L'APPROFONDIMENTO
|Perché l’America ha appena sospeso i visti per tutti? Trump è solo l’ultimo atto
Dalle Little Italy dell’Ottocento ai consolati sbarrati di oggi. In mezzo, l’11 settembre, la cultura woke e un’emergenza migratoria ignorata troppo a lungo
Washington, 26 agosto 2026 – Per quasi due secoli l’America ha costruito una parte considerevole della propria forza — la più importante — attirando persone dal resto del mondo. Irlandesi, tedeschi, italiani, polacchi, ebrei dell’Europa orientale, cinesi, messicani: generazioni diverse, spinte da guerre, fame, persecuzioni o semplicemente dalla promessa di una vita migliore. Arrivavano spesso senza un soldo in tasca, in un Paese tutt’altro che privo di contraddizioni: una società che aveva conosciuto e praticato la schiavitù, attraversato una guerra civile e continuava a convivere con profonde fratture razziali e sociali. Eppure, generazione dopo generazione, finivano lentamente per diventare americani.
Ora, il mondo è cambiato. Oggi entrare negli Stati Uniti significa attraversare uno dei sistemi migratori e di sicurezza più complessi dell’Occidente e quindi del mondo. La nuova escalation dell’amministrazione Donald Trump, a poco più di due mesi dalle elezioni di mid-term del 3 novembre, passa ora dalla decisione di sospendere temporaneamente gli appuntamenti per i visti d’immigrazione nelle ambasciate e nei consolati americani di tutto il globo (leggi qui). Il Dipartimento di Stato ha spiegato che la pausa servirà alla formazione dei funzionari consolari e a uniformare i controlli sui richiedenti, in particolare sulla possibilità che possano diventare dipendenti dall’assistenza pubblica americana. Non è stato indicato quando gli appuntamenti torneranno alla normalità.
Da Obama a Trump
Tuttavia, questa mossa non è altro che l’ultimo capitolo di una trasformazione iniziata molto prima del suo ritorno alla Casa Bianca Ma ridurre tutto a Trump sarebbe troppo semplice. Perché un problema, in America, esiste. O almeno esiste nella percezione di una parte sufficientemente grande del Paese da aver trasformato l’immigrazione in uno dei temi decisivi della politica statunitense. Trump vi ha costruito sopra una parte fondamentale delle sue campagne elettorali e ha conquistato la Casa Bianca due volte, nel 2016 e nel 2024.
Trump ha vinto nello stesso Paese che appena sedici anni prima, nel 2008, aveva eletto Barack Obama, il primo presidente afroamericano della propria storia: nato alle Hawaii, figlio di una donna del Kansas e di un padre arrivato dal Kenya per studiare negli Stati Uniti. Una biografia che sembrava racchiudere l’idea americana secondo cui provenienza e appartenenza non dovessero necessariamente coincidere.
Non significa che l’America sia improvvisamente diventata un Paese ostile agli immigrati. Né che il voto per Trump possa essere spiegato soltanto attraverso l’immigrazione. Significa però che il tema dell’immigrazione è sfuggito di mano: tra frontiere, sicurezza, integrazione e capacità dello Stato di governare gli arrivi, una parte degli americani ha iniziato a chiedersi se il meccanismo che per generazioni aveva alimentato la crescita del Paese funzionasse ancora nello stesso modo.
Una storia che parte da lontano
Per comprenderne il significato bisogna allora tornare indietro. Molto indietro. Quando entrare in America era molto più semplice Gli Stati Uniti nascono nel 1776 e per buona parte del XVIII e del XIX secolo non possiedono nulla di paragonabile all’attuale sistema di visti, controlli consolari, banche dati e autorizzazioni preventive. La stessa storia ufficiale dell’immigrazione pubblicata dall’USCIS ricorda che nel XVIII secolo e nella prima parte dell’Ottocento gli americani incoraggiavano un’immigrazione relativamente “libera e aperta”. Bastava una stretta di mano, qualche lira per permettersi il viaggio – ben più economico di oggi – e tanta buona volontà per realizzare il proprio American Dream, nato proprio su questi presupposti. Una legislazione federale organica sull’ingresso degli stranieri sarebbe arrivata soltanto molto più tardi, soprattutto dagli anni Ottanta dell’Ottocento.
