L'ANALISI
|Lega, assalto a Salvini: i frondisti e l’ipotesi “triumvirato”
La rivolta esplosa in Lombardia, l’asse tra i governatori e Pontida come possibile resa dei conti. Il Carroccio al bivio: partito nazionale o ritorno alle radici?
Roma, 15 agosto 2026 – “La Lega è una”. Il segretario Matteo Salvini lo ha detto dal palco della Versiliana, tentando di fermare l’assalto interno, partito ad ormai meno di un anno dalle elezioni. Una resa dei conti ormai inevitabile e non più rimandabile: una parte c’è il partito nazionale costruito da Salvini, personale, sovranista e ormai esteso dal Nord al Sud. Dall’altra sta tornando a muoversi la vecchia anima territoriale: federalista, amministrativa, legata alle imprese e ai governatori settentrionali. Non è ancora una scissione e non esiste, almeno formalmente, un’alternativa organizzata alla segreteria. Ma il malessere ha smesso di essere un sussurro. Ora ha i nomi e numeri.
Crisi Lega, la rivolta parte dalla Lombardia
Il punto di rottura è arrivato il 7 agosto, durante il direttivo lombardo convocato in via Bellerio. Una riunione durata più di quattro ore e chiusa senza una resa dei conti ufficiale, ma con un monito dei nordisti: così non si può andare avanti.
Secondo le ricostruzioni emerse nei giorni successivi, circa due terzi degli interventi sono stati critici nei confronti di Matteo Salvini. Qualcuno avrebbe chiesto un passo indietro, altri almeno un passo di lato. La formula più diplomatica è quella della leadership condivisa: meno decisioni concentrate nelle mani del segretario, più spazio ai governatori, a Giancarlo Giorgetti, agli amministratori locali e a chi conserva un rapporto diretto con il territorio.
Non è un dettaglio che la protesta sia esplosa proprio in Lombardia. È qui che il Carroccio è nato, è qui che ha costruito la propria classe dirigente ed è qui che la crisi di consenso viene percepita non come una semplice flessione elettorale, ma come una perdita d’identità. A guidare il fronte sono il presidente regionale Attilio Fontana e il segretario lombardo Massimiliano Romeo. Il primo non ha chiesto apertamente le dimissioni di Salvini; il secondo ha invocato un partito più condiviso e più riconoscibile nei territori. Il messaggio, però, arriva nello stesso punto: la Lega nazionale non basta più.
Lo statuto federalista che agita il Carroccio
Prima del direttivo era già comparsa la miccia. Attilio Fontana aveva inoltrato in una vecchia chat del partito la bozza di statuto di un nuovo soggetto liberale e federalista. Un testo elaborato da un giurista, costruito intorno all’autonomia e a una diversa articolazione territoriale dello Stato.
Fontana ha precisato che un nuovo partito non è all’ordine del giorno e che quella bozza rappresenta, semmai, uno spazio di confronto nato dal malessere dei militanti. La precisazione conta. Ma conta anche il fatto che quella bozza esista. Perché un malumore resta un malumore finché non trova una forma. Uno statuto, invece, è già un’architettura: non è ancora una casa, ma dice che qualcuno ha cominciato a disegnarla.
Attorno a quel progetto si muovono, con ruoli e prudenza diversi, Luca Zaia, Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga. Non c’è un annuncio comune, né una candidatura già pronta contro Salvini. Fedriga continua a parlare di confronto utile e respinge le ricostruzioni su una scissione imminente. Zaia non ha ancora trasformato il proprio peso politico in una sfida aperta. Fontana assicura di non voler fondare un altro partito. Eppure i tre continuano a essere indicati come il possibile baricentro di una Lega diversa.
Salvini contro il Nord: le due Leghe nello stesso simbolo
La frattura non nasce ad agosto. Nasce dalla trasformazione che ha portato la Lega Nord a diventare la Lega per Salvini Premier. Il Capitano prese un partito territoriale, ne allargò i confini e lo trasformò in una forza nazionale. Per anni la scommessa funzionò: alle Europee del 2019 il Carroccio raggiunse il 34 per cento e Salvini diventò il centro politico della destra italiana.
Oggi, però, quello spazio non esiste più. La destra nazionale ha il volto di Giorgia Meloni; quella più radicale ha trovato in Roberto Vannacci un nuovo punto di riferimento. A Salvini resta così un partito nazionale che non è più il primo della destra e un partito del Nord che non si sente più ascoltato. È questa la tenaglia che sta stringendo il segretario.
Il paradosso è visibile soprattutto in Veneto. Alle regionali del 2025 la Lega ha ottenuto il 36,2 per cento, mentre Luca Zaia ha raccolto oltre 203mila preferenze. Sono elezioni diverse dalle politiche nazionali e il confronto non può essere automatico, ma il segnale è evidente: dove la Lega conserva un volto territoriale, amministrativo e riconoscibile, continua a essere competitiva. Dove coincide quasi interamente con la leadership di Salvini, precipita nei sondaggi attorno al 5-6 per cento.
Vannacci non è la causa, ma la prova dell’errore
In questa storia Roberto Vannacci non è la causa della rivolta nordista. È la prova che la strategia seguita negli ultimi anni non ha funzionato. Salvini lo aveva candidato alle Europee per inseguire l’elettorato più radicale, poi lo aveva promosso vicesegretario. Il generale ha usato quella vetrina, ha costruito un consenso personale e infine ha lasciato la Lega per fondare Futuro Nazionale.
Ora il suo partito ha superato il Carroccio in diversi rilevamenti. All’inizio di agosto, un sondaggio Swg assegnava a Futuro Nazionale il 7,2 per cento e alla Lega il 5,5. Il punto non è soltanto numerico. Vannacci ha tolto a Salvini lo spazio politico che il segretario aveva provato a occupare e, nello stesso tempo, ha offerto ai nordisti l’argomento più forte: per inseguire un voto alla propria destra, la Lega ha finito per smarrire il terreno sotto i piedi.
Il generale, insomma, è uscito dal partito. Ma il vuoto lasciato dalla sua uscita è rimasto tutto dentro la Lega.
Salvini respinge i frondisti e difende la sua Lega
Salvini non sembra intenzionato a cedere. Alla Versiliana ha tracciato un confine politico molto netto: “La Lega è il partito del Nord, del Centro, del Sud. Il partito è qua oggi”. Tradotto: il confronto è ammesso, ma nessuno può usare il Nord per costruire una Lega alternativa alla sua.
Pontida 2026 può diventare la resa dei conti
Tutte le strade portano ora al 20 settembre, giorno del tradizionale raduno di Pontida. Fino a pochi mesi fa doveva essere il luogo del rilancio. Adesso rischia di diventare il giorno della verità.
Secondo i retroscena delle ultime ore forniti dall’Ansa, Fontana, Zaia e Fedriga starebbero valutando una richiesta di cambiamento da presentare prima o direttamente sul pratone. Tra le ipotesi circola quella di un triumvirato capace di affiancare o sostituire la guida solitaria di Salvini, traghettando il partito verso le politiche del 2027 o verso un nuovo congresso. Al momento resta uno scenario, non una decisione.
Le possibilità, però, sono ormai visibili. Salvini può restare segretario accettando una direzione realmente collegiale; può aprire la strada a un congresso e a una nuova leadership; oppure può provare a resistere, con il rischio che l’associazione federalista diventi prima una corrente organizzata e poi qualcosa di più. Qualunque scelta cambierà gli equilibri del centrodestra, già costretto a fare i conti con la crescita di Vannacci e con le elezioni politiche sempre più vicine.




