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Il business del futuro? La solitudine

ricercatore Jacob Coxon lascia Anthropic temendo l’estinzione della specie umana. E se l’Apocalisse fosse già iniziata? Chatbot e robot promettono ciò che spesso manca nei rapporti umani: attenzione continua e disponibilità senza limiti

San Francisco, 11 settembre 2026 – La notizia più importante della settimana è passata in sordina: Jacob Coxon ha lasciato Anthropic perché ritiene che la corsa all’intelligenza artificiale stia procedendo troppo velocemente e mettendo a rischio l’esistenza di almeno il 10% della razza umana nel prossimo decennio (leggi qui ). Il ricercatore britannico, passato anche da OpenAI, ha accusato i grandi laboratori di “giocare d’azzardo” con il futuro dell’umanità e ha abbandonato l’azienda prima che maturassero le quote che gli spettavano. La sua paura riguarda sistemi sempre più potenti, autonomi e difficili da controllare.

È lo scenario più estremo, certo. Ma mentre Silicon Valley discute di super-intelligenza e rischio esistenziale, una rivoluzione molto meno spettacolare e assai inquietante è già cominciata. L’AI sta smettendo di essere soltanto uno strumento. Sta diventando una presenza. E potrebbe essere proprio qui il grande business dei prossimi anni.

Un mercato grande quanto la solitudine

Nel 2025 l’Organizzazione mondiale della sanità ha stimato che una persona su sei nel mondo sperimenti la solitudine, con un’incidenza ancora maggiore tra adolescenti e giovani adulti. Secondo l’Oms, la solitudine sarebbe associata a circa 871mila morti ogni anno, quasi cento ogni ora. Insomma, c’è un vuoto da riempire. E dove esiste un bisogno, prima o poi arriva un prodotto in grado di detenerne il monopolio.

Per anni la tecnologia ha venduto comunicazione: social network, messaggi, videochiamate. L’intelligenza artificiale può vendere qualcosa di diverso: attenzione. Un interlocutore sempre disponibile, che ricorda, risponde immediatamente, non si stanca, non giudica e può adattare tono e personalità alla persona che ha davanti. Ciò che tutti sognano, ma che difficilmente trovano in altri esseri umani in carne ed ossa, e ciò dovrebbe farci riflettere. Ma tant’è, ora si monetizza più soltanto il tempo trascorso davanti a uno schermo, ma il bisogno di essere ascoltati.

Non è più soltanto un’ipotesi. Uno studio pubblicato ad agosto su Nature Human Behaviour, condotto su 1.131 adulti americani che utilizzano Character.AI, ha rilevato che gli utenti con reti sociali più ristrette erano più propensi a utilizzare il chatbot come compagnia. In quei casi l’uso orientato alla companionship risultava associato a un benessere inferiore, soprattutto quando le conversazioni diventavano intense e molto personali. Gli autori, però, sottolineano che la relazione non è uniforme e dipende fortemente dalla vita sociale offline dell’utente.

Altre ricerche hanno trovato anche effetti positivi, soprattutto per persone sole o socialmente vulnerabili. Il punto, dunque, non è sostenere che parlare con un’AI faccia necessariamente male. È un altro: le persone stanno già attribuendo valore emotivo a queste interazioni.

La prova forse più impressionante arriva da un altro studio pubblicato pochi giorni fa. Analizzando Replika e il passaggio di ChatGPT a GPT-5, i ricercatori hanno osservato autentiche reazioni di perdita quando aggiornamenti decisi dalle aziende modificavano il comportamento del chatbot. In alcuni casi gli utenti descrivevano il rapporto con l’AI con livelli di vicinanza superiori a quelli riferiti per comuni relazioni umane.

E poi c’è la robotica, che sposterà il confine ancora più avanti. Nei Paesi tecnologicamente più avanzati ha già iniziato a farlo. In Giappone, LOVOT è stato progettato non per pulire o cucinare, ma per essere una presenza affettiva: riconosce i volti, cerca il contatto, reagisce alle persone e oggi più di 20mila esemplari risultano attivi tra case e luoghi di lavoro. Negli Stati Uniti, invece, la società 1X ha già aperto gli ordini per NEO, un robot umanoide domestico che svolge faccende, conversa attraverso un modello linguistico, ricorda informazioni sull’utente e dovrebbe entrare nelle prime case americane nel corso del 2026. Costa 20mila dollari, oppure 499 dollari al mese. Non siamo più nel territorio della fantascienza: la macchina che vive con noi è già diventata un prodotto.

A quel punto la questione diventerebbe molto più concreta. Per una persona sola, soprattutto se anziana o fragile, un robot potrebbe essere insieme assistente e presenza quotidiana. È facile immaginare quanto possa essere utile. Ma è altrettanto facile intuire il mercato che si aprirebbe attorno a quel bisogno: non più soltanto software che rispondono, ma macchine progettate per stare con noi. E quando una tecnologia entra nella casa e nella routine di una persona, il rapporto smette inevitabilmente di essere soltanto funzionale.

Il prodotto siamo ancora noi, ma in modo diverso

Anche i regolatori hanno cominciato a muoversi. Negli Stati Uniti, la Federal Trade Commission ha aperto un’indagine sui chatbot utilizzati come compagni virtuali, chiedendo a sette grandi aziende di chiarire come valutino i possibili effetti di questi strumenti, soprattutto su bambini e adolescenti.

Coxon guarda molto più avanti e teme scenari estremi, fino a considerare in gioco la stessa sopravvivenza dell’umanità. Ma prima di arrivare a quel punto c’è una questione più vicina, e più concreta: che cosa succede quando la macchina smette di essere percepita come un semplice software e comincia a occupare uno spazio emotivo nelle nostre vite? Se milioni di persone inizieranno a usare chatbot e robot non soltanto per ottenere risposte, ma per avere qualcuno con cui parlare, allora la solitudine smetterà di essere soltanto un problema sociale. Diventerà anche un settore industriale, con abbonamenti, dispositivi, servizi e aziende pronte a contendersi quello spazio.