È importante distinguere la possibilità di entrare dalla possibilità di diventare cittadini. Il Naturalization Act del 1790 disciplinava già l’accesso alla cittadinanza e lo limitava secondo criteri oggi incompatibili con qualsiasi concezione moderna di uguaglianza. Nei decenni successivi la legislazione sarebbe diventata progressivamente più articolata e restrittiva.
Milioni di persone e un’America da costruire
La grande immigrazione non è quindi una novità del XXI secolo. Tra il 1870 e il 1900 arrivarono negli Stati Uniti quasi 12 milioni di immigrati. Tra il 1900 e il 1915 ne giunsero più di 15 milioni, in gran parte provenienti dall’Europa meridionale e orientale.
Gli italiani furono tra i protagonisti assoluti di quella stagione. Negli anni Ottanta dell’Ottocento ne arrivarono circa 300mila, nel decennio successivo 600mila e tra il 1900 e il 1910 più di due milioni. Entro il 1920 erano oltre quattro milioni gli italiani arrivati negli Stati Uniti. Portavano con loro dialetti, tradizioni, religione, famiglie e identità locali. Spesso non parlavano inglese. E spesso, almeno inizialmente, vivevano in quartieri popolati quasi esclusivamente da connazionali. Un’eredità che gli americani possono ancora ritrovare oggi nelle numerose Little Italy disseminate nelle grandi città: quartieri nati come enclave italiane, tra ristoranti, botteghe, associazioni e famiglie di origine italiana. Molte hanno perso nel tempo la loro composizione quasi esclusivamente italiana, ma conservano ancora un’identità riconoscibile. Tra le più celebri ci sono Little Italy a Manhattan, Arthur Avenue nel Bronx, il North End di Boston, South Philadelphia e North Beach a San Francisco.
E poi ci sono gli spagnoli. Perché molto prima che gli Stati Uniti esistessero, molto prima della Dichiarazione d’Indipendenza e persino prima che gli inglesi fondassero Jamestown, una parte dell’America parlava già spagnolo.
Nel 1513 Juan Ponce de León rivendicò la Florida per la Corona spagnola. Nel 1565 Pedro Menéndez de Avilés fondò St. Augustine, in Florida: 42 anni prima di Jamestown e 55 prima dell’arrivo dei Padri Pellegrini a Plymouth. La Spagna controllò per lunghi periodi la Florida e lasciò la propria impronta anche su enormi territori dell’attuale Sud e Sud-Ovest americano: Texas, New Mexico, Arizona, California. San Diego, Los Angeles, San Francisco, Santa Fe: basta leggere una cartina degli Stati Uniti per accorgersi che quella storia non è mai scomparsa.
Cinque secoli dopo, lo spagnolo è ancora la lingua più parlata negli Stati Uniti dopo l’inglese. Secondo il Census, quasi 45 milioni di persone sopra i cinque anni lo parlano in casa: circa il 14% della popolazione considerata.
Imparare la lingua
Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento la scuola pubblica americana veniva considerata esplicitamente anche uno strumento di “Americanization”: attraverso l’istruzione i figli degli immigrati imparavano l’inglese, i simboli nazionali, la storia e i codici sociali del nuovo Paese.
La Library of Congress racconta come per i figli degli immigrati italiani la scuola significasse una nuova lingua, nuovi simboli patriottici e un’immersione nella cultura popolare statunitense. Quel processo fu talmente rapido da creare, in molti casi, una distanza culturale tra i figli nati o cresciuti negli Stati Uniti e i genitori rimasti più legati al Paese d’origine. L’inglese finiva così per diventare la lingua dei figli e, soprattutto, dei nipoti. L’italiano o il dialetto restavano spesso confinati alla casa e alla prima generazione.
