone d’ingresso. Che non ha un testo, ma soltanto una base musicale. Il genio italiano, ancora una volta, è venuto fuori.

Del resto, non combatteva in Europa dagli inizi degli anni Duemila: non ama viaggiare e, ancora meno, stare a contatto con troppa gente. Rivederlo sul suolo europeo sembrava già di per sé un evento irripetibile. In Italia, addirittura. Figuriamoci.

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Brock Lesnar, l’atleta prima del personaggio

Prima di “The Next Big Thing”, prima di “The Beast Incarnate” e molto prima di Suplex City, c’era un atleta in procinto di affermarsi. Nato a Webster, in South Dakota, e consacratosi in Minnesota, Lesnar è stato due volte All-American prima di conquistare il titolo NCAA dei pesi massimi nel 2000. Nei suoi due anni con i Golden Gophers ha collezionato 55 vittorie e appena 3 sconfitte, con due titoli Big Ten e 23 successi per schienamento.

Debutta nel roster principale nel marzo 2002 col suo nome di battesimo, e questo rimarrà dall’inizio alla fine. La parte più curiosa è che quel destino non era mai stato il suo sogno. Intervistato nel podcast “Spittin’ Chiclets”, Lesnar ha raccontato di non aver mai seguito il wrestling professionistico e di averne scoperto l’esistenza soltanto durante gli anni del college. Terminata la carriera universitaria, era stanco di non avere soldi e non disponeva di molte alternative: la WWE rappresentava l’unica vera offerta di lavoro sul tavolo e, dunque, l’unica possibilità concreta di guadagnare.

Accettò per necessità, non per passione, come invece raccontano molti suoi colleghi. Poco più di due anni dopo essere entrato in un mondo di cui ignorava l’esistenza, Brock Lesnar era già seduto sul trono.  A SummerSlam 2002 sconfisse The Rock, diventando a 25 anni il più giovane WWE Champion della storia.

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Campione UFC: quando tutto cambiò

Poi il brusco stop, nel 2004. Appena due anni dopo il debutto, Lesnar decise di non rinnovare il contratto con la federazione. Il suo primo ciclo in WWE si chiuse nel peggiore dei modi, con il disastroso match contro Goldberg a WrestleMania XX: sulla carta uno scontro da cinque stelle, nella realtà un incubo. Anche Goldberg era in uscita e il pubblico, ormai consapevole dell’addio di entrambi, trasformò l’incontro in una contestazione continua. I due, dal canto loro, diedero l’impressione di non voler andare oltre il minimo indispensabile.

Dopo aver lasciato la WWE, Lesnar tentò la strada della NFL con i Minnesota Vikings, tornò poi al wrestling in Giappone e, nel 2007, debuttò nelle arti marziali miste: una nuova carriera da affrontare partendo quasi da zero.

L’UFC lo mise immediatamente alla prova. All’esordio nell’Ottagono perse per sottomissione contro Frank Mir, ma si rialzò battendo Heath Herring. Nel novembre 2008, appena al quarto incontro da professionista nelle MMA, affrontò Randy Couture e conquistò il titolo UFC dei pesi massimi. Se la WWE aveva presentato Brock Lesnar come un fenomeno, l’UFC lo trasformò in qualcosa che il wrestling, da solo, non avrebbe mai potuto fabbricare: un campione vero anche quando i risultati non erano scritti da un copione. Certo, la sua popolarità gli aveva spalancato le porte di una title shot lampo, ma una volta chiusa la gabbia non c’era marketing che tenesse. Couture andava battuto. E Brock lo ha fatto.

Questo non significa dipingerlo come il più grande peso massimo nella storia delle MMA: la sconfitte contro Cain Velasquez e Alistair Overeem ne hanno mostrato i limiti, così come una carriera breve ne ha frenato l’evoluzione. Ma non serve inventare ciò che non è stato. Basta la realtà: un campione WWE è entrato nell’Ottagono, dove volano botte da orbi, ed è diventato davvero il re del mondo.

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Il ritorno in WWE e la nascita definitiva della Bestia

Quando torna in WWE nel 2012, Lesnar è un uomo diverso da quello che se n’era andato otto anni prima. Non è più soltanto il fenomeno lanciato giovanissimo ai vertici della federazione: è un ex campione UFC, uno che ha combattuto davvero e che ha già dimostrato di poter dominare anche fuori dal wrestling.

Da quel momento, tutto ciò che fa sul ring acquista un peso diverso. A partire dal ring attire, che diventa subito un suo marchio di fabbrica: via i classici mutandoni, spazio ai pantaloncini da fighter. Poi le mosse: i pugni, i takedown, la Kimura Lock. Non sembrano più soltanto elementi inseriti in un copione, perché Brock li ha usati anche quando dall’altra parte c’era qualcuno deciso a fargli male sul serio. Durante una rissa ruppe persino il labbro di John Cena: fu un botch, ma contribuì ad alimentare ancora di più la figura della Bestia.

