LA PANDEMIA
|Conte alla commissione Covid: “Un plotone di esecuzione contro di me”
L’ex premier per cinque ore davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta: “Scavate quanto volete, non ho mai commesso illeciti”. Poi l’annuncio a sorpresa: “Consegnato alla Procura un fascicolo sulle mascherine”
Roma, 7 agosto 2026 – “Non ho mai commesso illeciti: potete scavare quanto volete, non troverete nulla”. Davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid, Giuseppe Conte rivendica le scelte compiute durante i mesi più difficili della pandemia. L’ex presidente del Consiglio resta per cinque ore davanti ai commissari: tre di relazione e altre due di domande, tra accuse politiche e difesa dei Dpcm. Nel corso dell’audizione definisce la Commissione “un plotone di esecuzione” costruito contro di lui e, allo stesso tempo, una “gabbia di protezione” per gli amministratori locali del centrodestra.
Il dossier mascherine
Poi ribalta il tavolo, sfoderando una carta inattesa. Conte annuncia di aver consegnato alla Procura di Roma un fascicolo ricevuto in forma anonima che, sostiene, solleva nuovi interrogativi su una fornitura di mascherine di una nota società. Nel dossier, riferisce, compare un verbale del 2022 ricevuto pochi giorni fa e portato subito ai magistrati “per coscienza civica”. Da quelle pagine, precisa usando il condizionale, emergerebbero elementi tali da giustificare un approfondimento anche sulla transazione con cui, nell’ottobre scorso, la Presidenza del Consiglio e il Ministero della Salute hanno chiuso il contenzioso con la società, riconoscendole circa 100 milioni di euro.
Si tratta però di una contestazione respinta dall’azienda, che in una nota afferma come la documentazione non sia nuova e ricorda che il Tribunale di Roma ha rigettato la querela di falso promossa dallo Stato contro la certificazione delle mascherine. La società sostiene che le verifiche tecniche ne abbiano attestato la conformità e annuncia di volersi tutelare nelle sedi opportune.
“La mia Italia un modello. Le ambasciate diffondevano i Dpcm”
Nel bilancio dei mesi più duri, Conte rivendica soprattutto il rapporto costruito con il Paese. Parla di un “patto” tra Governo e cittadini, fondato sulla fiducia e sull’accettazione delle restrizioni necessarie a contenere il virus. Anche la comunicazione, sostiene, ebbe un ruolo decisivo: conferenze stampa e messaggi pubblici servirono a mantenere viva quella fiducia e a limitare le violazioni delle regole. L’ex premier difende inoltre l’azione italiana sul piano internazionale, ricordando che i protocolli con le imprese, le misure economiche e gli stessi Dpcm furono tradotti dalle ambasciate e studiati da altri governi. “Siamo stati realmente un modello”, afferma, rivendicando l’influenza esercitata dalle scelte italiane su diversi Paesi europei, sull’Unione europea e sull’Organizzazione mondiale della sanità.
La missione russa e la telefonata con Putin
Conte torna anche sulla missione sanitaria russa arrivata in Italia nel marzo 2020, respingendo l’ipotesi che fosse nata da un rapporto personale con Vladimir Putin o da uno “slancio filorusso”. L’operazione, spiega, prese forma nell’ambito di un accordo bilaterale della Protezione civile per la gestione delle emergenze e fu successivamente esaminata dal Copasir, davanti al quale lo stesso ex premier chiese di essere ascoltato. In quei giorni, sottolinea, l’Italia era nel pieno della crisi e soffriva una grave carenza di respiratori, mascherine e materiale sanitario: rifiutare un aiuto, seppure limitato, gli sarebbe sembrato irragionevole. Dopo il confronto con i ministri competenti, Conte parlò con Putin per definire l’intervento, ma precisa: “Non mi ero accordato prima con lui”. E respinge ancora una volta le accuse politiche: “La missione non è stata costruita da Conte e Putin per amicizia personale”.