Non era un processo sempre spontaneo né necessariamente indolore. L'”americanizzazione” poteva essere aggressiva, e oggi alcuni dei suoi aspetti verrebbero considerati eccessivamente assimilazionisti. Ma alla base esisteva un principio culturale molto riconoscibile: si poteva arrivare da qualsiasi parte del mondo, ma l’orizzonte finale era entrare nella società americana. Significava rispettarne le leggi, impararne la lingua, comprenderne i codici civici e sociali. In quel modello era soprattutto il nuovo arrivato a doversi adattare al Paese che lo accoglieva, non il contrario. Il processo sfociò nel 1906, quando la naturalizzazione richiese anche una conoscenza di base dell’inglese.
L’11 settembre cambia tutto
Per decenni, pur tra discriminazioni nei confronti dei neri, esclusioni e contraddizioni profonde, quel modello contribuì a trasformare un Paese giovane nella maggiore potenza economica, militare e culturale del mondo. Poi arrivò l’11 settembre 2001.
Gli attentati alle Torri Gemelle e al Pentagono dimostrarono qualcosa che fino a quel momento gli Stati Uniti avevano faticato persino a immaginare: il nemico poteva arrivare dall’esterno, entrare legalmente nel Paese, vivere al suo interno e utilizzare le stesse libertà americane per colpire l’America. I 19 attentatori dell’11 settembre erano cittadini stranieri e molti erano entrati negli Stati Uniti con regolari visti temporanei.
Sull’onda dello sconvolgimento, l’amministrazione di George W. Bush rispose prima sul piano militare. Nell’ottobre 2001 iniziò la guerra in Afghanistan per distruggere al-Qaeda e rovesciare il regime talebano che aveva protetto Osama bin Laden, individuato e ucciso dalle forze speciali americane in Pakistan soltanto nel 2011. Nel marzo 2003 arrivò l’invasione dell’Iraq di Saddam Hussein, sostenuta dall’amministrazione Bush anche con l’accusa che Baghdad disponesse di armi di distruzione di massa: gli arsenali indicati prima della guerra non sarebbero poi stati trovati.
Ma mentre gli Stati Uniti combattevano la War on Terror a migliaia di chilometri da casa, un’altra trasformazione destinata a durare molto più a lungo avveniva proprio alle frontiere americane. Poche settimane dopo gli attentati il Congresso approvò lo USA Patriot Act. La legge non riguardava soltanto intercettazioni e terrorismo: interveniva direttamente anche sull’immigrazione. Allargava i motivi legati al terrorismo per cui uno straniero poteva essere dichiarato inammissibile o espulso, aumentava i poteri federali di detenzione e rimozione, rafforzava la Border Patrol e permetteva una maggiore condivisione con le autorità migratorie delle informazioni criminali riguardanti chi richiedeva un visto. Chiedeva inoltre di accelerare i sistemi per registrare entrate e uscite dal Paese e di rafforzare il controllo sugli studenti stranieri. Sarebbe stato soltanto l’inizio.
Nel 2002 arrivò l’Enhanced Border Security and Visa Entry Reform Act. Il nome, da solo, raccontava il cambio di paradigma: sicurezza delle frontiere e rilascio dei visti diventavano ormai parti dello stesso problema. La legge impose una maggiore condivisione dei dati tra intelligence, forze dell’ordine e consolati; accelerò la creazione di un sistema integrato per registrare ingressi e partenze; introdusse documenti di viaggio leggibili elettronicamente, resistenti alla contraffazione e dotati di identificatori biometrici; rafforzò la formazione dei funzionari consolari e il monitoraggio degli studenti stranieri.
In altre parole, il visto smetteva progressivamente di essere soltanto un timbro sul passaporto. Diventava informazione: nome, fotografia, impronte, precedenti, spostamenti, università frequentata, durata del soggiorno. Dati da confrontare con quelli detenuti da altre agenzie prima, durante e dopo l’ingresso negli Stati Uniti.