È questa credibilità a rendere possibili le scelte più estreme della sua seconda avventura in WWE. La fine della Streak di Undertaker a WrestleMania XXX, quel 21-1 comparso sui megaschermi e, pochi mesi dopo, la demolizione di John Cena a SummerSlam 2014. E non sono gli unici: Lesnar vanta una lista di vittime che sembra non avere fine ed è probabilmente l’unico a poter dire di aver battuto davvero tutti. I nomi? The Rock, Hulk Hogan, Triple H, Kurt Angle, Goldberg, Randy Orton, Roman Reigns, Seth Rollins, CM Punk, AJ Styles, Daniel Bryan, Rey Mysterio, Big Show, Cody Rhodes.

Brock Lesnar ha sconfitto praticamente chiunque abbia contato qualcosa nella WWE degli ultimi venticinque anni, attraversando epoche, generazioni e stili diversi. E spesso non si è limitato a vincere: li ha umiliati, ridotti a comparse. Campioni del mondo, leggende, giganti, tecnici, uomini immagine della federazione: prima o poi, quasi tutti sono stati travolti dall’ira funesta della Bestia.

A conti fatti, affrontarlo è diventato persino più importante di un titolo. Vincendo il King of the Ring, Oba Femi si era guadagnato il diritto di sfidare un campione mondiale a sua scelta a SummerSlam. Ha preferito rinviare quella opportunità a data da destinarsi pur di chiudere i conti con Brock Lesnar. Ciò la dice lunga su come la WWE abbia sempre trattato The Beast. Lui sì, era davvero il Final Boss.

Una montagna con le ali

Attenzione: ridurre Lesnar a una sequenza di suplex significa ricordare soltanto la versione più recente. Il Brock dei primi anni Duemila era un peso massimo con l’esplosività di un cruiserweight, capace di passare dalla lotta a terra alla potenza, dalla velocità alla proiezione, senza che il suo corpo sembrasse conoscere le normali leggi della fisica.

La Shooting Star Press è rimasta impressa soprattutto per l’errore contro Kurt Angle nel main event di WrestleMania XIX. Lesnar prese male la distanza, non completò la rotazione e atterrò sulla testa. Eppure il dettaglio più incredibile non è il salto fallito. È che un uomo di quelle dimensioni fosse in grado di eseguirlo e che, nelle prime fasi della sua carriera, lo avesse fatto più volte.

Per molti wrestler un gesto simile sarebbe il centro dell’intero repertorio. Per Lesnar era quasi un eccesso, una possibilità in più dentro un arsenale che ne aveva già troppe. Poteva lottare, sollevare, correre, volare. Sfidò le leggi della fisica, dimostrando che anche le montagne possono avere le ali.

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Il carisma

Lesnar non è mai stato il miglior oratore della WWE, tutt’altro. E forse proprio questo limite, alla fine, è diventato una delle sue fortune. Senza quelle difficoltà al microfono, probabilmente non sarebbe mai stato affiancato a Paul Heyman, l’uomo che più di chiunque altro ha contribuito a elevarne lo status. Heyman ha costruito attorno a lui presentazioni, soprannomi e frasi entrate nella storia, ma non ne ha inventato il carisma: gli ha semplicemente dato una voce.

Del resto, nel corso degli anni Heyman ha tradito alleati, amici e clienti, da CM Punk a Roman Reigns, cambiando schieramento ogni volta che gli conveniva. Con Lesnar, però, il legame è sempre stato saldo, con Heyman che non gli ha mai voltato le spalle. Il motivo? Sapeva che, accanto a Brock, aveva la certezza di stare dalla parte dell’uomo più forte di tutti.

Manzoni scriveva che il coraggio, se uno non ce l’ha, non può darselo. Lo stesso vale per il carisma: Lesnar ci è nato. Il volto da vichingo norvegese, pur essendo nato nel Midwest, il modo di muoversi, le reazioni improvvise, la capacità di passare dalla serietà a un sorriso quasi divertito e poi tornare minaccioso nel giro di pochi secondi.

Persino nelle versioni più leggere del personaggio — dal Brock contadino alla valigetta del Money in the Bank trasformata in uno stereo — non ha mai perso la sua aura. Poteva concedersi persino il lusso di far ridere. E infatti, nella prima parte della carriera, ha dimostrato di essere anche un fine umorista. Basti pensare ai siparietti con Kurt Angle nel 2003 (recuperateli), quando due dei lottatori più credibili al mondo riuscivano a trasformare una bottiglia di latte rovesciata, una gara di flessioni o una banale discussione nello spogliatoio in segmenti esilaranti.

Oba Femi può esserne l’erede?

E allora torniamo alla domanda iniziale: Oba Femi potrà raccogliere il testimone? Sì, ma soltanto se avrà il coraggio di non provare a diventare Brock Lesnar.

Oba potrà essere il nuovo dominatore, l’uomo attorno al quale costruire una generazione, il presente e il futuro della WWE. Potrà diventare una leggenda e, un giorno, essere lui a indicare chi verrà dopo. Ma dovrà farlo con il proprio nome, il proprio stile e la propria storia, perché la strada di Lesnar esisteva soltanto per Lesnar. Il trono può avere un nuovo occupante. Un altro Brock, invece, non ci sarà.

Photo: wwe.com