Europei di atletica, gli azzurri dell’ guidano il medagliere con 5 ori e 10 podi. Da Battocletti a Tamberi, passando per Fabbri e Derkach, il trionfo di Roma 2024 trova la sua conferma lontano da casa
Birmingham, 15 agosto 2026 – Il rumore di Birmingham ha il suono secco di una scarpa che strappa la pista, di un peso che cade oltre i ventidue metri, di un’asticella che trema ma resta al suo posto. E, sopra ogni cosa, ha un colore: l’azzurro.
Questa volta non c’è lo Stadio Olimpico a spingere. Non c’è il fattore casa, non c’è la notte romana capace di trasformare ogni gara in una festa. C’è l’Alexander Stadium e c’è un’Italia che, dopo cinque giornate, guarda tutti dall’alto: 5 ori, 2 argenti e 3 bronzi. E se Jacobs non si fosse fatto male nella finale dei 100 metri, ne avremmo almeno una in più.
Risultati sorprendenti? Mica tanto. Certo, dopo gli 11 ori e le 24 medaglie di Roma 2024, si parlò di congiunzioni astrali: il pubblico, l’entusiasmo, le serate perfette. Birmingham getta nel cestino questa narrazione pigra.
L’Italia è una Nazionale profonda, capace di vincere nel mezzofondo, nei lanci e nei salti, di salire sul podio nello sprint e di trovare campioni affermati accanto a volti nuovi. Non una fiammata, ma un movimento.
Nadia Battocletti ha trasformato 5000 e 10.000 metri nel proprio regno, firmando la seconda doppietta consecutiva dopo Roma. Quattro ori europei, come Gianmarco Tamberi, capace ancora una volta di presentarsi all’appuntamento più importante e volare più in alto di tutti con 2,32.
Ma l’Italia d’oro non finisce nelle sue stelle più brillanti, luminose e conosciute. C’è Leonardo Fabbri, padrone del peso con 22,31, accompagnato dall’argento di Zane Weir. C’è la rinascita di Dariya Derkach, campionessa europea del triplo con il personale di 14,60 dopo tre operazioni ai tendini d’Achille.
Ci sono l’argento di Sara Fantini e i bronzi di Micol Majori, Matteo Sioli e Fausto Desalu. Storie diverse, unite dallo stesso tratto: la capacità di non accontentarsi più della finale, del buon piazzamento, dell’applauso consolatorio. Anzi, dell’uscita a testa alta, espressione in voga nel calcio. Il quale, infatti, continua a versare lacrime amare.
A differenza di ciò che accadeva fino a nemmeno un decennio fa, l’Italia dell’atletica entra in pista sapendo di poter vincere. Non spera che qualcosa accada, lavora perché accada. Quando un campione cade, ne emerge un altro. Quando una gara sembra chiusa, arriva un’accelerazione, un lancio, un salto a riaprirla.
Restano ancora due giornate, il medagliere potrà cambiare: magari finiremo secondi o terzi, o nel migliore dei sogni continueremo a guidare il podio e conquistare ori su ori. Comunque vada a finire, una cosa Birmingham l’ha già certificata: per l’atletica italiana non è più il tempo delle sorprese. È l’età dell’Oro.