Poi, nel 2002, Bush firmò l’Homeland Security Act. Nel marzo dell’anno successivo nacque il Department of Homeland Security, il nuovo gigantesco ministero della sicurezza interna. Il vecchio Immigration and Naturalization Service venne sostanzialmente smantellato e le sue competenze distribuite tra strutture che oggi sono familiari a chiunque abbia avuto a che fare con l’immigrazione americana: USCIS, per visti e benefici migratori; ICE, per investigazioni ed espulsioni; CBP, per frontiere e punti di ingresso.
Fu una rivoluzione vera e propria. L’immigrazione, che per gran parte della storia americana era stata gestita soprattutto come una questione di lavoro, popolazione, cittadinanza e controllo territoriale, entrava definitivamente nell’architettura della sicurezza nazionale.
Negli anni immediatamente successivi arrivarono impronte digitali raccolte all’ingresso, fotografie biometriche, banche dati interconnesse, controlli più approfonditi nei consolati, sistemi per seguire gli studenti stranieri e verifiche sempre più sofisticate sui viaggiatori. Dopo il 2004 anche la riforma dell’intelligence avrebbe ulteriormente stretto il legame tra terrorismo, documenti di viaggio e controlli migratori.
La cultura woke
Arriviamo ai giorni nostri. Il 25 maggio, a Minneapolis, George Floyd, un afroamericano di 46 anni, morì durante un arresto dopo che l’agente Derek Chauvin gli tenne il ginocchio sul collo per diversi minuti. Le immagini fanno il giro del mondo. Chauvin verrà poi condannato per omicidio e omicidio colposo; un’indagine del Dipartimento di Giustizia arriverà successivamente alla conclusione che nella stessa polizia di Minneapolis esistevano pratiche sistematiche capaci di violare i diritti costituzionali dei cittadini.
Le proteste esplodono da Minneapolis a New York, Washington, Los Angeles, Chicago, fino a raggiungere centinaia di città. Black Lives Matter, movimento nato diversi anni prima, diventa uno slogan globale. Milioni di americani scendono in strada e per alcuni mesi sembra che il Paese intero stia facendo i conti con una ferita mai davvero rimarginata: il razzismo. Nel giugno 2020 una larga maggioranza degli americani dichiarava di sostenere almeno in qualche misura il movimento.
È dentro questa stagione che entra definitivamente nel linguaggio quotidiano anche un’altra parola: “woke”. In origine non aveva nulla di dispregiativo. Nata nell’inglese afroamericano già nella prima metà del Novecento, significava sostanzialmente essere “svegli”, consapevoli delle ingiustizie razziali e sociali. Il termine tornò a diffondersi con Black Lives Matter dal 2014, prima di assumere un significato molto più ampio e, soprattutto, molto più politico.
Università, grandi aziende, media, Hollywood e istituzioni cominciano a interrogarsi con maggiore insistenza sulla rappresentanza delle minoranze, sul linguaggio, sui programmi di diversity, equity and inclusion, sulla memoria storica, sui monumenti, sull’identità di genere e persino sulle parole considerate accettabili nello spazio pubblico. Per i sostenitori è un tentativo di correggere discriminazioni rimaste troppo a lungo invisibili. Per i critici è il momento in cui una battaglia nata per garantire pari diritti comincia a trasformarsi in una nuova ortodossia culturale, nella quale identità, colore della pelle e appartenenza tornano paradossalmente al centro di quasi ogni discussione.
Per una parte del Paese George Floyd dimostra che il vecchio sistema non aveva mai veramente garantito a tutti le stesse opportunità. Per un’altra, le richieste legittime di riformare la polizia e combattere il razzismo finiscono progressivamente sommerse da un dibattito molto più vasto, nel quale diventa difficile distinguere tra uguaglianza dei diritti e uguaglianza dei risultati, tra integrazione e identità, tra inclusione e imposizione culturale.
Anche il rapporto con la polizia diventa simbolico. Dopo Floyd si diffonde lo slogan “Defund the Police”, con richieste molto differenti tra loro: per alcuni significa spostare parte delle risorse verso servizi sociali e salute mentale; per altri ridimensionare profondamente le forze dell’ordine. Allo stesso tempo, milioni di americani — compresi molti appartenenti alle minoranze — continuano a considerare la presenza della polizia indispensabile soprattutto nei quartieri con maggiore criminalità.