Il piano pandemico
Uno dei passaggi più tesi riguarda il piano pandemico del 2006, rimasto senza aggiornamenti fino all’arrivo del Covid. Conte respinge l’attribuzione di responsabilità ai componenti del suo Governo e ricorda che, dall’ultimo aggiornamento, si erano succeduti otto esecutivi. Quel piano, sostiene, era comunque inadeguato ad affrontare un virus senza precedenti e non poteva offrire un protocollo già pronto per ogni decisione.
La lettura di Fratelli d’Italia è opposta. Galeazzo Bignami afferma che l’audizione non avrebbe dissipato le ombre, ma rafforzato i dubbi sulla preparazione dell’Italia: avvertimenti ignorati e occasioni mancate avrebbero aggravato l’impatto della crisi sanitaria. È qui che il confronto smette di essere soltanto una ricostruzione tecnica e torna a essere ciò che è sempre stato: una battaglia sulla responsabilità politica. Corriere della Sera
Conte contesta anche il perimetro dell’inchiesta, giudicato incompleto perché non approfondirebbe fino in fondo il ruolo delle Regioni, titolari di competenze decisive in materia sanitaria. Secondo il leader del Movimento 5 Stelle, escludere quel livello significa scrivere una storia “monca” dell’emergenza e proteggere gli amministratori locali dei partiti oggi al Governo.
La difesa del green pass
Conte insiste sulla necessità di distinguere il Green pass dall’obbligo vaccinale introdotto dal Governo Draghi. Il primo, sostiene, rispondeva alla logica dell’“onere”: il cittadino restava libero di non vaccinarsi, ma non poteva pretendere di accedere senza limitazioni a cinema, ristoranti e luoghi di aggregazione, esponendo gli altri a un rischio. Diverso, per l’ex premier, il passaggio all’obbligo per gli over 50, nel quale intravede una pressione ulteriore e un atteggiamento quasi “persecutorio”. Conte rivendica di aver cercato di convincere prima Roberto Speranza e poi Mario Draghi a non procedere, pur ricordando che il Movimento 5 Stelle votò infine la misura per evitare la caduta del Governo.
L’obbligo vaccinale “una scelta di Draghi”
Conte prende le distanze anche dall’obbligo vaccinale per gli over 50, introdotto nel 2022 dal Governo Draghi. L’ex premier racconta di aver provato a convincere prima Roberto Speranza e poi Mario Draghi a rinunciare alla misura, giudicata sproporzionata di fronte a una copertura vaccinale ormai vicina al 90%. Diversa, sottolinea, era la logica del Green pass, che non imponeva direttamente la vaccinazione ma limitava l’accesso ai luoghi di aggregazione per ridurre i rischi verso gli altri. Più duro il giudizio sulla linea adottata successivamente dall’esecutivo: Conte parla di un atteggiamento quasi “persecutorio” nei confronti di centinaia di migliaia di lavoratori e rivendica di non aver mai sostenuto che i non vaccinati fossero automaticamente portatori del virus. Il Movimento 5 Stelle votò comunque il provvedimento, spiega, per evitare la caduta del Governo, nonostante il dissenso maturato all’interno della maggioranza.
“Meloni la regista degli attacchi”. La replica
Quando i lavori finiscono, lo scontro si sposta immediatamente fuori da Palazzo San Macuto. Conte indica Giorgia Meloni come “la regista” degli attacchi contro di lui e invita la presidente del Consiglio a un confronto politico diretto, senza “trucchetti” o “mezzucci”.
La replica della premier arriva poco dopo. Meloni nega che la Commissione sia un processo contro una persona e sostiene che fare luce sulle decisioni, sulle risorse pubbliche impiegate e sulle eventuali responsabilità sia un dovere verso il Paese. “La verità sulla pandemia non è un attacco politico. È un diritto degli italiani”, scrive.
L’audizione, però, non si chiude qui. Il confronto ripartirà il 14 settembre, quando Conte tornerà davanti alla Commissione per rispondere alle domande rimaste sul tavolo

