L'ANNIVERSARIO
|11 settembre 2001, 25 anni dopo: cosa resta dell’America ferita alle Torri Gemelle
Dalle Torri Gemelle alla nascita di una nuova architettura della sicurezza, fino al rapporto con l’Europa: il lascito politico dell’attacco che aprì il XXI secolo
New York, 11 settembre 2026 – Alle 8.46 dell’11 settembre 2001 il Novecento finì davvero. Non a Berlino, con la caduta del Muro, né a Mosca, con la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Finì a New York, quando il primo aereo colpì la Torre Nord e la più potente e avanzata democrazia del mondo scoprì che la superiorità militare, economica e tecnologica non coincideva con l’invulnerabilità. Per la prima volta nell’America contemporanea, la sensazione di invulnerabilità del territorio nazionale venne distrutta in poche ore.
Morirono 2.977 persone. Ma l’obiettivo di Al Qaeda non si esauriva nella strage. Bisognava colpire i simboli della potenza americana, incrinare la percezione di sicurezza degli Stati Uniti, portare il terrore nel cuore dell’Occidente e provocare una risposta destinata a ridisegnare gli equilibri internazionali. Pochi anni dopo sarebbero arrivati Madrid, l’11 marzo 2004, e Londra, il 7 luglio 2005. Poi Parigi, il 13 novembre 2015, con la strage del Bataclan diventata uno dei simboli più tragici del terrorismo jihadista in Europa. L’11 settembre non rimase un episodio isolato, ma inaugurò una stagione nella quale il terrorismo internazionale entrò stabilmente nella politica, nella sicurezza e nella vita quotidiana dell’Occidente. La nostra.
Il mondo dopo le Torri Gemelle
Afghanistan, Iraq, Guantanamo, Patriot Act. Ma anche nuovi apparati di intelligence, controlli negli aeroporti, frontiere più sorvegliate e una diversa concezione della sicurezza nazionale. L’11 settembre cambiò gli Stati Uniti molto oltre i campi di battaglia, e molte di quelle trasformazioni finirono per riguardare anche l’Europa.
Fu una stagione che alimentò un forte antiamericanismo, soprattutto nel Vecchio Continente, dove il giudizio sulle decisioni prese da Washington finì talvolta per sovrapporsi a quello sugli Stati Uniti stessi. Ma l’America ebbe il coraggio di discutere pubblicamente le proprie scelte: nel Congresso, sui giornali, nei tribunali, nelle commissioni d’inchiesta. La Commissione sull’11 settembre, istituita con mandato bipartisan, ricostruì le falle che avevano preceduto gli attentati e contribuì a ridisegnare l’intero sistema della sicurezza nazionale.
Venticinque anni dopo, una parte di quell’11 settembre è ancora scritta nelle leggi e nelle istituzioni degli Stati Uniti. La risoluzione approvata dal Congresso nel 2001 per autorizzare l’uso della forza contro i responsabili degli attentati è ancora in vigore. Il Patriot Act ha lasciato disposizioni permanenti nell’ordinamento federale. La TSA, che ancora oggi controlla la sicurezza negli aeroporti americani, nacque poche settimane dopo gli attacchi. Il Department of Homeland Security, il Director of National Intelligence e il National Counterterrorism Center arrivarono negli anni immediatamente successivi, dentro la grande riorganizzazione dello Stato imposta dalla nuova minaccia terroristica.
Insomma, viviamo ancora in quel mondo lì: l’11 settembre non cambiò soltanto la politica estera americana. Cambiò il modo in cui gli Stati Uniti proteggevano il proprio territorio, raccoglievano informazioni, controllavano le frontiere e pensavano alla propria sicurezza. Molte di quelle strutture sono ancora lì, un quarto di secolo dopo.
Quando l’Atlantico diventò una sola frontiera
Il giorno successivo agli attentati accadde qualcosa che oggi viene ricordato molto meno delle immagini di Manhattan. Il 12 settembre 2001 la Nato invocò per la prima volta nella sua storia l’articolo 5: l’attacco contro un alleato sarebbe stato considerato un attacco contro tutti. A venticinque anni di distanza, mentre il rapporto tra Europa e Stati Uniti torna ciclicamente a essere discusso in termini di interessi, spese militari, commercio e autonomia strategica, l’11 settembre ricorda che l’Alleanza occidentale vive anche di qualcosa di meno misurabile: un’idea condivisa di società.
È anche per questo che ridurre l’11 settembre alla sola storia delle guerre che seguirono significa leggerne soltanto una parte. Il suo lascito è nelle istituzioni nate dopo gli attentati, nelle leggi approvate dal Congresso, negli apparati di sicurezza costruiti negli anni successivi, ma anche nel rapporto tra le due sponde dell’Atlantico. Perché davanti a una minaccia che non distingueva tra New York, Londra, Madrid o Parigi, la sicurezza americana e quella europea finirono inevitabilmente per appartenere allo stesso spazio.
Venticinque anni dopo, quello spazio è più discusso, più litigioso e certamente meno lineare di allora. Ma resta difficile immaginare la sicurezza dell’Europa separata da quella degli Stati Uniti, così come è difficile comprendere la proiezione americana nel mondo senza il rapporto con gli alleati europei.
L’11 settembre lasciò proprio questa eredità: la consapevolezza che l’Atlantico separa geograficamente due continenti, ma non il destino politico delle loro democrazie.