Gli Stati Uniti hanno certamente avuto, e continuano ad avere, un problema razziale reale. I dati sulle esperienze personali dei neri americani con discriminazione e forze dell’ordine rendono difficile sostenere il contrario. Ma dal 2020 si apre anche una discussione differente: fino a che punto una società possa correggere le ingiustizie del passato senza finire per leggere ogni individuo principalmente attraverso la sua appartenenza razziale, culturale o sessuale.
Ma il movimento culturale woke esploso soprattutto dopo George Floyd ha prodotto anche un’altra conseguenza. Una battaglia nata per chiedere maggiore uguaglianza ha progressivamente allargato il proprio raggio d’azione: razza, genere, linguaggio, polizia, università, minoranze, identità. E inevitabilmente immigrazione.
Da invito a essere consapevoli delle discriminazioni diventa, per i suoi critici, il simbolo di un certo pseudo progressismo americano nel quale porre limiti, chiedere integrazione o parlare semplicemente di controllo delle frontiere rischiava di essere interpretato come qualcosa di sospetto, quando non direttamente discriminatorio.
Il principio partiva spesso da intenzioni comprensibili: chi arriva può essere povero, perseguitato, in fuga da una dittatura o semplicemente alla ricerca di una vita migliore. Ma spinto oltre una certa soglia, l’umanitarismo rischiava di trasformarsi in permissivismo, anarchia e liberi tutti. In un clima in cui l’emergenza immigrazione, già molti anni prima, aveva iniziato a colpire l’Europa, soprattutto quella mediterranea.
Tra gennaio 2021 e ottobre 2024 le autorità americane registrarono 8,6 milioni di incontri con migranti alla frontiera sud-occidentale, anche se il dato comprende persone fermate più volte. Secondo il Migration Policy Institute, entro luglio 2024 oltre 5,8 milioni di persone erano state ammesse temporaneamente o lasciate entrare negli Stati Uniti mentre attendevano l’esito di procedure migratorie e richieste d’asilo. Nel frattempo l’arretrato dei tribunali dell’immigrazione era salito a circa 3,6 milioni di casi. Non è difficile capire perché, osservata da fuori, quella macchina potesse apparire fuori controllo.
Ed è significativo che oggi alcune delle figure che più rappresentarono quella stagione stiano prendendo le distanze almeno dal suo linguaggio. Nell’agosto 2026 Alexandria Ocasio-Cortez, una delle icone della sinistra progressista americana, ha liquidato quella fase con una frase sorprendentemente netta: “Woke 1 was crazy”. Ha aggiunto che la retorica utilizzata allora non sarebbe quella che utilizzerebbe oggi.
Il passaggio pesa ancora di più se si guarda alle posizioni sostenute in quegli anni. Ocasio-Cortez appoggiò proposte per decriminalizzare l’attraversamento irregolare della frontiera e nel 2019, interrogata sull’eventualità di eliminare il Department of Homeland Security, rispose: “I think so”.
Trump? La punta dell’iceberg
Trump ha solo aperto il vaso di Pandora. Le prime grandi barriere moderne lungo il confine con il Messico risalgono agli anni Novanta. Nel 1994, durante la presidenza di Bill Clinton, l’amministrazione lanciò Operation Gatekeeper nel settore di San Diego, rafforzando agenti, controlli e infrastrutture fisiche lungo la frontiera. Già all’inizio del decennio erano stati costruiti i primi tratti di recinzione federale; nel 1996 il Congresso autorizzò ulteriori barriere nell’ambito della riforma dell’immigrazione.
Anche George W. Bush continuò su quella strada. Con il Secure Fence Act del 2006 il Congresso impose nuovi tratti di recinzione lungo centinaia di miglia della frontiera sud-occidentale. La gran parte delle barriere primarie esistenti prima dell’arrivo di Trump fu infatti costruita tra il 2007 e il 2009, quindi tra la fine dell’amministrazione Bush e l’inizio di quella Obama.



