Il direttore della Cia vola in Russia a sorpresa, mentre il Cremlino minaccia di colpire installazioni ed equipaggiamenti britannici anche oltre i confini ucraini
Mosca, 28 agosto 2026 – Se Vladimir Putin non ha intenzione di attaccare la Nato, perché il direttore della Cia è volato a Mosca? È la domanda che resta dopo la missione di John Ratcliffe nella capitale russa, liquidata da Donald Trump come un incontro “semi-routine” tra responsabili dell’intelligence.
Routine fino a un certo punto: la visita non era stata annunciata, incontri di questo livello tra Washington e Mosca sono tutt’altro che frequenti e Vladimir Putin è stato informato direttamente dell’esito dei colloqui. Ed anche Trump è stato costretto ad intervenire pubblicamente, riferendo di “aver parlato con Putin” e che “non colpirà un territorio Nato”.
Nelle stesse ore, da Mosca arrivava un altro messaggio, questa volta pubblico. Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, ha avvertito che Mosca potrebbe colpire installazioni ed equipaggiamenti militari britannici “in Ucraina e oltre i suoi confini” in risposta agli attacchi compiuti da Kyiv contro il territorio russo con armi fornite da Londra.
È una formulazione volutamente larga e ambigua. Può indicare asset britannici impiegati a sostegno dell’Ucraina fuori dal Paese, infrastrutture logistiche oppure, nell’interpretazione più grave, obiettivi presenti sul territorio di uno Stato Nato.
Lasciare aperte più possibilità obbliga Londra e gli altri alleati a considerarle tutte. Nella deterrenza l’ambiguità può servire quanto una minaccia esplicita: non dice necessariamente cosa accadrà, ma aumenta il costo politico di ogni decisione dell’avversario.
Il principio è questo: se un’arma occidentale viene utilizzata per colpire il territorio russo, per Mosca la responsabilità non appartiene soltanto all’Ucraina che la lancia, ma anche al Paese che l’ha fornita e ne ha consentito l’impiego.
Zakharova ha accusato Londra di avvicinarsi alla complicità in quelli che il Cremlino definisce atti “terroristici” e ha parlato di possibili “conseguenze catastrofiche”. Come ovvio il destinatario immediato è Londra, ma il messaggio riguarda tutta l’Europa o quasi.
Il ruolo del Regno Unito nella guerra
Il Regno Unito è stato uno dei Paesi europei più disponibili ad ampliare progressivamente ciò che l’Ucraina può fare con il sostegno occidentale.
Prima le forniture di sistemi a lungo raggio. Poi l’autorizzazione al loro impiego contro determinati obiettivi. Ora anche il trasferimento di competenze industriali.
Il governo britannico ha autorizzato MBDA a condividere informazioni classificate relative ai componenti britannici dello SCALP, la versione francese dello Storm Shadow sviluppata attraverso tecnologie condivise tra Londra e Parigi, per favorire linee di assemblaggio in Ucraina.
Consegnare un missile significa trasferire una capacità militare già prodotta. Aiutare l’Ucraina a costruirlo significa provare a rendere quella capacità più autonoma dalle scorte occidentali e dalle decisioni politiche prese di volta in volta nelle capitali europee. E questo rende più difficile per il Cremlino aspettare semplicemente che gli arsenali europei si riducano o che un governo occidentale cambi posizione.
La missione di Ratcliffe a Mosca
Il 25 agosto John Ratcliffe ha incontrato a Mosca Sergei Naryshkin, direttore dell’SVR, il servizio d’intelligence estero russo. Ratcliffe non ha incontrato personalmente Putin, ma il presidente russo è stato informato dei colloqui.
Secondo le ricostruzioni pubblicate dai media statunitensi, il direttore della Cia avrebbe avvertito Mosca di non colpire alcun Paese della Nato. Reuters ha riferito, citando fonti informate, che la possibilità di un’operazione russa contro l’Alleanza è stata effettivamente discussa, senza però stabilire se fosse il motivo principale del viaggio.
Anche la scelta dell’interlocutore è importante. Un segretario di Stato può discutere condizioni, compromessi, sanzioni, accordi. Il direttore dell’intelligence svolge un’altra funzione.
Può far capire all’altra parte quali movimenti Washington sta osservando, quali informazioni possiede e quali comportamenti rischiano di essere interpretati come preparazione di un’azione ostile.
Il grave precedente
È già successo, in fondo. E il precedente non è incoraggiante. Nel novembre 2021 Joe Biden inviò l’allora direttore della Cia William Burns a Mosca mentre gli Stati Uniti osservavano l’accumulo delle forze russe intorno all’Ucraina. Pochi mesi dopo, il 24 febbraio 2022, i tank russi avrebbero sfondato il fronte dando inizio alla guerra.
Putin testa la Nato
Che Putin stia testando la difesa della Nato è indubbio. Ne avevamo parlato già qui, nel settembre 2025, quando le incursioni e le provocazioni russe tra Polonia ed Estonia mostravano una strategia precisa: verificare tempi di reazione, capacità di risposta e compattezza politica dell’Alleanza senza arrivare necessariamente a uno scontro aperto.
Un anno dopo, il principio è lo stesso, seppur con metodi diversa. Con l’Unione Europea in difficoltà, specie nelle tenute dei suoi singoli Governi, e Trump ambiguo quando parla dell’Alleanza, il Cremlino continua a testare quanto effettivamente la Nato sia compatta e, quindi, pericolosa.
Il pericolo? La raggiunta del punto di non ritorno, il varco della linea rossa invalicabile. Putin può testare la Nato, provocarla, misurarne i tempi di reazione e cercarne le divisioni interne. Ma ogni test contiene anche la possibilità dell’errore: una valutazione sbagliata, una risposta più dura del previsto, un’operazione pensata per restare sotto soglia che invece viene interpretata come un attacco vero e proprio.
Sarebbe una questione di credibilità collettiva. Perché l’Articolo 5 non è soltanto una clausola militare: è il fondamento su cui regge l’intera Alleanza, senza il quale non avrebbe senso di esistere. E se fosse questo, come riportano autorevoli testate americane, il messaggio che Ratcliffe è andato a consegnare a Mosca?


